di Massimo Cerani e Marino Ruzzenenti


A2A torna alla carica con grande risalto sui media, il 26 novembre 2023 (articolo sotto riportato),
con la solita narrazione del teleriscaldamento (con inceneritore annesso) sempre più green,
addirittura prossimo alla totale decarbonizzazione.
Abbiamo già dimostrato, con inconfutabili riferimenti a dati scientifici ed alle normative europee,
che l’incenerimento dei rifiuti non rientra negli impianti industriali ed energetici considerati virtuosi
dall’Unione europea, sia come produttori di energia carbon free, sia come economia circolare.

Inoltre abbiamo già dimostrato essere il teleriscaldamento una trappola tecnologica che costringe la
città a dipendere sempre da combustioni con emissioni nocive sia per il clima che per la salute
umana, impedendo ai cittadini di percorrere l’unica strada ecologicamente virtuosa, ovvero edifici
ben coibentati ed alimentati solo da energia solare.

Ciò che A2A propone è di rendere più efficiente un sistema strutturalmente sbagliato, arcaico,
buono per il secolo scorso. Per intenderci con un paragone comprensibile, quello delle auto, sarebbe
come sviluppare motori diesel più efficienti invece di adottare motori elettrici e ridurre la mobilità
individuale.
La domanda da fare ad A2A è la seguente: quanta energia solare diretta od indiretta (eolico,
geotermico) prevede di impiegare nella sua svolta green? Forse abbiamo letto male, ma ci sembra
pressoché zero. Dunque siamo ancora alle solite favole della propaganda a base di dosi massicce di
greenwashing.
Con qualche elemento di preoccupazione.
Già l’attuale sistema condanna Brescia a dipendere da un inutile inceneritore (per i rifiuti
provinciali da smaltire ne basterebbe meno di un terzo dell’attuale impianto) con relative emissioni
nocive; in futuro un’analoga dipendenza si estenderà a due mega acciaierie che avranno così un
buon motivo per restare “in eterno” dentro la città, una collocazione sicuramente che non tutela la
salute della popolazione.
Inoltre la sottrazione di calore ai fumi dell’inceneritore per rendere maggiore la resa termica,
comporterà un relativo raffreddamento degli stessi in uscita dal camino e, quindi, presumibilmente,
una più rapida e ravvicinata ricaduta al suolo, ovvero sugli abitanti della città: Arpa e Ats si sono
poste il problema?
In conclusione, la vera svolta green per Brescia, come abbiamo illustrato in un progetto qualche
anno fa, è avviare una ristrutturazione energetica radicale della abitazioni, riducendone il
fabbisogno, implementando tutte le tecnologie solari disponibili, utilizzando lo strumento delle comunità energetiche e quindi smantellando gradualmente il sistema capestro del teleriscaldamento-
inceneritore. https://www.ambientebrescia.it/download/liberare-brescia-dalla-combustione-di-
rifiuti-e-carbone-e-dal-sistema-teleriscaldamento-verso-la-citta-solare/

Brescia 30 novembre 2023

P. S. In coda riportiamo un confronto, sempre sul tema energia, in realtà solo virtuale perché la
nostra lettera non è stata pubblicata, con il figlio del padre di Asm-A2A, il compianto Renzo Capra.

A2Ae la sfida «green» del teleriscaldamento
Mazzoncini: «Sarà un sistema 4.0, genererà calore recuperandolo dall’esterno e senza utilizzare fonti fossili»
“Corriere della Sera-Brescia” 26 novembre 2023 di Matteo Trebeschi

Avanza a grandi passi il piano di decarbonizzazione di A2A. Anno dopo anno sono sempre meno i
combustibili fossili bruciati per scaldare la città. Una rivoluzione iniziata nel 2016 con il recupero
del vapore dell’acciaieria Ori Martin, proseguita nel 2020 con l’abbandono definitivo del carbone
nella centrale Lamarmora, poi con la realizzazione di bacini di accumulo dove stoccare l’acqua
calda delle ore notturne, quindi con lo sfruttamento del vapore dell’Alfa Acciai e che ora si sta
completando con il recupero del vapore in uscita dal termovalorizzatore: un uso sostenibile del
calore, che altrimenti andrebbe sprecato.

Quello che A2A sta costruendo a Brescia è «il teleriscaldamento 4.0». Un processo di innovazione
che, come spiega l’amministratore delegato della multiutility lombarda, Renato Mazzoncini, «è
molto diverso da quello nato nel 1972» (cioè la cogenerazione da metano, ndr) e prevede «molti
investimenti sul processo di decarbonizzazione». Che, tradotto, vuole dire produrre calore non da
fonti fossili ma recuperando energia termica anche dai fumi in uscita, siano essi quelli del
termoutilizzatore o quelli delle acciaierie.

