“Io non sono Charlie”

Il fenomeno dell’ “Islamofilia”, tuttavia, raggiunse il massimo del grottesco dopo l’attacco a Charlie Hebdo e a un piccolo supermercato kosher a Parigi.
Il 7 gennaio 2015, a Parigi, 12 copywriter, fumettisti, lavoratori sono massacrati da due islamisti armati di Kalashnikov che uccidono anche un agente di polizia a sangue freddo. Il giorno successivo gli obiettivi di un altro membro della squadra sono i clienti di un negozio di alimentari: 4 assassinati per il fatto di essere ebrei.
Ci sono manifestazioni di rifiuto in tutto il mondo e in Europa i governi e i partiti di destra si affrettano a unirsi alla campagna “Je suis Charlie” resa virale sui social media.
In un esercizio di ipocrisia (stavo per dire senza precedenti, ma sfortunatamente di precedenti ce n’è a iosa) questi politici che, nella migliore delle ipotesi, la libertà di espressione l’hanno sempre considerata con sospetto e, nel peggiore dei casi, repressa senza problemi di coscienza (è sufficiente guardare La quantità di vani crimini di opinione che sono frequenti nei codici penali di paesi come la Spagna) approfittano dell’occasione per mettersi in prima fila dietro uno striscione che ricorda le vittime di questa estrema aggressione al diritto di esprimere il proprio pensiero.
E, opportunamente fatta propria dagli stessi settori dell’Islam politico che avevano creato il “caso vignette di Maometto”, una parte dei nostri movimenti contestatari ha avuto la brillante idea di contrastare la campagna con un “io non sono Charlie”.
Ma attenzione: le spiegazioni che accompagnano questo smarcarsi dall’indignazione generale e ufficiale non sono orientate a denunciare l’ipocrisia dei nemici delle libertà e dei diritti dei popoli, il loro cinismo quando cercano di appropriarsi delle bandiere che storicamente hanno calpestato, ma ad etichettare come ipocrita , eurocentrico e, naturalmente, islamofobico … il diritto stesso!
Commenti sulla rete, discussioni in cui la maggior parte dei partecipanti richiedeva limiti a questa “libertà” (scritto così, tra virgolette). Un diluvio di sciocchezze per qualcuno che ricorda come fosse ieri la maschera bianca con la bocca barrata che inondò le strade di questo paese per difendere una conquista fondamentale sulla strada dell’emancipazione sociale.
Persone che non avevano mai letto la rivista, persone che confondono la satira con i monologhi di Antenna 3 o l’umorismo benevolo e comprensivo di programmi come “Polònia”, persone che generalmente non avevano seguito il processo che aveva portato alla decisione di pubblicare le vignette – tra l’altro infinitamente meno acide di quelle dedicate in mille occasioni alla religione cattolica – non ha esitato a dire che era stata una provocazione e un grave insulto a un miliardo di musulmani. Una provocazione ovviamente ispirata dall’islamofobia.
Non siamo neppure d’accordo sul concetto di provocazione: per me lo sarebbe per esempio incollare poster con l’immagine di Maometto che sodomizza un cammello alle porte di una moschea, non disegnare vignette che stigmatizzano il pensiero totalitario e omicida di sedicenti seguaci di Allah.

Il fatto è che le vittime, gente disarmata uccisa senza pietà, hanno in più ricevuto la famigerata etichetta di razzisti.
Tra le numerose assurdità che ho letto nei giorni immediatamente dopo gli attacchi, ma ancora oggi nelle pareti di alcuni irriducibili, c’era l’accusa indirizzata ai provocatori islamofobici di aver voluto “ridere dei musulmani”.
Al di là della perplessità che suscita l’esistenza di persone che considerano inammissibile che una rivista satirica voglia far ridere, trovo preoccupante per l’attribuzione della mancanza di senso dell’umorismo a una comunità di un miliardo di persone. Trovo preoccupante l’indifferenza dispregiativa verso i dibattiti filosofici e teologici che hanno attraversato per secoli le nostre culture intorno al fenomeno della risata. O l’ignoranza dell’importanza delle risate nella storia dell’arte, della letteratura, del cinema, del teatro e dell’umanità in generale. Ma sarebbe troppo raffinato insistere su questo.
