Semplificazione e costruzione della verità
Né aiuta lo scheletro discorsivo della vittimizzazione dell’Islam, inteso come dimensione omogenea e perseguitata, uno scheletro che cammina su quattro zampe:
-La (pseudo) storica: l’Islam, religione di pace rivelata a una popolazione di nomadi arabi, ha permesso di costruire una grande civiltà che si è estesa fin quasi al cuore dell’Europa e a gran parte dell’Asia e dell’Africa. Lo ha fatto (espandendosi) grazie alla superiorità che la sua società ha raggiunto nel campo della scienza, delle arti, della cultura. I popoli originari delle terre colonizzate o civilizzate (non “conquistate” o “occupate”) si conformarono volentieri e spesso con gioia al nuovo Dio e al nuovo sistema. Anche con le più antiche religioni monoteistiche (ebraica e cristiana) tutto sarebbe andato liscio se non fosse stato per la perfidia dell’Occidente e la malizia degli ebrei, che l’organizzarono: lotta per la Terra Santa, crociate, riconquista della Spagna , Battaglia di Vienna, Battaglia di Lepanto, caduta dell’Impero Ottomano, creazione dello Stato d’Israele, colonialismo anglo-francese e infine imperialismo americano. Come tutte le fiabe, anche questa può essere adattata a pubblici diversi: dal mercenario dello Stato Islamico al progressista francese che, incapace di reagire con la lotta, si vergogna delle – innegabili – atrocità commesse dai governi e dalle truppe (militari ed economiche). del proprio paese. È una versione che non regge ad una lettura storica minima, ma funziona.
-La gamba geostrategica. Fondamentalmente, l’Islam radicale combatte contro l’imperialismo yankee e russo, è una reazione alla pretesa occidentale di dominare e controllare, oltre a sfruttare le sue risorse, quelle terre sacre. D’accordo, l’Arabia Saudita è un grande alleato dell’Occidente. Certo, l’Iran va d’accordo con la Russia. Lo sappiamo, le milizie islamiste siriane ricevono il sostegno occidentale… Quindi accontentiamoci del fatto che l’Islam radicale si scontra frontalmente con il modello di vita e sociale americano (meno consumismo e – in parte – religiosità) e quindi occidentale ed è perciò anti- imperialista.
-La gamba sociologica. La stragrande maggioranza dei musulmani, radicali e non radicali (tra l’altro facciamo finta che siano tutti radicali) sono poveri, non esiste una classe media e tanto meno un’alta borghesia. Quindi vengono sfruttati. Oppressi e repressi. E se alcuni di loro lo vogliono, allora hanno tutto il diritto di pretendere moschee con minareti, di vivere in comunità chiuse secondo le loro regole, qui come nell’estrema Tule. La scuola, i luoghi pubblici, la legislazione e la società in generale devono adattarsi alle loro esigenze, che apparentemente non sono salari dignitosi, diritti del lavoro, pari cittadinanza, istruzione, salute, ambiente sano, rapporto rispettoso con l’ambiente naturale e gli animali e, in generale , una società non dominata dal capitalismo o dal feudalesimo, ma oratori con marmi e strutture di lusso, menù halal, poliziotte che indossano il niqab, facilitazioni per imporre il Ramadan a tutta la umma, adattamento degli orari delle piscine affinché le loro mogli possano andarci, potersi macellare le pecore in garage, andare in spiaggia vestiti, ecc.
-La gamba religioso-culturale: il secolarismo è un’invenzione della società corrotta e decadente del malvagio Occidente. Che in più è stato ed è tuttora condizionato da religioni monoteistiche che non sono quella vera. I suoi valori e i suoi costumi sono tipici di una civiltà degenerata: alcol, droga, sesso, consumismo. L’apertura all’Islam e alle sue interpretazioni più restrittive diventa quindi un minimo richiesto.
