Materiali per una storia della “nuova” sinistra bresciana (1968-1980), di Flavio Guidi

E’ terminata la prima fase del lavoro di ricostruzione della presenza dell’estrema sinistra nella realtà bresciana degli anni ’70 con la raccolta degli articoli usciti sulla stampa locale. Ben 1485 gli articoli usciti su Brescia Oggi (1974-1980), 839 quelli usciti sul Giornale di Brescia (1968-1980), 114 sul settimanale della diocesi bresciana La Voce del Popolo (1968-1980), 66 sul periodico della federazione del PCI, La Verità (1968-1976), 25 sul quindicinale della federazione democristiana, Il Cittadino, e 5 sul periodico della federazione del PSI, Brescia Nuova (1966-1980). Un totale di oltre 2500 articoli che sto ancora analizzando, per poi passare al lavoro sui volantini, documenti, manifesti, giornali locali prodotti dai protagonisti della ricerca, i “gauchistes” bresciani di quegli anni. Un lavoro non certo facile, per una sola persona (con la saltuaria collaborazione di alcuni altri), a cui ho già dedicato oltre due anni (il primo articolo, intitolato “Progetto Nuova Sinistra a Brescia, contro l’Alzheimer politico“, in cui si faceva appello ad un lavoro collettivo, è uscito su questo blog il 25 gennaio del 2021). Pubblico ora quello che dovrebbe essere il prologo-introduzione del lavoro definitivo.

Flavio Guidi

Prologo

Sto guardando una vecchia fotografia che un’amica mi ha appena inviato tramite Facebook: è di quasi mezzo secolo fa. Sono io, capelli lunghi, baffi e sguardo corrucciato, mentre sto cercando di diffondere il settimanale “Avanguardia Operaia”. Quasi sicuramente è il 29 o il 30 maggio del 1974, in una Piazza Loggia gremita, presidiata da delegazioni di operai e studenti da quando, alle 10.12 di quel maledetto 28 maggio, una bomba “fascista e di Stato”, ci ha portato via 6 compagni (e altri due si aggiungeranno nei giorni seguenti). Mi ricordo quasi perfettamente quei giorni. Soprattutto quella mattina di pioggia, fredda e grigia, pur essendo a fine primavera. Il corteo che avevamo fatto dal mio liceo, il Calini, fino in Piazza Loggia, inzuppati e infreddoliti. Le quattro chiacchiere scambiate con i compagni “adulti”, quasi tutti insegnanti, sull’appena concluso congresso della CGIL scuola, mentre Castrezzati, della CISL, cominciava a parlare. Mi sembra quasi di ricordare le parole esatte di Giulietta, che stava parlando, in quel capannello, del “documento Foggi”, che lei aveva sostenuto, con Luigi ed altri, nei congressi provinciale e nazionale. E poi Gigi Leone, il mio compagno di classe, di LC, che mi dice di andare sotto i portici a dare un’occhiata alle ragazze invece di ascoltare quei “burocrati di Castrezzati e Terraroli”. E quello scoppio, seguito immediatamente da una specie di vento caldo sulla nuca, mentre eravamo giunti sotto l’orologio appeso vicino a Tadini e Verza. E il panico, la paura, la rabbia nel vedere, ancora increduli, che si era trattato di una bomba, di una bomba vera, anche se il “crac” (che, riascoltato poi nelle registrazioni, è davvero un “boom”, e non un “crac”) che avevo sentito pochi secondi prima mi aveva fatto pensare ad una bomba carta. Perché vedo sangue vero a pochi metri da me….Poi la confusa corsa verso Piazza Vittoria, l’odiosa orrenda piazza piacentiniana, seguendo le indicazioni urlate dai microfoni da Castrezzati. E i tentativi di dirigerci verso Piazza Tebaldo Brusato, verso la sede dei fascisti del MSI, per vendicarci subito dell’attentato. Anche se non sapevamo ancora che c’erano dei morti. Tentativi comunque frustrati dal servizio d’ordine di PCI e CGIL-CISL-UIL, che organizza in pochi minuti dei cordoni intorno a Piazza Vittoria e ci respinge indietro, un po’ con brutalità, un po’ con paternalismo. In fin dei conti noi “estremisti, extraparlamentari, ecc.” siamo i “gnari”, i “stüdenc”, metà “provocatori” e metà discoli, i figli (spesso in senso letterale) di quei compagni che ci vogliono impedire di andare ad assaltare la sede missina. Per loro siamo “chei de lotta-lotta”, quelli che si sentono “più comunisti” di loro, quelli che li accusano di essere dei “revisionisti”, dei cala-brache. Quelli che si illudevano di cambiare Brescia, l’Italia, il mondo.