C’erano anche i settori più concilianti, che, nonostante non condividessero attacchi furiosi ai fumettisti morti (e approvare le minacce di morte contro i sopravvissuti), descrissero la decisione di pubblicare le vignette come un errore in quanto era necessario prendere in considerazione la sensibilità del mondo musulmano che, in Europa, è un gruppo vulnerabile (e suscettibile).
Concetti curiosi, anche quello della sensibilità e del collettivo vulnerabile. Suppongo che chi parla in questi termini voglia dire che ci sono molti poveri e credenti che ha vissuto la pubblicazione delle vignette come umiliazione aggiunta allo sfruttamento e all’emarginazione di cui soffre, uno scandalo in più.
A parte il fatto che ci sono molti poveri ebrei e cristiani che coesistono ogni giorno con la mancanza di rispetto e con le critiche alla loro fede (mio padre, quando è venuto a trovarmi a Parigi e è passato di fronte a un chiosco dove erano esposte delle coperture anti -cattoliche si girava dall’altra parte e al massimo scuoteva il capo), che molti cristiani sono poveri immigrati (infatti oggi le chiese aprono le loro porte grazie all’afflusso di fedeli e clero dall’America Latina, dall’Africa, dall’Europa dell’Est) e che non hanno la pelle più dura di quella di un musulmano medio, quello che penso è piuttosto che la stragrande maggioranza dei musulmani, esattamente come gli altri esseri umani, credenti o non credenti, hanno altro in mente che qualche pubblicazione sulle riviste scandinave.
Poiché nessuno con un briciolo di cervello può trovare logica nell’aspirazione che l’intero universo si adatti a tutte le esigenze (anche quelle più stravaganti come vietare il disegno di una divinità o di un personaggio pseudo-storico) di una religione qualsiasi delle centinaia o migliaia che vengono praticate in tutto il pianeta, la domanda che i “non sono Charlie” dovrebbero porsi è: perché questa controversia è stata così importante?
Tutto inizia il 30 settembre 2005 con la pubblicazione di 12 vignette sul quotidiano danese Jyllands-Posten, che ha indetto un concorso in risposta alla denuncia dello scrittore Kåre Bluitgen, che non riusciva a trovare nessun fumettista disposto a illustrare il suo libro su Maometto dopo che Theo van Gogh era stato assassinato nei Paesi Bassi l’anno prima.
Si tratta di vari disegni che illustrano un articolo sull’autocensura e sulla libertà di stampa. Quello di Kurt Westergaard, che mostra Maometto con un turbante a forma di bomba, è il più criticato. L’autore dirà poi che non intendeva in alcun modo rappresentare il profeta, ma criticare i settori violenti dei fondamentalisti: “Non ho mai detto che fosse Maometto […] Volevo dimostrare che ci sono terroristi che usano l’Islam e il Corano come facciata”.
Qualche settimana dopo, a Copenaghen viene indetta una manifestazione musulmana e gli ambasciatori di 11 paesi a maggioranza musulmana chiedono di essere ricevuti dal ministro degli Esteri danese, che rifiuta, adducendo la mancanza di competenza del governo in materia di libertà di espressione.
Il quotidiano egiziano Al Fagr è la prima pubblicazione straniera a riprodurre le vignette, il 17 ottobre 2005.
Il 1° dicembre 8 vignettisti e 5 rappresentanti della comunità musulmana si incontrano per allentare la tensione. Ma il giorno dopo, un gruppo estremista pakistano mette una taglia sulla testa dei fumettisti.
Tra dicembre e gennaio delegazioni di imam danesi si recano in Medio Oriente per mobilitare Stati e istituzioni. Il 12 gennaio 2006, il quotidiano Ekstra Bladet rivela che durante il loro tour portavano i 12 disegni incriminati mescolati ad altri molto più offensivi. Nello specifico, uno raffigura Maometto con la faccia da maiale, il secondo lo accusa di essere un pedofilo e il terzo mostra un musulmano che prega mentre viene sodomizzato da un cammello. Il primo non aveva nulla a che vedere con l’oggetto in questione e faceva parte di una gara di allevamento di suini in una cittadina francese, mentre gli altri due non erano mai stati pubblicati dalla stampa danese, ma erano stati presi dal sito di un gruppo cristiano di estrema negli Stati Uniti.