E sulla base di questi grandi postulati, i cacciatori di islamofobi che infestano i social network (fenomeno interessante, da analizzare come uno dei primi esperimenti di diffusione della post-verità su larga scala) si rimboccano le maniche:
Cominciano con il negare: Le foto degli omicidi, delle torture, della distruzione di opere d’arte millenarie, sono montaggi.
È un’operazione audace, poiché gli stessi criminali registrano e trasmettono le loro atrocità con efficienza agghiacciante, così i nostri complottisti finiscono per ammettere che forse c’è del vero, ma che è tutto il risultato dell’intervento ebraico e della CIA. Allo stesso tempo, e con poca coerenza, si oppongono a qualsiasi proposta di distruzione politica e/o militare di queste creature dell’imperialismo yankee.
E tendono a mantenere un discreto silenzio sulla partecipazione e il sostegno dei movimenti islamici radicali da parte delle potenze economiche e militari arabe, o al massimo applicano l’epiteto di “complici yankee” alle teocrazie del Golfo.
Quando possono, smussano il tutto con affermazioni del tipo: “sono quattro delinquenti” e si appellano alle statistiche: “è molto più facile morire per un incidente stradale che per un attacco islamista” o “tra i miliardi di musulmani i radicali sono una minoranza”.
Ripetono come un mantra “che la religione non c’entra niente”. Il terrorismo che attacca mercati e luoghi di culto rivali non ha nulla a che fare con l’Islam, né con gli Stati in cui è religione ufficiale e in 13 dei quali è prevista la pena di morte per gli apostati e gli atei, né l’applicazione della sharia nelle sue versioni originarie, con decapitazioni, lapidazioni, amputazioni, fustigazioni, roghi, impiccagioni per omosessualità e in generale tutte quelle cose che feriscono la nostra delicata sensibilità occidentale. Né con la dittatura dell’Arabia Saudita, che detiene il controllo del luogo più sacro dell’Islam e detta l’inizio del Ramadan.
Applicano la tecnica del “e tu di più” fino allo sfinimento: “anche gli occidentali hanno distrutto opere d’arte”, “anche l’inquisizione ha bruciato vive le persone”, “anche gli schiavisti bianchi hanno violentato le ragazze”, “perché vi lamentate per qualche migliaio di persone?” Cristiani, o yazidi o sciiti massacrati se gli ebrei uccidono indiscriminatamente i palestinesi?”.
Nel repertorio degli elementi a discarico dei “criminali falsamente islamici” non mancano mai i riferimenti al fatto che il fondamentalismo è una reazione all’arroganza dell’Occidente da parte dei popoli impoveriti e umiliati. È un ragionamento che piace, e che ha un fondamento reale (il ruolo predatorio e aggressivo delle potenze occidentali) anche se è difficile comprendere quale sia esattamente il ruolo, nella suddetta arroganza occidentale o sionista, delle popolazioni contadine o di pastori massacrati in Nigeria o nel sud della Siria dalle milizie islamiste.
È difficile anche capire perché i giovani che profanano i cimiteri ebraici o che picchiano gli israeliani sono “vittime di una società che li emargina”, se sono musulmani, e “maiali fascisti” se sono naziskin biancucci, per lo più cresciuti negli stessi quartieri e nelle stesse condizioni di povertà sociale e culturale.
“Terrorismo”? Quale “terrorismo”?
Sui muri e negli articoli di Facebook compaiono spesso argomenti architettati da intellettuali come Alain Gabon o da associazioni come la Fondazione Córdoba, vicina ai Fratelli Musulmani, che definiscono isterica la reazione occidentale al terrorismo islamista.