Introduzione

E’ passato più di mezzo secolo dal “fatidico” Sessantotto, da quella “rivoluzione” mancata che ha comunque profondamente segnato, nel bene e nel male, l’intero decennio successivo. Se nei primi trent’anni del post-68 si è scritto poco su quegli “anni formidabili”, nel nuovo millennio si è assistito ad un crescendo di pubblicazioni, riguardanti sia il cosiddetto “movimento” di allora, sia le singole organizzazioni. Ed anche l’attenzione alle realtà periferiche (al di là delle tre “capitali” della nuova sinistra, cioè Milano, Torino e Roma) comincia ad essere un po’ più consistente. Ha comunque senso oggi, nel terzo decennio del terzo millennio, contribuire a scrivere una “storia” dell’estrema sinistra bresciana degli anni Settanta del secolo precedente? Parlare di un fenomeno che ai più sembrerà marginale, di una città (e provincia) non certo centrale nella storia del nostro paese (con l’esclusione forse di quei terribili giorni di fine maggio del 1974). Insomma, un faticoso lavoro di “nicchia”, destinato probabilmente ai famosi 25 lettori di manzoniana memoria. Debbo confessare che me lo sono chiesto anch’io, prima di iniziare questa ricerca, e ancor più durante i molti mesi trascorsi tra l’Emeroteca della Biblioteca Queriniana, la Fondazione Micheletti, la Casa della Memoria, la Fondazione Calzari Trebeschi, gli archivi privati. Varrà la pena? Beh, ammettiamolo: lo stimolo principale è stato del tutto personale, visto che il sottoscritto è stato uno fra i tanti partecipanti a quella stagione di lotte, di speranze, di piccole vittorie e grandi sconfitte. Il fatto di essere stato in quella maledetta piazza, il 28 maggio del 1974, di averci perso due compagni (Giulietta Banzi e Luigi Pinto), ha segnato profondamente la vita, la mia e, credo, quella di altre centinaia (se non migliaia) di bresciani. In un certo senso è un impegno che, forse inconsciamente, mi sono preso in quella piovosa mattina di 49 anni fa: per me, per Giulietta, per Luigi, per i molti amici e compagni feriti quel giorno. E per i molti finiti in galera o denunciati in quegli anni “formidabili”. Ho rimandato per anni questo lavoro di ricerca, e ho deciso alla fine di farlo quando ho cominciato a vedere che molti dei protagonisti stavano, uno ad uno, lasciandoci. Mi son detto “Ehi, anche se a te sembra ieri, è passato mezzo secolo”. Non si tratta più di cronaca più o meno passeggera. Ormai è Storia. Storia locale, minore, sicuramente, ma Storia. Che ha coinvolto alcune migliaia di giovani studenti ed operai durante più di un decennio, convinti che fosse possibile rovesciare Brescia (e, ovviamente, l’Italia, e per molti l’Europa e il mondo) come un calzino. Perché, si sa, è una banalità dirlo (ma meglio sottolinearlo in tempi di Alzheimer storico-politico come i nostri) la nostra piccola Brescia, bigotta, conservatrice e provinciale, sentiva anche lei il vento caldo che soffiava non solo da Milano, Torino, Roma, Porto Marghera, Avola o Battipaglia, ma anche da Parigi, Città del Messico, Praga, Varsavia, New York, Londra, Berlino, Tokyo, Shanghai……E siccome le tracce del passaggio della meteora “gruppettara” ed “estremista” (giornali, volantini, documenti, scritte sui muri, ecc.) volevo fossero alimentate anche dalle memorie personali dei protagonisti, ho vinto la mia proverbiale pigrizia per intervistare, prima che sia troppo tardi (mentre lo scrivo con la mano destra ho scaramanticamente appoggiato la sinistra su un’altra parte del corpo) molti di quelli che diedero un contributo al lungo “sessantotto” bresciano. Alcuni hanno, per così dire, “fatto carriera” nei decenni successivi, diventando sindaci, assessori, consiglieri regionali, provinciali, comunali, dirigenti di partiti “rispettabili” (innanzitutto il PCI-PDS-DS e quindi nella nuova, ibrida creatura che è il PD, ma anche altri). Molti, la grande maggioranza, hanno via via abbandonato la scena politica. E forse, anzi probabilmente, hanno cambiato idea su quel loro impegno (o illusione) giovanile. Altri, pochi, continuano da allora a restare più o meno testardamente legati a quelle premesse (o promesse) rivoluzionarie mai realizzatesi. Cocciuti, ingenui e illusi per molti, coerenti per altri. Tanto per cercare di smentire il luogo comune: “incendiari a vent’anni, pompieri a quaranta” (ma qui si parla minimo di 60 o 70 anni!). Un piccolo, modesto contributo per far sì che quell’altra Brescia non scompaia del tutto dalla memoria collettiva di quest’angolo d’Italia.