Il rapporto diffuso dagli imam conteneva anche false informazioni su presunti maltrattamenti nei confronti della comunità musulmana e presentava il quotidiano Jyllands-Posten come un organo gestito dal governo.
Alla fine il Jyllands-Posten ha presentato le sue scuse, non per aver pubblicato i disegni, ma per aver “offeso i musulmani”.
Alla fine di gennaio 2006 diversi paesi arabi hanno esercitato pressioni sulla Danimarca. Il 1° febbraio la stampa cominciò a riprodurre le caricature. Charlie Hebdo lo fa l’8 febbraio e poi pubblica il “Manifesto dei 12”.
Quanto alle cause dell’oltraggio: non tutto il mondo musulmano condivide il divieto di rappresentare il profeta, per cui quello che viene considerato offensivo è piuttosto il collegamento tra le origini dell’islam e il fenomeno del terrorismo.
Esistono infatti adattamenti moderni del Corano a fumetti che, pur non essendo stati distribuiti in alcuni paesi arabi, non hanno sollevato particolari proteste. Abdelwahab Meddeb, professore all’Università Paris-X, ricorda che “la vita del profeta era completamente illustrata (…) in un manoscritto dell’Hérât del XIV secolo”.
La tensione cresce in un Paese colpito dalla crisi e dai tagli allo stato sociale e dove prevale un sistema comunitario multiculturale che non cerca l’integrazione dei nuovi arrivati.
L’estrema destra danese sta guadagnando forza, con un’ideologia radicalmente anti-musulmana. In aumento anche l’adesione dei giovani musulmani al discorso totalitario del partito Hizb ut-Tahrir, partito islamista radicale che promuove una “pura dottrina islamica”. È illegale nella maggior parte dei paesi musulmani, e anche in Russia e Germania, ma non in Danimarca.

Flemming Rose scrive su Le Monde «La società moderna e secolare è rifiutata da alcuni musulmani che chiedono un riconoscimento speciale del loro sentimento religioso. Ciò non è compatibile con una democrazia laica in cui devi essere disposto a essere disprezzato, ridicolizzato. Spesso non è affatto piacevole e questo non significa che i sentimenti religiosi debbano essere ridicolizzati a tutti i costi, ma in questo contesto non è questo l’elemento più importante”. Le Monde si occupa anche del contesto xenofobo in Danimarca: “Il Partito popolare danese non accetta che la Danimarca diventi una società multietnica. (…) Sostiene che il libero ingresso in Danimarca distrugge lo stato sociale… Il loro leader definisce i musulmani come un tumore canceroso“.
Sette associazioni musulmane portano le vignette davanti ai tribunali danesi.
Il parlamento giordano chiede, il 24 gennaio 2006, di punire i colpevoli.
Il Ministero degli Esteri algerino invoca l’obbligo dei governi di tutelare la natura sacra e inviolabile dei simboli delle religioni monoteiste rivelate.
Il 29 gennaio la Siria chiede alla Danimarca di punire chi offende le religioni.
La Libia chiude la sua ambasciata a Copenaghen e l’Arabia Saudita richiama il suo ambasciatore.
Reazioni ufficiali anche da parte delle autorità civili e religiose in Marocco, Algeria (dove arrestano due giornalisti accusati di aver pubblicato le vignette. Un giornalista televisivo viene licenziato per aver registrato le immagini), Tunisia.
La Conferenza islamica e la Lega araba chiedono all’Onu una risoluzione vincolante che vieti il ​​disprezzo delle religioni e preveda sanzioni per i Paesi o le istituzioni che non lo rispettano.
Il 30 gennaio 2006, il capo dei Fratelli Musulmani, Mohammad Mehdi Akef, lancia un appello al boicottaggio dei prodotti scandinavi, ampiamente seguito nella regione del Golfo Persico.
