Dopo le elezioni amministrative di domenica scorsa (e la successiva decisione di Sanchez di anticipare le elezioni politiche) i giornali, in Italia come nello Stato Spagnolo, hanno battuto la grancassa sulla presunta “svolta a destra” nella penisola vicina. Il gioco è trasparente: il cosiddetto “governo più progressista” della Spagna post-franchista è stato una delusione, ed ora trionferà la destra. Gioco facile per la destra, chiaro, ma anche per quasi tutto il resto dello schieramento politico-parlamentare che, pur vicino al PSOE (come il PD), teme da almeno 7 od 8 anni che l’egemonia della socialdemocrazia venga messa in discussione da sinistra, come si è rischiato qualche anno fa con l’exploit di Podemos. Non è mia intenzione negare che nello Stato Spagnolo si assista da almeno tre anni ad un più o meno lento scivolamento a destra, grazie al riassorbimento di Ciudadanos nel Partido Popular e al consolidamento dell’estrema destra di Vox. Ma mi piace, come sempre, ficcare il naso nei numeri reali, per rendermi conto di quanto ci sia di vero nel chiacchiericcio giornalistico. E ho scelto due città-simbolo: una è Barcellona, una delle metropoli più “progressiste” d’Europa (e probabilmente del mondo) e Cadice, una media città andalusa, teatro di un forte conflitto sociale l’anno scorso, e guidata da un sindaco, “Kichi”, appartenente ad Anticapitalistas, la sezione dello Stato Spagnolo della Quarta Internazionale.
Cominciamo da Barcellona, che è la situazione più complicata, grazie alla presenza della componente indipendentista. Devo dire che, in questo caso, è molto difficile accettare la lettura semplicistica della “svolta a destra”. Certamente il partito che è arrivato al primo posto, Junts per Catalunya (Uniti per la Catalogna), guidato da Trias (che fu già sindaco di Barcellona tra il 2011 e il 2015, con molti più voti di oggi), è erede di un partito di tipo liberal-conservatore e catalanista (Convergencia i Uniò), ufficialmente antifranchista, che, negli ultimi anni, in seguito alle politiche accentratrici di Madrid, ha avuto una svolta in senso indipendentista e repubblicano, avvicinandosi allo spazio politico occupato storicamente da ERC (Sinistra Repubblicana di Catalogna), il principale partito della sinistra catalanista. Comunque il partito di Trias, che ha ottenuto 149 mila voti (22,2%), è difficilmente qualificabile oggi come “destra” tout court. I voti presi da Junts sono stati quasi sicuramente sottratti a ERC. Probabilmente nello spazio indipendentista non anticapitalista (occupato dalla CUP) la percezione di ERC è di “minor radicalità”, vista la disponibilità a una certa collaborazione con un partito, come il PSOE, percepito come “spagnolista” da molti catalanisti. La somma dei due partiti, infatti, è 224 mila voti (33,7%), di poco inferiore ai 240 mila (però 31,8%, visto il calo dei votanti, dal 66,2% del 2018 al 60,6 di oggi) di 5 anni fa. Lo spazio independentista a BCN è tutto sommato rimasto lo stesso, intorno ad un terzo dei votanti, con un ribaltamento dei rapporti di forza interni tra Junts e ERC. Per quanto riguarda la presunta debacle della sinistra (e, generosamente, vi includiamo pure i socialisti) diamo di nuovo un’occhiata ai numeri. Socialisti e Barcelona en Comù (la coalizione guidata da Ada Colau, sindaca dal 2015 ad oggi) hanno ottenuto lo stesso numero di voti: 132 mila ciascuno, pari al 19,8%. Per BCN en Comù non è andata troppo bene: nel 2018 aveva ottenuto 156 mila voti (20,7%). Meglio è andata ai socialisti, che, pur perdendo 7 mila voti, aumentano di un punto e mezzo la loro percentuale. La CUP, coalizione indipendentista e anticapitalista, non è riuscita nemmeno stavolta a superare lo sbarramento: ha ottenuto 25 mila voti (3,8%), 4 mila meno che nel 2018, e quasi la stessa percentuale di voti. Altri micropartiti progressisti (tra i quali il più