Lo scopo di questo lavoro è quindi cercare di fornire alcuni elementi di storia di quella che si suole (o meglio, si era soliti) definire la “nuova sinistra” nel territorio bresciano. Ma cosa intendiamo con “nuova” sinistra (o sinistra cosiddetta “extraparlamentare”, “rivoluzionaria”, “estrema” “ultra” “extra” o, per arrivare alla definizione più diffusa negli ultimi tempi, sinistra “radicale”)? Ovvio che l’aggettivo “nuova”, se aveva un senso negli anni Settanta, ha perso via via significato nei decenni successivi (in particolare dopo la confluenza del grosso di quell’esperienza, a partire dagli anni Novanta, nel “contenitore” del Partito della Rifondazione Comunista). D’altra parte anche l’aggettivo “extraparlamentare” non era, già allora, privo di controindicazioni metodologiche, visto che, tra il 1969 e il 1972, e di nuovo dopo il 1976, una piccola pattuglia di parlamentari (prima i 5 de Il Manifesto, poi i 6 di Democrazia Proletaria) rappresentava, bene o male, alcune delle forze politiche facenti riferimento a quelle realtà. L’autodefinizione di “rivoluzionaria” (accettata da quasi tutte le forze politiche in questione) o di “estrema” (usata soprattutto dallo schieramento conservatore, ma non solo) possono probabilmente, proprio grazie alla maggiore genericità, essere meno contestabili. Dal mio punto di vista la scelta dell’uno o dell’altro di questi aggettivi non è così rilevante, purché sia chiaro l’oggetto della ricerca. In buona sostanza si tratta di quel vero e proprio arcipelago di gruppi, partiti, collettivi, organizzazioni più o meno formalizzate che si situavano (o almeno percepivano se stesse) a sinistra dei partiti “tradizionali” della sinistra storica nel nostro paese, cioè i partiti socialista (comprese tutte le varie scissioni) e comunista. Per essere precisi il fenomeno di una presenza “a sinistra” dei socialisti e dei comunisti non era un fenomeno nuovo nemmeno nella nostra provincia (e tanto meno in Italia o nel resto del mondo). Basti pensare alla tradizione anarchica e sindacalista rivoluzionaria che, dagli ultimi decenni del XIX secolo fino al “biennio rosso” (e in parte anche successivamente) rappresentò una concorrenza, a volte anche seria, per PSI, PSU e PCdI. Anche durante il “risveglio” del movimento operaio e socialista seguito alla lunga notte del fascismo, a partire dal marzo del 1943, questi fermenti di contestazione “da sinistra” delle linee politiche seguite dalle forze maggioritarie furono presenti nella nostra provincia, si rifacessero alla tradizione libertaria o a quella di un marxismo contrapposto sia alla socialdemocrazia che allo stalinismo1. Ma sicuramente fino alla grande esplosione del 1968 si trattò (con la parziale eccezione del biennio rosso, caratterizzato dal notevole sviluppo anche a Brescia delle correnti libertarie e sindacaliste rivoluzionarie) di un fenomeno estremamente minoritario, per non dire marginale. Con questo non voglio dire che la “contestazione” da sinistra di PSI, PCI e PSIUP (e CGIL) durante gli anni Settanta fosse riuscita a diventare un fenomeno maggioritario, né a Milano, Torino, Roma né, tanto meno, nella sonnacchiosa provincia “bianca” bresciana. Ma certamente non si trattò più di un fenomeno completamente marginale, relegato a qualche decina di “intellettuali” con poca o nessuna presa sul movimento operaio (e studentesco, e questa è la vera novità) bresciano. Come vedremo nel corso dell’esposizione, i “gruppettari”, gli “extraparlamentari”, i “gauchiste” bresciani, durante gli anni ‘70, pur divisi e in concorrenza tra loro, riuscirono a rappresentare, per lo meno tra i giovani (sia studenti che, in misura minore, operai o lavoratori in generale) una vera e propria sfida all’indiscussa egemonia dei “giganti” della sinistra tradizionale (in particolare del PCI, di gran lunga il più influente dei partiti operai storici nella nostra provincia, almeno nel decennio che qui ci interessa) sul movimento operaio. Una misura dell’influenza di questa “nuova sinistra” può essere l’analisi del voto giovanile: nel 1976 Democrazia Proletaria è il terzo partito tra gli elettori che possono votare solo alla Camera (18-25 anni), dopo DC e PCI. E tre anni dopo la somma di PdUP-MLS e NSU (circa il 14% del voto giovanile) perde il terzo posto, per pochissimo, grazie all’exploit dei radicali, che in quel contesto apparivano d’estrema sinistra. D’altra parte bisogna riconoscere che neppure la sinistra tradizionale riuscì mai a mettere realmente in discussione l’egemonia delle forze cattoliche e conservatrici (qui da noi rappresentate soprattutto dalla DC) nella società bresciana. Durante quegli anni possiamo dire, senza tema di smentite, che il “mondo” dell’estrema sinistra riuscì ad organizzare alcune migliaia di bresciani, soprattutto giovani tra i 15 e i 30 anni, riuscendo a diventare un attore, seppur, ripeto, minoritario, della vita politica, sociale e culturale della nostra provincia. Una presenza che, una volta esauritasi in gran parte la spinta degli anni ‘70, ha continuato, con alterne fortune, a cercare faticosamente un suo spazio fino ai giorni nostri, mantenendo, in un certo senso, delle forme di continuità (talvolta nelle stesse figure di riferimento) con quell’esperienza ormai lontana mezzo secolo.