Yaqoob Qureshi, ministro musulmano dello stato indiano dell’Uttar Pradesh, offre una ricompensa di 6 milioni di sterline per la testa di uno dei fumettisti, e un imam pakistano offre un milione di dollari.
Anche Al-Qaeda vi partecipa, chiedendo l’uccisione di vignettisti e simpatizzanti e minacciando l’UE su vasta scala. Il 12 febbraio 2008 ci fu un tentativo di omicidio contro Kurt Westergaard da parte di due tunisini. Il 2 giugno 2008 un attacco contro l’ambasciata danese a Islamabad provocò 6 morti.
False caricature, false informazioni e una mobilitazione improvvisa. Antoine Sfeir in Arte-info parla, il 31 gennaio 2006, di una cortina di fumo per nascondere questioni controverse come la questione nucleare iraniana o le elezioni in Palestina.
Lo European Strategic Intelligence & Security Center accusa i Fratelli Musulmani e la sua rete mondiale di promuovere questa campagna volta a forzare l’approvazione di una legge contro la blasfemia (nei paesi che non ce l’hanno) e a radicalizzare settori sensibili dell’immigrazione, utilizzando, tra gli altri, il programma di Al-Jazeera Ash-Sharî`ah Wal-Hayâh – Legge e vita islamica – come amplificatore)
E anche se i servizi segreti non sono affidabili, ci sono fatti che sembrano dimostrare l’esistenza di manipolazioni, come la permissività di queste manifestazioni spontanee da parte di governi totalitari come quello siriano.
Ma si sentono voci provenienti dal mondo musulmano: l’ex gran mufti di Marsiglia, Soheib Bencheikh, si dichiara contrario a qualsiasi denuncia o manifestazione contro le vignette. Per lui la libertà di espressione è sacra. Critica pubblicamente l’iniziativa del presidente del Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples, Mouloud Aouniti, pur affermando che è fondamentale difendere la libertà di espressione: “Trovo inammissibile essere tenuti in ostaggio da un’orda di fanatici che, invece di rispondere con il dialogo, lo fanno con la violenza”, e dice “è grazie alla libertà di espressione che l’Islam si difende, che io stesso posso spiegare il mio messaggio dove e quando voglio”.
Si pronunciano anche le associazioni laiche di cultura musulmana, viene pubblicata la Manifeste des libertés e su Charlie Hebdo la dichiarazione del suo portavoce, Tewfik Allal.
Histoire de mémoires, associazione per lo studio e la promozione dell’immigrazione maghrebina in Francia, lancia un appello globale: “Appello degli agnostici e atei di cultura musulmana per la libertà di stampa”. Anche il gruppo “Ailleurs ou ici, mais ensemble”, associazione laica presieduta da Samia Labidi di musulmani non credenti e riformatori, sostiene l’iniziativa.
E sono molte altre le posizioni di singoli e associazioni musulmane che prendono radicalmente le distanze dalla condanna delle vignette: dal blog dell’anglo-iraniana Maryam Namazie del Partito Comunista Operaio dell’Iran, a Houzan Mahmoud, rappresentante dell’Europa del Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq, alle dichiarazioni di Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese nota per la sua lotta contro la mutilazione sessuale femminile. Dalla manifestazione indetta a Londra l’11 febbraio 2006 da diverse organizzazioni dell’estrema sinistra mediorientale ai giornalisti giordani, marocchini o yemeniti che finiscono licenziati o perseguitati dalla magistratura dei rispettivi Paesi.
