La vox populi che aleggia tra i bar e gli autobus, nelle cene tra amici o sui luoghi di lavoro, al di là delle divergenze politiche, sembra convergere su una sensazione diffusa: l’Italia è ferma al palo, è un paese da cui i cervelli fuggono, la stupidità e l’ignoranza dilagano, ecc. ecc. Certo, se paragoniamo, che so io, il cinema, la televisione, i leader politici degli anni Settanta a ciò che si vede in giro oggi c’è da farsi prendere dallo sconforto. Non è che allora abbondassero i “giganti”, ma i “nani” degli anni Settanta erano almeno il doppio dei folletti degli ultimi 30 anni, a quanto pare. Ma lasciamo perdere le impressioni più o meno soggettive (ed anche le letture, ben più serie, in termini di classi sociali): abbiamo qualche dato che suffraghi questa sensazione disperante?
A mio avviso, pur in modo contraddittorio e non totalmente catastrofico, è una sensazione che riflette abbastanza correttamente la situazione. C’è un dato (che, come tutti i dati statistici, è ben lungi dall’essere inequivocabilmente “obiettivo”) che illustra bene la “decadenza” del “paese” (come amano dire tutti gli imprenditori, i politici, i giornalisti, i sindacalisti aclassisti, cioè il 99,9% di “quelli che contano”). Si tratta del famoso ISU (indice di sviluppo umano, elaborato dall’ONU a partire dai primi anni ’90), che mette insieme salute, istruzione e soldi. Ebbene, l’Italia nel 1990 era al 21° posto nel mondo (su circa 180 paesi). Dopo aver perso qualche punto agli inizi della cosiddetta “seconda repubblica” (25° nel 1997) è pian piano risalita verso il ventesimo posto (fino a raggiungere il tetto nel 2007, col 17° posto). E da lì è iniziato il crollo: 19° nel 2008, 25° nel 2012, 29° nel 2019, 30° nel 2021 e 2022. Non essendoci paragoni (mancando le estrapolazioni dell’ONU) per i decenni precedenti al 1990 è difficile dire “quanto siamo tornati indietro”, ma credo di non essere lontano dal vero se, anche su questo terreno, azzardo una retrocessione a “prima del Sessantotto”.
Ma approfondiamo un po’ questo indice di “sviluppo umano”. Uno dei dati sensibili della salute è la speranza di vita alla nascita, cioè la longevità. E si sa che gli italiani, come in genere i mediterranei e gli abitanti dell’Estremo Oriente, sono tra i più longevi del mondo, grazie probabilmente alla dieta (che invece ammazza di hamburger e grassi animali altri popoli “ricchi”, come i nordamericani), oltre che a una struttura sanitaria che ERA tra le migliori del mondo fino a un quarto di secolo fa. Un italiano “medio” poteva sperare di vivere 77 anni nel 1990, saliti a 80 nel 2001, a 82 nel 2010 e a 82,7 nel 2022. Quindi tutto bene? Non proprio: se negli anni ’90 il miglioramento è stato di 2,5 anni, nel primo decennio del XXI secolo è stato di 2 anni, e negli ultimi 13 anni di soli 0,7 anni (con in più il preoccupante dato che, tra il 2010 e il 2022 ci sono stati ben 5 anni di arretramenti). Certo, non si può progredire all’infinito: la vita umana ha comunque dei limiti, e più si avanza verso la “vecchiaia di massa”, meno sensibili si fanno i progressi. Ciò nonostante è preoccupante anche il dato relativo: siamo sempre tra i più longevi del mondo, ma se nel 1990 eravamo i sesti nel mondo (diventati terzi nel 2010), ora siamo scesi al settimo posto, come nei primi anni ’80.
Un altro dato da considerare (e qui non dipende dalla dieta, ma dalla struttura sanitaria efficiente ed universale) è quello della mortalità infantile (il numero di bambini che muore prima di aver raggiunto un anno d’età). Qui i progressi italiani sono stati formidabili, in rapporto al grosso degli altri paesi: basti pensare che, nel 1965, la mortalità infantile italiana era il doppio di quella USA (oltre il 36 per mille contro il 18). Oggi quella USA è più del doppio di quella italiana (5,4 contro 2,4): ecco i bei risultati della sanità privata e costosa (un cittadino USA spende più del doppio di un italiano, con pessimi risultati, come si vede). Comunque il quadro, pur restando da questo punto di vista positivo, mostra ultimamente qualche ombra. Infatti, se negli anni ’90 la mortalità infantile è diminuita costantemente (dimezzandosi, dall’8,2 al 4,5 per mille), nel primo decennio del nuovo millennio è peggiorata per 4 volte (pur recuperando complessivamente ed arrivando, alla fine del decennio, al 3,2 per mille), e tra il 2010 e il 2022 è peggiorata in cinque occasioni su 13 anni, arrivando, come già detto, al 2,4 per mille. Forse non è estraneo a questo andamento di speranza di vita e mortalità infantile l’andamento della spesa pubblica nella sanità, passata dall’8% del PIL nel 1990 a meno del 6% tra il 1997 e il 2005, per poi assestarsi tra il 6,5 e il 7% negli anni successivi (compresi gli anni della pandemia, col 7,2% di spesa sanitaria, un decimo in meno di oltre 30 anni prima, quando la popolazione era mediamente più giovane.