Quattro sono i filoni politico-culturali che sono confluiti in questa esperienza. Un primo filone (non per importanza numerica ma semplicemente per una specie di “primogenitura” cronologica) è quello delle correnti storiche critiche rispetto alla sinistra tradizionale “istituzionale”. A Brescia, come ho già accennato, si tratta soprattutto della corrente anarchica, essendo praticamente inesistenti le correnti marxiste critiche pre ‘68 (bordighisti, trotskisti, ecc.) che vede in Ivan Guerrini, già animatore dell’anarchismo bresciano dal dopoguerra, la figura di riferimento, e che nella nostra provincia aveva mantenuto una presenza dal dopoguerra al 1968. La seconda “fonte” di militanti e attivisti è quella d’origine “comunista ortodossa” (che solo in senso molto riduttivo possiamo definire “stalinista-togliattiana”), cioè dei fuorusciti dal PCI e dalla FGCI. Per fare solo alcuni nomi, il primo nucleo del Manifesto (Andrea Ricci, Roberto Cucchini, Ettore Crocella, ecc.) viene proprio dal PCI. Anche la maggior parte dei primi gruppi “marxisti-leninisti” (che la stampa definiva “cinesi” per l’esplicito ed entusiastico riferimento alla Cina maoista), nati in alcuni casi (come la Lega dei Comunisti Marxisti-Leninisti) già prima del ‘68, ha questa origine (se non sempre dal punto di vista delle biografie dei protagonisti, almeno dal punto di vista dell’internità a quella tradizione). Elidio De Paoli, al tempo leader della Lega Marxista-Leninista, ne è un tipico esempio. Alcuni circoli legati formalmente al PCI, come il Circolo Grimau e il Circolo Banfi, furono in un certo senso “brodo di cultura” di energie poi riversatesi nella “nuova” sinistra. Una terza componente viene dalla sinistra socialista, in particolare dal PSIUP (1964-72): è probabilmente quella, se non numericamente, politicamente più significativa negli anni iniziali, tra la fine dei ‘60 e l’inizio dei ‘70. Ed è quella che, in parte, mantenne un rapporto più ambiguo, non di aperta rottura con il partito di riferimento. Pensiamo alla figura di Gastone Sclavi, leader sindacale CGIL (anche a livello nazionale), o ad uno dei principali leader del movimento studentesco tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, Arturo Squassina. Così come ad un altro protagonista “sessantottino”, approdato rapidamente al Manifesto, Mauro Bortoletto, anch’egli proveniente dall’area socialista (pur senza aver mai aderito allo PSIUP). L’ultima componente è quella d’origine cattolica, in particolare d’origine aclista o comunque legata al mondo delle “comunità di base”, dei “cristiani per il socialismo”, del cosiddetto “dissenso” cattolico, ecc. Il caso più conosciuto è quello di Giuseppe Anni, presidente delle ACLI nei primi anni ‘70, passato al Movimento Politico dei Lavoratori e, dopo lo scioglimento di quest’ultimo, al Partito di Unità Proletaria, fino a diventare il segretario provinciale di Democrazia Proletaria alla fine del decennio. Oppure di Marino Ruzzenenti, leader del movimento studentesco della Cattolica nel ‘68/69, fondatore (con altri) dell’effimera Avanguardia Proletaria Maoista, prima di confluire nel PCI nel 1971 e diventare in seguito un dirigente della CGIL. O ancora di alcuni dei fondatori del Gruppo Operai-Studenti di Villa Carcina, come Isaia Mensi e Magda Fontana, approdati in seguito a Lotta Continua. Anche i fratelli Diego e Claudio Bianchi, tra i fondatori dell’Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti) provenivano da quest’area. A voler essere precisi, esiste una “quinta componente”, che ha poco a che fare con le 4 componenti più direttamente politiche. Si tratta di quel settore giovanile (di solito nato subito dopo la fine della guerra) influenzato dalle culture più o meno underground spesso di derivazione anglosassone (ma in parte anche francese), che guardava con interesse al movimento dei provos olandesi, alla cultura beat americana e inglese, agli chansonnier francesi, insomma a quelle realtà culturali, musicali, artistiche che, nel decennio dei Sessanta, stavano diffondendosi a macchia d’olio anche al di qua delle Alpi. Franco Lombardi Mantovani, Carlo Ghetti (che troveremo tra i fondatori dell’UCI (m-l), lo stesso Ettore Crocella che abbiamo trovato tra i fondatori del Manifesto vengono da questa esperienza.