Scrive El Canard enchaîné, in questa prima fase della “guerra delle vignette”: “Sei morti nel nome del profeta, anzi nel nome di coloro che si nascondono dietro la sua barba”. E la barba di Maometto doveva essere grande, vista la quantità di persone che si nascondono lì per difendere i propri interessi… troviamo mescolati tutti i Paesi del Golfo e l’Egitto, i primi a provocare l’incendio doloso per dimostrare che sono più musulmani dei loro islamisti , il Pakistan, che vuole smentire chi crede che il suo governo sia più vicino a Bush che ad Allah. La Siria, un Paese laico per niente famoso per la sua religiosità o per le grandi manifestazioni di piazza, che qui è riuscito a creare ad un certo punto – a Damasco e in Libano – manifestazioni molto spontanee di “credenti umiliati” che bruciano ambasciate e bandiere su ordine. Troviamo anche i palestinesi e soprattutto l’Iran, che spera così di guadagnare punti nella crisi nucleare. O anche il Vaticano, che con il suo appoggio difende la propria cappella, o Bush il Pio e Blair il Tartufo, che, ricordando l’Iraq, si indignano per le caricature “totalmente offensive per l’Islam”.
Die Welt, in un editoriale, osserva: «Le proteste musulmane avrebbero più credibilità se fossero meno ipocrite. Quando la televisione siriana ha trasmesso in prima serata documentari che mostravano rabbini accusati di cannibalismo, gli imam sono rimasti in silenzio”.
Il Jerusalem Post sottolinea la contraddizione tra le proteste scatenate dalle vignette danesi e il fatto che i vignettisti arabi demonizzano quotidianamente gli ebrei come cospiratori mondiali, corruttori e bevitori di sangue. Per smentire questo perfido paragone sionista, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sta lanciando un concorso di vignette che ridicolizzano l’Olocausto.

A completare il quadro degli indignati con le vignette Jacques Chirac, il presidente francese, Bill Clinton, Kofi Annan, Jack Straw, ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, Zapatero, Vladimir Putin condannano più o meno duramente vignettisti ed editori.
Il deputato dell’UMP, Jean-Marc Roubaud, ha presentato il 28 febbraio 2006 una proposta di legge per vietare atti e dichiarazioni offensivi contro tutte le religioni: qualsiasi discorso, grido, minaccia, scrittura, pubblicazione, disegno o manifesto offensivo che intenzionalmente attenti ai fondamenti delle religioni è un insulto…
Capito, atei e laici?
Indagando sulle motivazioni del voto per il Front National, Nonna Mayer indica: “Finora non avevamo rilevato alcun legame tra la forza dei pregiudizi e l’integrazione nell’universo del cattolicesimo francese. La vicenda delle vignette su Maometto, nel 2005, segna una svolta radicale, da quella data il fatto di essere cattolici e praticanti aumenta i livelli di etnocentrismo e di avversione all’Islam. È come se la maggiore visibilità delle religioni minoritarie, e in particolare dell’Islam, nello spazio pubblico, con i dibattiti sul velo, sul burka, le richieste di ingresso della Turchia nell’UE e la progressione internazionale del fondamentalismo musulmano avessero causato una tensione etnocentrica tra i cattolici francesi.
Il resto della storia è noto: l’uccisione di Charlie Hebdo e l’apertura del divieto contro vignettisti dissidenti o critici dell’Islam, come il giordano Nahed Hattar, ateo di cultura cristiana, accusato dai tribunali del suo Paese e ucciso a colpi di arma da fuoco mentre camminava per essere giudicato

I “non sono Charlie” sembrano voler dimenticare che la libertà di espressione è un principio destinato a difendere chi si oppone a ogni tipo di imposizione o potere e che, come diritto, deve essere universale e avere pochissime eccezioni . Non poter criticare, ridicolizzare o addirittura insultare le religioni come correnti di pensiero totalitario in un dibattito aperto, dove non smettono di piovere da troni di ogni genere insulti e minacce contro chi non crede, è perdere una battaglia che ha dalla sua parte, da secoli e in tutto il mondo, tante sofferenze e morti. E trasforma la possibilità di esprimere le proprie convinzioni, senza doverlo pagare con la vita o con la libertà, in un privilegio che vecchi e nuovi poteri, con i loro accoliti, distribuiscono e riservano in via esclusiva.
Il risultato di tutto ciò è che si rafforza e si legittima l’idea di una superiorità etica, giuridicamente riconosciuta, della sfera religiosa. Criticare la fede negli amici invisibili diventa un crimine d’odio, mentre il trattamento, riservato agli infedeli o agli apostati, della feccia umana meritevole delle fiamme eterne o del carcere continua a godere di totale impunità.