Il processo di recupero di 60 Megawatt (d’ora in poi Mw)— prima dispersi dal camino del
termovalorizzatore— è alle battute finali: prima di Natale dovrebbe essere completato, portando la
potenza dell’impianto di via Codignole da 160 Mw termici a 220 Mw. Stesso discorso per
l’acciaieria Ori Martin, in funzione dal 2016 a servizio di San Bartolomeo, e Alfa Acciai, partita con
il progetto pilota nel 2021: l’acciaieria di San Polo ha ora una capacità di 20 Mw che, unita ai 10
Mw di Ori Martin, vale 30 Mw. Va subito chiarito che il totale dell’energia termica distribuita da
A2A nella rete di teleriscaldamento di Brescia rimane la stessa: 1.300 Mw. Il vero vantaggio è che
più si recupera energia termica dispersa, minore sarà il ricorso a fonti fossili, ovvero si ridurrà
sempre più la combustione di metano alla centrale Lamarmora, ancora indispensabile nelle giornate
di grande freddo. Un percorso in linea con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni
climalteranti e che ha visto un momento fondamentale nell’abbandono dell’uso del carbone a
Lamarmora già nel 2020, cinque anni prima della dead line fissata dall’Italia per tutti gli impianti. A
differenza dell’energia elettrica, con la produzione di calore c’è molta dispersione energetica. Di qui
l’idea di recuperarla, sfruttando l’acqua che in questo caso «funziona come una batteria», per dirla
con le parole di Mazzoncini. Non a caso, laddove ci sono processi industriali, A2A ha dimostrato di
saper intervenire, sfruttando il calore delle acciaierie per riscaldare l’acqua del teleriscaldamento.
Ma nei progetti di A2A non c’è solo il termoutilizzatore di Brescia: la multiutility sta già lavorando
per recuperare energia termica anche dall’inceneritore di Dalmine (Bergamo). In parallelo è in
discussione anche un progetto simile per l’acciaieria dell’omonima cittadina, che però è in una fase

embrionale, motivo per cui A2A ha deciso di non fornire dettagli. I progetti potenzialmente sono
diversi. E portano vantaggi a tutti: «Se proponi una logica win win — dicono da A2A — allora poi
una soluzione si trova».

Il teleriscaldamento del futuro diventa sostenibile nella misura in cui più riesce a recuperare calore
da altri processi industriali, decarbonizzando quell’energia termica. Il che rappresenta un passo
avanti rispetto al metano e uno in più rispetto al ciclo stesso dei rifiuti. Certo, va detto che l’energia
decarbonizzata per ora non copre l’intero ciclo produttivo: se consideriamo l’intero gruppo A2A,
«oggi siamo al 50% — rileva Mazzoncini —, ma puntiamo ad arrivare al 70% entro il 2030 » .
Parametro già raggiunto invece nella città della Leonessa.

L’ammodernamento dell’intero sistema del teleriscaldamento di Brescia ha visto negli ultimi anni
investimenti importanti, in particolare quello che ha portato a realizzare i serbatoi d’accumulo
dell’acqua calda, costruiti a Lamarmora, nella zona sud della città, e alla centrale Nord di via
Triumplina con uno scopo preciso: recuperare calore non utilizzato (specie di notte), da impiegare
nelle ore di massima richiesta termica. Gli accumuli, che hanno una capacità termica di 360 Mw,
sono in grado di contenere metà dell’acqua che circola nella rete del teleriscaldamento, come
sottolineato da Luca Rigoni, amministratore delegato della controllata A2A Calore e Servizi.
La multiutility guarda però anche a Milano: qui l’idea è sfruttare al meglio le caratteristiche
geografiche e antropiche della città. La grande presenza di Data Center genera calore quotidiano
che A2A vuole recuperare. E poi c’è la falda del sottosuolo: utilizzando pompe di calore industriali,
si potrà produrre energia pulita green.

Intorno al teleriscaldamento si muove quindi tutta una serie di novità: non da ultima, quella
dell’Autorità regolatoria per il gas, l’energia elettrica e le reti. Arera infatti ha intenzione di
includere il teleriscaldamento all’interno delle fonti regolate. La procedura non sarà immediata: è
appena partita, «ma noi stiamo cercando di spiegare quanto sia complesso il sistema— precisano da
A2A— e il ruolo rilevante della decarbonizzazione nel nostro sistema di teleriscaldamento».