Due ultimi elementi sui quali riflettere. Uno riguarda la spesa per l’istruzione, calata dal 5% del PIL nel 1989 ad una media intorno al 4% negli ultimi anni (col record negativo del 3,8% nel 2019, ai tempi del governo giallo-verde), con un ridimensionamento di circa un quinto del totale. L’altro, meno significativo perché soggetto a variabili come il tasso di cambio, l’inflazione, la distribuzione profondamente diseguale, ecc., è quello che riguarda il PIL pro capite. Passato dai 15-16 mila dollari dei primi anni ’90 ai circa 20 mila tra il 1995 e il 2003, fino ad arrivare al massimo di 39 mila dollari nel 2008. D’allora in poi ha oscillato intorno ai 34-35 mila dollari (nel 2022 34.113).
Insomma, a voler sintetizzare questi anni della sciagurata Seconda Repubblica, se non è del tutto vero che la società è definitivamente “tornata indietro” (in termini di benessere “medio”) a mezzo secolo fa e oltre, è indubbio che, complessivamente (almeno per le classi popolari), il quadro si presenta piuttosto stagnante, se non in chiara retrocessione (come indica l’ISU). Magari è esagerato dire che siamo tornati agli anni Sessanta, ma probabilmente agli anni Ottanta sì. E senza né scala mobile, né art. 18, né con una sanità ed un’istruzione pubblica che erano tra le migliori del mondo, a quanto pare. E pure con meno soldi di 15 anni fa.
Ma di questi 30 anni di scarso se non nullo progresso, di chi è la colpa? Chi ha “guidato” la barca su rotte inconcludenti? Beh, oltre ai soliti noti (imprenditori, finanzieri, grandi manager), chi ha governato il paese dal punto di vista politico-istituzionale, no? Per 9 anni hanno governato, da soli, i partiti della destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale, da cui nascerà Fratelli d’Italia, con la Lega più cespugli vari). Per quasi 9 anni hanno governato i partiti del centro-sinistra (PDS-DS, Margherita più cespugli vari, più tardi, con Gentiloni, PD più cespugli). Per due di questi nove anni (2006-2008) ha co-governato, pur in posizione subalterna, pure il principale partito della sinistra, Rifondazione Comunista. Per quasi tre anni ha governato, con Renzi, una coalizione vagamente di centro più centro-sinistra (2014/2016). Poi un anno e mezzo di governo M5S più Lega, altrettanti di governo M5S più centro-sinistra. Ed ora un anno nuovamente di governo di destra, con gli stessi partiti che han governato (da soli o in governi “tecnici”) per metà di questo trentennio, ma con l’asse spostato verso l’estrema destra (che ha governato comunque sempre con FI e/o Lega, salvo rifarsi una verginità “d’opposizione” negli ultimi 5 anni). Restano fuori i terribili 4 anni e mezzo dei tre ignobili governi “tecnici” (Dini, Monti, Draghi) che sono quelli che hanno picchiato più duro (fin’ora) su lavoratori e pensionati, appoggiati dagli uni o dagli altri (o, come nel caso di Draghi, da quasi tutti, esclusa FdI e Sinistra Italiana, cioè meno del 7% del parlamento). Insomma, se uno si mette nei panni del cittadino medio, poco politicizzato, gli vien voglia di sbottare con la famigerata, qualunquistica frase da bar “Tanto son tutti uguali”, visto che le politiche portate avanti in questo trentennio non sembrano aver inciso poi molto sulla dinamica della società italiana. Salvo che, avendo il suddetto cittadino la memoria di un pesce d’acquario, magari sceglie di votare per chi ha fatto la finta opposizione negli ultimi 5 anni, dimenticando che ha condiviso tagli e nefandezze per i tre quarti del tempo. E illudendosi che, qualcuno, al governo, disinneschi il famoso pilota automatico.
Flavio Guidi
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