La sinistra islamista non sembra preoccuparsi molto di questa discriminazione, né della legittimazione di nuove censure e repressioni.
In effetti, la creazione e l’ingrandimento del concetto di islamofobia coincide, nella sinistra revisionista, con il ritorno di vecchie conoscenze: le religioni.

Anche qui lo schema logico che governa i pronunciamenti dei nuovi difensori della fede è peculiare: la laicità ha trionfato nelle società corrotte dal capitalismo, ergo, la laicità è un prodotto del capitalismo, quindi, come la Coca-Cola o le auto diesel, è cattiva. Espressione della perdita di spiritualità che ammala le nostre società e punta di diamante del pensiero eurocentrico, quindi coloniale e imperialista.
Le religioni, d’altro canto, sono manifestazioni del desiderio dell’umanità verso ambiti che trascendono il meschino materialismo. Formulazioni collettive che hanno aiutato uomini e donne a organizzarsi socialmente, garantendo la convivenza e il progresso etico e morale. I laici irriverenti che se ne fregano di Maometto (e, incidentalmente, di Dio e Geova) offendono e umiliano milioni di credenti che sono brave persone che non fanno del male a nessuno. La pretesa di porre limiti alla religiosità nello spazio pubblico è un’aspirazione tipica di un credo totalitario, e tutta la retorica con cui la sinistra ha storicamente mascherato il suo rifiuto del monoteismo è una scusa che nasconde la volontà perversa di imporre l’idolo della ragione e rafforzare la sua pretesa superiorità. Questa arroganza si fonda su futilità come la libertà di pensiero e di azione, la curiosità dell’intelletto, artificiosamente contrapposte a quelle basate sui dogmi, nella subordinazione alla volontà di esseri superiori, verità rivelate e indiscutibili. Slogan come “vietato vietare” o “insubordinazione” sono giochi di parole che hanno un significato limitato a situazioni specifiche (il Maggio francese o la lotta contro la naja) e per pura cattiveria vengono applicati anche alle imposizioni e ai divieti che abbondano nei testi sacri e nei sermoni.
Gli editorialisti etichettano, nelle pubblicazioni del movimento, come razzista il fatto di non lottare per la costruzione di moschee, per il riconoscimento del diritto delle religioni a occupare e condizionare gli spazi pubblici.
Si riversano accuse di mascherare lo sciovinismo neocoloniale bianco sotto il mantello dell’ateismo.
In questa orgia revisionista, forse l’aspetto più sorprendente è la concessione dell’esclusività della spiritualità alle costruzioni deistiche.
Un giorno una collega, riguardo al valore dei testimoni nella legge islamica, e in particolare al fatto che la parola di un infedele non è valida quanto quella di un credente, affermò che questo era del tutto logico, poiché un infedele è qualcuno che non ha spiritualità .
Come la maggior parte delle persone della sua generazione, la ragazza non aveva ricevuto un’educazione cattolica, apostolica e romana e quindi ignorava che, non molti secoli fa, i padri della chiesa discutevano a lungo se le donne fossero anche dotate di anima ( o spirito).
Era un’ammiratrice dell’Islam, che identificava con le correnti sufi, in gran parte minoritarie, e ammetto che sono piuttosto comprensive. Secondo lei nel mondo musulmano si respira armonia ed elevazione morale. E vedeva come un valore superiore la serenità che pervade i quartieri e le città musulmane durante il Ramadan.
Né gli era venuto in mente che tanta serenità fosse l’effetto abituale di un’adesione conformista a uno stato di cose immutabile. Confonde la tradizione, le norme sociali, i legami religiosi con la spiritualità, la trascendenza. Non c’è niente di più falso: non esiste trascendenza nella calma guida del gregge. C’è disciplina, sì. Pace sociale, sì. Rispetto formale, sì.