Branco di esagerati (dicono): cosa sono poche centinaia di morti (in realtà nel pianeta le vittime di questa forma di terrorismo sono circa 24.000)? Il traffico uccide molto di più! E perché parlare tanto di terroristi islamisti quando sono una piccola percentuale rispetto al totale dei terroristi anarchici, animalisti, ambientalisti, nazionalisti, neofascisti? Questa è una cortina di fumo! E tanta commemorazione delle vittime: Charlie Hebdo, Nizza, il prete decapitato (aveva già 80 anni in totale!) a cosa se non alla voglia di soffiare sul fuoco dell’islamofobia? E cosa c’entrano i settori salafiti, i Fratelli Musulmani e gli altri bravi fondamentalisti con quattro pazzoidi che sanno solo curlare Allah Akbar? E se tutti questi incidenti portassero i bianchi al grido di “Micky Mouse è il migliore” non ci sarebbe una reazione così isterica da parte dei media e delle popolazioni colpite? Perché no, branco di islamofobi?
E passano subito a denunciare l’islamofobia istituzionale che secondo loro ispira le centinaia di raid contro oratori, moschee e famiglie da parte della polizia in applicazione della legge antiterrorismo.
E, in una sinistra che non ha vissuto la caccia alle streghe degli anni ’70, ’80 e ’90 contro la lotta armata in Italia, Germania, Stato spagnolo, Irlanda, con migliaia di arrestati, torturati, assassinati e persino scomparsi, attecchisce. Trapela perché si è già persa l’abitudine di analizzare il ruolo strutturale degli apparati di polizia e repressivi.
Ed è così che reagiamo alla tenaglia tra individui e piccoli gruppi ispirati da un’ideologia mortale e gli Stati che sfruttano l’occasione con incessante efficienza per limitare le libertà collettive, per rafforzare il controllo sociale, per insediare il concetto di sicurezza nella massima misura possibile, valore supremo delle nostre società… come se si trattasse di semplice razzismo istituzionale, che va denunciato e contrastato semplicemente negando l’esistenza del problema utilizzato come alibi dal potere. Quelli di noi che hanno vissuto il clima di isteria creato dalle politiche antiterrorismo non molti anni fa sono sbalorditi da questa banalizzazione.
Inquietante è la banalizzazione in cui la poca o nessuna belligeranza nei confronti di individui o gruppi il cui odio è rivolto a persone colpevoli di essere diverse, di essere “l’altro”. Non vedere la differenza tra la lotta armata che non ha mai obiettivi civili e che prende precauzioni estreme per evitare errori (le Brigate Rosse non hanno usato per questo esplosivi, ETA e IRA potrebbero aver avuto un atteggiamento più cinico nei confronti delle “vittime collaterali”, ma non hanno mai hanno preso come bersaglio i civili) e il terrorismo, che consiste proprio nel diffondere in una città, in una società, il sentimento di insicurezza, di paura, perché andare a ballare, bere qualcosa, andare in un aeroporto, vedere un castello di fuoco in un mercatino di Natale può renderti un bersaglio. O essere ebreo o cristiano.
Banalizzazione che comprende operazioni direttamente immorali come la relativizzazione statistica, che, partendo dalla difesa dell’Islam, si fa del fenomeno. Proviamo solo a immaginare nel nostro mondo politicamente corretto cosa accadrebbe a qualcuno che affermasse che una campagna di isteria e paranoia è stata montata attorno alla violenza di genere che prende di mira la mascolinità, gli uomini. Perché in realtà muoiono più donne in incidenti stradali che per mano degli uomini. Perché in realtà muoiono anche tanti uomini, molti di più, uccisi da uomini. Che i casi della cosiddetta “violenza di genere” non hanno nulla a che vedere con il cosiddetto patriarcato e che il più delle volte si tratta di individui disturbati.
Oppure vediamo cosa succede quando un fanatico suprematista uccide dei musulmani qui, in Occidente: come accetteremmo il ragionamento del “non facciamo gli allarmisti, solo ad Algeri per la festa del sacrificio sono finiti all’ospedale più di 2000 macellai spontanei” che si erano feriti sgozzando pecore e agnelli”? Come reagire, quando ciò accade, ai tentativi della stampa di dissociarlo da qualsiasi corrente politica o religiosa, di presentarlo come un semplice assassino che non ha la testa a posto?
[continua]
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