Molte sono le difficoltà che deve affrontare chi cerca di gettar luce sulla presenza di questo arcipelago di “ultrasinistra”. Rarissimi (se non del tutto inesistenti) i verbali di riunioni, assemblee, congressi. Scarse, almeno fino alla metà del decennio, anche le tracce nella stampa locale, legata al mondo conservatore (se non apertamente reazionario, come “La Notte”) o al massimo, per quanto riguarda i periodici non quotidiani, ai partiti “storici” della sinistra tradizionale. Entrambi, per motivi diversi, hanno sempre preferito minimizzare, se non tacere del tutto, la presenza di queste realtà (peraltro difficilmente inquadrabili nei primi anni della “contestazione”, come veniva chiamata allora). I volantini, i manifesti, i giornaletti ciclostilati, molto diffusi, forniscono indirettamente una serie di informazioni ma, per ovvi motivi, ci dicono ben poco del loro reale radicamento, della consistenza numerica, del peso politico effettivo. Archivi con tessere, statistiche sulla diffusione della stampa, ecc. sono quasi inesistenti. D’altra parte le stesse testimonianze dirette sono quasi sempre imprecise e, ça va sans dire, da prendere con le pinze per definizione . Inoltre, analizzando le lotte studentesche, operaie, popolari in genere, di quei 12 anni, risulta estremamente difficile orientarsi, capire dove finiva il ruolo, per esempio, dei militanti del PCI o dello PSIUP (magari critici) e dove iniziava quello dei militanti gauchiste, spesso meno contrapposti di quanto possa sembrare ai primi nelle lotte “contro i padroni”, soprattutto negli anni tra il ‘68 e il ‘70, quando tutto era molto fluido. Si può dire che, grosso modo, il ruolo dell’estrema sinistra appare particolarmente significativo nel mondo giovanile (in particolare studentesco), molto meno nelle realtà “adulte” (in primis nelle realtà di fabbrica), anche se l’inserimento nelle strutture sindacali non era certamente assente (persino a livelli dirigenti, vedi per esempio il caso del già citato Gastone Sclavi , che è la tipica figura “di transizione” tra i partiti tradizionali – in questo caso lo PSIUP – e la nuova sinistra post 68).

1Vedi in particolare “Per una nuova storia locale”, Materiali e Proposte sul Bresciano, Biblioteca Archivio Luigi Micheletti, Nuova Ricerca Editrice, Brescia, 1978. In particolare il capitolo a cura di Mauro Bortoletto.


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