La calma e la serenità che esistevano nei nostri paesi qualche anno fa, quando tutta la comunità si conformava ai ritmi e ai precetti imposti dalla chiesa, con i rintocchi delle campane, le messe, le feste, i divieti alimentari, la morale imposta, l’autorità del sacerdote . La gente vi si adattava – o fingeva di farlo – e la gabbia della fede era anche un involucro in cui rifugiarsi contro le mille difficoltà della vita, contro l’angoscia stessa di vivere. È sempre più comodo, meno faticoso nuotare con la corrente a favore che contro corrente.
È vero, le religioni monoteistiche presupponevano allora il superamento dei conflitti tribali, delle leggi del più forte. Ma non hanno posto fine alla violenza, l’hanno sostituita. Inoltre, allontanandosi da madre natura, che venne considerata oggetto di dominio da parte dell’uomo, tutti si dedicarono alla soppressione delle pratiche animistiche o sciamaniche, forme primitive di connessione con le forze cosmiche.
La religione, insieme di regole che addomesticavano e allo stesso tempo rassicuravano, si appropriava esclusivamente anche del dialogo con le sfere della morte, dell’aldilà, oltre a imporre una spiegazione, un racconto inequivocabile del “perché di tutto questo”.
C’è sempre stato, però, chi ha anteposto alle verità trasmesse dai dogmi della fede altri principi: la libertà di pensiero, la lotta per l’uguaglianza su questa terra e non in improbabili paradisi, la curiosità della conoscenza, la volontà di conoscere, il diritto alla rivolta, l’amore per la terra e per la vita. Tanti, tanti, uomini e donne, eretici, streghe, infedeli – in terre dominate dalla croce e in altre dominate dalla mezzaluna – nel corso della storia sono finiti nelle mani dei carnefici, torturati, bruciati, per aver osato rivendicare la loro parola umana al di sopra dell’imposizione di ogni parola di Dio.
Questa lotta epica è stata svilita, degradata, sminuita nel discorso dominante dell’Occidente colonizzato dal nuovo dio mercato. E gran parte della sinistra, con il suo materialismo a bassa quota, il suo concetto di etica basata sul non rubare e i meschini legalismi, il suo odio di classe tramutato in risentimento e invidia, ha ampiamente contribuito al trionfo di “questa riduzione degli ideali”.
Ideali che tuttavia ci sono, e sono ben vivi, e attraversano le nostre società con la forza dei sentimenti e delle passioni più profonde. Generosità, compassione, apertura di mente e di cuore. La vera spiritualità sta nella lotta per la libertà dello spirito. Dicono che la religione è amore, ma che amore è quello che si nutre di minacce, punizioni e prigionia?
Le religioni in quanto sistemi strutturati, con le loro gerarchie ben definite, sono state formidabili disciplinari sociali, potenti alleate dei poteri terreni. Esse hanno avuto e hanno l’enorme vantaggio di offuscare e sostituire il concetto di lotta di classe con quello di “comunità di credenti”, gemellato in questo con nazionalismi identitari (e non è un caso che una delle definizioni di collettività credente sia “nazione “). Pur affermando di voler “predicare con l’esempio” i principi di uguaglianza e di carità, hanno usato sistematicamente la violenza per imporre le loro verità.
Dire che essi hanno dato grandi progressi anche alla storia delle società è un luogo comune che accompagna degnamente il recente revisionismo storico volto a salvare l’immagine dei fascismi europei: Mussolini distribuì terre ai contadini, fece uscire milioni di italiani dalla povertà, lottò contro mafia e analfabetismo. Ci furono correnti artistiche e letterarie ispirate al suo movimento… E allora?

Persecuzioni religiose?


L’Islam è attualmente la religione ufficiale in più di 50 paesi, il cristianesimo in una dozzina, anche l’ebraismo ha la sua.
È nota l’influenza che queste confessioni hanno negli spazi pubblici e nella definizione delle norme sociali. Qui, nei nostri Paesi, continua il braccio di ferro con la Chiesa cattolica per la riduzione dei suoi privilegi e della sua presenza in troppi ambiti della vita politica e sociale, per non parlare dell’economia… E in questo tratto i papisti hanno trovato un potente alleato nei relativisti integrati nella nuova politica.

[continua]



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