importante è quello animalista) hanno ottenuto circa 8 mila voti (poco più dell’1%), cifra di poco superiore a quella di cinque anni fa. Sommando il tutto, la “Barcellona di sinistra” (dagli ultra-moderati del PSC agli anticapitalisti della CUP) ha ottenuto 297 mila voti (44,6%), un decimo in meno di 5 anni fa (erano stati 330 mila voti, 43,8%). Se vogliamo aggregare a quest’area anche ERC (il partito di Companys, ricordiamolo, fucilato dai franchisti) il quadro peggiora un po’, dato il passaggio di voti verso Trias: 372 mila voti (55,4%), rispetto ai 491 mila (64,9%) del 2018. Barcellona resta comunque, dati alla mano, una città “di sinistra”. E la destra, inopina-tamente promossa “vincitrice” dai nostri pennivendoli? Il PP cresce, ottenendo 61 mila voti (9,2%) rispetto ai 38 mila (5%) di cinque anni fa. Ed anche l’estrema destra di Vox ha un piccolo successo, passando da 9 a 38 mila voti (dall’1,2 al 5,7%) riuscendo ad entrare in consiglio comunale. Ma ciò avviene grazie allo svuotamento di Ciutadans-Valents, che passano da 99 mila voti (13,5%) a 22 mila (3,4%). Complessivamente la Barcellona reazionaria e “spagnolista” passa dai 147 mila voti (19,4%) del 2018 ai 121 mila (18,3%) di oggi. Come “svolta a destra” mi sembra mica male! In buona sostanza, i rapporti di forza elettorali restano sostanzialmente invariati tra le tre grosse aree: l’unica vera novità (ma che non è tale se pensiamo agli anni tra il 1977 e il 2015) è il ribaltamento in seno all’indipendentismo e, in misura molto minore, il minuscolo rafforzamento dei socialisti rispetto alla stagnazione della coalizione della Colau (che magari dovrebbe porsi qualche domanda).
Purtroppo è andata peggio a Cadice, dove davvero c’è stata una svolta a destra, anche se gonfiata dai mass media compiacenti. La crisi di Unidas Podemos, scoppiata tre anni fa, è indubbiamente all’origine della sconfitta. Se nel 2018 la coalizione che aveva riportato Kichi al “potere” aveva ottenuto 26.498 voti (pari al 43,6%), oggi la principale erede di quella coalizione, Adelante-Izquierda Andalucista, la cui componente fondamentale è Anticapitalistas, si è fermata a 11.320 voti (19,6%), mentre Podemos si è ridotta a 999 voti (1,7%). In pratica dimezzati i voti di 5 anni fa. Chi ne ha approfittato è stato in parte il PSOE, che passa da 10.474 voti del 2018 (17,2%) a 11.558 (20%), e altri piccoli partiti progressisti (tra i quali gli animalisti del Pacma), che passano dai 742 voti (1,2%) di 5 anni fa ai 6005 (10,3%) di oggi. La sinistra comunque perde in termini assoluti (da 37.714 voti a 29.882, 53,7%) e in percentuale (dal 61,6% al 53,7%). Chi guadagna, a destra, è il PP, che diventa il primo partito gaditano, con 23.198 voti (40,1%), rispetto ai 13.397 (22%) del 2018. Il crollo di Ciudadanos (da 6.659 voti, 11%, ai 1001 voti – 1,7% ) spiega in buona parte questo risultato, di cui non riesce ad approfittare l’estrema destra di Vox (da 2.294 voti – 3,8% – ai 2678 di oggi, pari al 4,6%) se non in minima parte. Resta il fatto preoccupante che la destra avanza, passando dai 22.350 voti (36,8%) del 2018 ai 26.877 (46,3%) di oggi. La maggioranza dei gaditani, comunque, come si evince dai numeri, resta tuttora a sinistra, nonostante la sconfitta della sinistra anticapitalista. Siamo comunque ben lontani, per lo meno dal punto di vista dell’orientamento elettorale, dal disastro italiano.
FG
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E’ abbastanza semplice capire perché i “progressisti” gridano alla svolta a destra, è uno dei pochi modi (il più efficace) per mantenere i loro voti e “eliminare” la concorrenza a sinistra. Non potendo contare su un consenso basato sulle loro politiche concrete di tipo neoliberista, si cerca di urlare al lupo al lupo per minacciare che se non li si sostiene arriva il peggio…
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