Devo confessare che non ho ancora finito di leggere il libro di Paolo Corsini e Marcello Zane. Mi ero ripromesso di aspettare fino alla fine, prima di esprimere un giudizio pacato e razionale. Ma non ce l’ho fatta: il fastidio per la palese “scelta di parte” (a fianco della classe dominante e delle sue espressioni politiche liberali e cattoliche) si è trasformato in indignazione di fronte alle forzature ideologiche che continuo ad incontrare mano a mano che proseguo nella lettura. Chiarisco subito che non mi aspetto, da parte di chi pretende di scrivere la Storia (anche con la maiuscola), un’improbabile “obiettività”. Tutti quanti, compresi ovviamente gli “storici”, hanno delle opinioni e sono chiaramente influenzati dalle “ideologie”. Anzi, guardo con sospetto quelli che amano definirsi “obiettivi”: nel migliore dei casi sono degli ingenui incoscienti, nel peggiore dei truffatori coscienti. Però c’è un limite, che si chiama “onestà intellettuale”. Oltre a non falsificare i dati (e anche su questo ho da ridire, nel caso specifico, come quando si parla di “opposizione cattolica” al fascismo -paragonata addirittura a quella socialista, comunista e anarchica – prima della marcia su Roma) bisognerebbe evitare l’uso ridondante di aggettivi (di segno positivo, se non apologetico, per la “parte” con cui ci si identifica, e negativo per la “parte” opposta), mantenere un equilibrio in termini di spazio, senza privilegiare ostentatamente la “propria” parte (guelfa in questo caso), ecc. Quando ho iniziato il libro ho subito notato un’esaltazione fastidiosa della “classe imprenditoriale” bresciana, considerata vera interprete dello stereotipo della “brescianità” (lavoratrice, intraprendente, parsimoniosa, tenace, ecc. ). Ma, cercando di mettere la sordina sul mio anticapitalismo da vetero-comunista “settario”, mi son detto: “Va beh, stiamo parlando della metà del XIX secolo, quando la borghesia, per lo meno in Lombardia, aveva ancora alcuni aspetti progressisti”. Anche quando ho visto un’acritica, positiva valutazione del cosiddetto “mondo cattolico” (persino in quegli anni, quelli del Papa-Re abituato all’uso delle forche!) ho deciso di ingoiare il mio anticlericalismo a prova di bomba, ed aspettare ad esprimere un giudizio. E così, mano a mano che proseguivo nella lettura, attraversando la crisi di fine secolo, gli anni di Zanardelli, la Grande Guerra, il Biennio Rosso (a cui è dedicato pochissimo spazio, guarda caso), il fascismo, la seconda guerra mondiale, ho visto che quel tipo di approccio, conservatore (e addirittura reazionario, in alcuni casi) è coerentemente diffuso in tutto il libro (almeno fino a pag. 200, dove sono giunto stamane). Ciò che mi ha spinto a scrivere queste righe di sfogo è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Fuor di metafora: non basta il continuo incensare la borghesia bresciana (anche quando le sue fortune sono legate al boom legato alla produzione di strumenti di morte durante la Grande Guerra!); non bastano gli atteggiamenti da baciapile (persino le forze cattoliche ultrareazionarie, contrarie a collaborare persino con i liberali più conservatori, sono definite “moderate”); non basta lo sguardo poco attento al movimento operaio socialista (con sprezzanti considerazioni sulle sue ali “intransigenti” e “massimaliste”); bisogna usare “la mel” (per dirla alla bresciana*) anche quando il “mondo cattolico” tradisce persino una delle poche idee che, se portate avanti con coerenza, non sarebbero così nefaste, come il presunto pacifismo e l’opposizione alla violenza. Mi riferisco al capitolo della seconda parte (Brescia fascista 1915-1945) dedicato alla “società”. In questo capitolo i nostri autori (non so a quale dei due addebitare le frasi che hanno fatto scattare la mia indignazione), esordiscono, parlando del 1915, con un “Brescia vive tra diffuse pulsioni patriottiche, operanti tanto nell’immaginario popolare quanto […] in significativi, corposi settori della classe dirigente“; dopo aver parlato del “martire trentino” Cesare Battisti, che con un “fervente, accalorato discorso in chiave patriottica” (quello del 22 ottobre 1914), ha lasciato “una profonda traccia nella coscienza di molti“, dedicano i loro sforzi all’ingrato compito di narrarci l’involuzione interventista del famoso mondo cattolico bresciano di fronte “all’inutile massacro” (frase del “lìder maximo” dei cattolici di allora, non mia). Già l’uso di “patriottico” al posto di “nazionalista” la dice lunga sulle simpatie dei nostri autori. E la frase sui cattolici che “oscillano da posizioni neutraliste a quelle più decisamente interventiste” senza ulteriori spiegazioni ricorda molto il metodo democristiano (ricordate le “convergenze parallele” di morotea memoria?). Comunque, quando si deve poi entrare nel merito e parlare delle scelte guerrafondaie della gerarchia cattolica non ci si può più nascondere dietro un dito. Ma ci si può sempre arrampicare sui vetri. Così il boss dei cattolici bresciani, il vescovo (monsignore, per i nostri autori) Giacinto Gaggia, passato “dall’iniziale neutralismo” alla “interpretazione della tragedia bellica come espiazione inflitta da Dio alla malvagità umana, approdando progressivamente a un sempre più convinto PATRIOTTISMO”, che invita i cattolici italiani “alla resistenza e a opporsi a ogni forma di disfattismo”. I nostri non nascondono (e come potrebbero?) il fatto che il cattolicesimo bresciano (e italiano, austriaco, francese, ecc.) si sia impegnato con zelo degno di miglior causa ad invitare i fedeli a scannarsi reciprocamente ( si citano i volantini intitolati Patria e Religione o anche Per la patria e per la fede) e abbia attaccato ferocemente i socialisti e gli anarchici, “fuorviati da teorie insane ed antisociali, o compri dell’oro nemico“. Per i nostri due autori i giornaletti cattolici militaristi come “La Fionda”, diretto da Andrea Trebeschi e autore di “Parvae favillae”, con la collaborazione del fior fiore dell’intellighencija cattolica bresciana (Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, Giovanni Fasser, Mario Apollonio, Mario Marcazzan) sono “battaglieri” (non c’è dubbio, visto l’afflato cristiano verso le trincee) e “palestra del cattolicesimo bresciano militante“, destinati, nelle parole del futuro capo della chiesa cattolica, apostolica e romana, a “preparare le coscienze degli studenti secondari ai futuri doveri religiosi e civili“. I nostri non specificano ( e tantomeno il giovane virgulto di Concesio destinato alla santità) se tra questi ultimi doveri ci sia pure il tirare fucilate o bombe a mano contro i cattolici austriaci, ungheresi, sloveni o croati. Ma, viste le premesse, arguisco che fosse sottinteso. Per far digerire l’indigesta minestra, i nostri, poche righe dopo, mettono in risalto il tardo antifascismo dei soggetti in questione, parlando degli arresti di Trebeschi durante la RSI (oltre vent’anni dopo, quando il destriero fascista si era trasformato in un ronzino zoppo!). Comunque ho deciso di continuare la lettura fino in fondo, fino all’elezione della sindaca Castelletti, tappa finale della “Nuova Storia di Brescia 1861-2023”. Fiducioso e in attesa di sorprese positive…..

Flavio Guidi

*Il miele, nel senso di usare guanti di velluto, o detto brutalmente “fare i ruffiani”


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