A proposito di “transizione energetica” ed “imbrogli ecologici”
Lettera al Direttore del “Giornale di Brescia”, non pubblicata.
Gentile direttore,

abbiamo letto, con attenzione ma un po’ costernati in verità, l’opinione di Pierlamberto Capra,
Energia, la transizione sia “green” e “di libertà”, pubblicata sul vostro giornale il 25 scorso.
Curiosamente cita il 1973, riconoscendo che sostanzialmente ci troveremmo nella stessa situazione
di dipendenza dai fossili importati di 50 anni fa. Dopodiché, liquidate con poche battute, le
rinnovabili, che arrancano per le solite “difficoltà burocratiche”, anonime e senza colpevoli, e che
comunque non possono “risolvere da sole il problema” (peccato che vi siano ampi studi di
università americane ed europee pubblicati negli ultimi 10 anni che dimostrano il contrario: solare,
eolico, idroelettrico sono più che sufficienti per coprire i fabbisogni di nazioni industrializzate),
ripropone con entusiasmo il ritorno al nucleare (ovviamente di ultima generazione) e un’opportuna
diversificazione geografica delle importazioni dei fossili.

Ciò che fa impressione è che Capra rimastica esattamente le scelte sciagurate che il governo italiano
intraprese dopo l’oil shock del 1973 e che ci hanno portato all’attuale situazione.
Eppure si era giunti a quella crisi, dopo una stagione intensissima di pubblicazioni scientifiche,
saggi, proposte operative per sanare la frattura tra tecnica e natura, tra uomo e ambiente, che
culminarono con la pubblicazione del lavoro del prestigioso MIT di Boston, commissionato dal
Club di Roma, I limiti dello sviluppo del 1972, l’anno in cui si tenne la prima, e unica vera,
Conferenza dell’Onu sull’ambiente umano a Stoccolma, mentre nel 1970 il Consiglio d’Europa,
aveva proclamato il 1970 Anno europeo per la Conservazione della natura, con convegni di studio
in diverse nazioni (in Italia a Milano con un migliaio di partecipanti) che sfociarono in
un’impegnativa Dichiarazione. E quello stesso anno, il 22 aprile, per la prima volta fu celebrata con
imponenti manifestazioni in tutto il mondo la Giornata della Terra.

Quali erano le proposte di questi pionieri dell’ecologia per quanto riguarda l’energia? Innanzitutto
priorità assoluta alla riduzione dei consumi energetici, con le tecnologie già allora note (tema non a
caso del tutto ignorato da Capra). Quindi sviluppo delle rinnovabili, in particolare delle diverse
tecnologie solari, già allora disponibili.
Queste proposte non furono prese in considerazione e colpevolmente non se ne fece nulla, puntando
tutto, con enorme sperpero di denaro pubblico, sul vicolo cieco del nucleare. Un fallimento
clamoroso non solo a causa dei referendum. Il nucleare non è decollato in tutto il mondo,
innanzitutto perché è economicamente insostenibile, se lo si vuol costruire in relativa sicurezza;
inoltre è una fonte destinata ad esaurirsi come i fossili e quindi non ci offre quella “libertà” che
invoca Capra; infine, come dimostra la perdurante (oltre 30 anni) impossibilità di trovare in Italia un

sito dove custodire per secoli e secoli scorie e rifiuti del “vecchio nucleare”, nel nostro Paese non si
trova un luogo adatto (se si esclude il giardino di casa di qualche nostro scanzonato politico), per
ragioni evidenti, se si tiene conto della necessaria disponibilità di grandi corsi d’acqua e nello stesso
tempo della distanza di 30-40 chilometri dagli abitati: l’Itala è densamente popolata, fragile dal
punto di vista idrogeologico ed a forte ed estesa sismicità, costellata di tesori storici, artistici e
paesaggistici. Capra cita la libertà, ma si dimentica della democrazia: due referendum contrari al
nucleare, e vuole riproporre un modello di sviluppo energetico controllato da quattro o cinque
società private, perché la ricchezza rimanga nelle mani di pochi. Il decentramento delle rinnovabili
invece genera ricchezza distribuita e ci prepara alle crisi di approvvigionamento prossime venture.
In conclusione, come dicevano i nostri padri: errare humanum est, perseverare diabolicum.


Massimo Cerani Marino Ruzzenenti


P. S. Se Capra volesse ripassare la “lezione del 1973”, ha l’opportunità di partecipare al Convegno promosso dal Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Micheletti presso la sala del Camino in via San Martino della battaglia 18, il 7 novembre prossimo.
Brescia 27 ottobre 2023


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