di Andreu Coll

Russi fuori, americani dentro, tedeschi giù!

Dato che la principale richiesta di Putin è la garanzia che la NATO non accetti altri paesi, e in particolare l’Ucraina o la Georgia, ovviamente non ci sarebbe stata alcuna motivazione per l’attuale crisi se non ci fosse stata un’espansione dell’Alleanza Atlantica dopo la fine della Guerra Fredda o se l’ampliamento fosse avvenuto in conformità con la costruzione di una struttura di sicurezza in Europa che includesse la Russia. Jack Matlock, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Russia (35), 15/02/22.

La nota frase di Lord Ismay (il primo Segretario Generale della NATO) che apre questa sezione descrive bene gli obiettivi strategici di questa organizzazione. In sostanza, mantiene oggi la sua validità a condizione che l’allusione ai tedeschi sia estesa a tutta l’Unione Europea. Mi spiego. Ho detto sopra che lo shock della guerra, la campagna mediatica che accompagna la guerra del “bene” (la difesa della civiltà e dei “valori” europei [36] da parte degli ucraini) nella sua lotta contro il male (la “barbarie asiatica” rappresentata dai russi ) e un ambiente neo-maccartista contro il dissenso intellettuale e politico porta alcuni settori della sinistra a nascondere un fattore fondamentale nell’attuale crisi, ovvero che, così come l’unico responsabile dell’invasione dell’Ucraina non è altro che Putin e il suo delirio neo-zarista, non è meno vero che l’estensione della NATO all’Est e la falsa chiusura della Guerra Fredda, nonché il sistematico rifiuto di rispondere alle richieste diplomatiche russe negli ultimi trent’anni da parte dei ministeri degli esteri occidentali, in generale, e di quello nordamericano in particolare, hanno gran parte della responsabilità per aver fatto saltare in aria ogni possibile architettura politica di pace in Europa. È sempre stato più comodo per le contraddizioni europee (crisi economica e disuguaglianze Nord-Sud e crisi del debito nell’UE, aumento del populismo reazionario, crisi migratoria, Brexit, ecc…) e, in particolare, per le relazioni euroamericane, escludere sistematicamente la Russia dal concerto europeo (37), poiché non ha mai smesso di definirsi uno Stato nemico della NATO. Se c’è un argomento fatto da Gilbert Achcar nel suo dibattito con Stathis Kouvelakis (38) che mi sembra del tutto insostenibile, è quello di caratterizzare la guerra imperiale in corso allo stesso modo degli interventi occidentali come la conquista dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 (39). Non è paragonabile per diversi motivi: non ha una motivazione economica paragonabile alla prima —il controllo di enormi risorse energetiche con i vantaggi competitivi che comporta rispetto ai blocchi economici rivali non è paragonabile al potenziale di cereali o ai minerali rari ( come il litio) che può avere l’Ucraina – né lo stesso significato geopolitico – la vicinanza dell’Ucraina alla Russia non ha lo stesso significato quando la possibilità di mettere armi di distruzione di massa mirate alla Russia è molto reale, a differenza delle immaginarie armi distruzione di di massa dell’Iraq (a più di 10.000 chilometri dai confini americani), che, quando esistevano, erano stati, tra l’altro, forniti dagli Stati Uniti e dallo stesso Donald Rumsfeld negli anni ’80 per schiacciare l’Iran della rivoluzione islamica. A mio parere, la lotta contro la NATO come alleanza militare imperialista spetta al popolo ucraino. Ma credo anche che la questione se aderire o meno alla NATO non possa essere ridotta esclusivamente a un problema democratico. In questo caso si aggiunge che, se lo Stato limitrofo ritiene — con maggiore o minore giustificazione poco importa — che detta integrazione supponga un “pericolo esistenziale”, credo che sia ragionevole, come minimo, tenere conto di questo fatto e almeno contemplare la necessità di garantire, come afferma in teoria la stessa NATO nei suoi “principi”, che un eventuale allargamento non vada a detrimento delle legittime esigenze di sicurezza di un altro Stato. Che i governi della NATO ignorino sfacciatamente questo aspetto non dovrebbe sorprendere nessuno, ciò che sarebbe molto più inquietante è che militanti di sinistra e antimperialisti vedessero le cose più o meno allo stesso modo e liquidassero ogni sfumatura come rozza propaganda del Cremlino. Immaginiamo per un momento la situazione, non del tutto esclusa dopo la Brexit e il contesto di instabilità e crisi politica, economica, sociale e democratica che si è aperta nel Regno Unito (40), che la Scozia (una nazione che, nonostante i grandi conflitti, ha condiviso uno Stato con l’Inghilterra e il Galles per più di tre secoli, cioè è un “popolo fratello” per la maggioranza della popolazione) celebri, dopo un notevole sostegno politico e finanziario della Russia ai partiti indipendentisti, un referendum contro la volontà di Downing Street, proclami l’indipendenza e attui una politica del fatto compiuto senza raggiungere alcun accordo di separazione concordato con il Regno Unito, cosa che la maggior parte degli inglesi sperimenterebbe come un grande trauma e una tremenda umiliazione in uno dei contesti politici più difficili della loro storia. Sarebbero abbastanza probabili grandi conflitti interni, controversie sui confini e dislocazioni economiche e tariffarie molto considerevoli. Né sarebbe da escludere che Londra sostenesse e finanziasse le regioni più unioniste della nuova Scozia. Quello scenario, di per sé, creerebbe forti tensioni tra Londra ed Edimburgo. Ora immaginiamo per un momento che di fronte a queste tensioni, Edimburgo accetti prestiti di milioni di dollari da Russia e Cina e riceva consiglieri militari e sistemi d’arma all’avanguardia dal Cremlino. E che di fronte alle proteste di Londra, si sostenga da sinistra che non sono legittime, dal momento che il diritto all’autodeterminazione degli scozzesi deve essere sostenuto e che le richieste di Downing Street di impedire l’installazione di armi offensive ostili nel paese vicino non sono accettabili data la storia degli interventi imperialisti britannici in tutto il mondo. Ora facciamo un passo avanti, supponiamo che, visto l’aumento delle tensioni con l’Inghilterra e in segno di gratitudine per il sostegno finanziario e militare fornito, la Scozia recentemente indipendente decida di cedere l’uso dell’ex base sottomarina nucleare britannica Polaris a Clyde alla flotta di sottomarini nucleari russi nel Baltico e che la Russia giustifichi questa acquisizione dicendo che non è contro la sicurezza dell’Inghilterra, ma una misura per aiutare a proteggere la sicurezza del confine meridionale degli Stati Uniti dall’instabilità generata dai flussi migratori dal Messico (41). È molto probabile che le autorità londinesi non solo non apprezzerebbero il senso dell’umorismo russo, ma probabilmente lo prenderebbero anche come una provocazione inaccettabile e invierebbero una sorta di ultimatum agli scozzesi. Sostenere che la salvaguardia della sicurezza nazionale inglese lungo i suoi confini non è legittima a causa del suo indiscutibile passato (e presente…) imperiale e della sua lunga storia di guerre di oppressione nazionale contro la Scozia sarebbe, a mio avviso, a dir poco demagogico. Penso che la posizione ragionevole sarebbe quella di cercare un futuro denuclearizzato per la Scozia e una sorta di status neutrale concordato con Downing Street e le grandi potenze, come Austria e Finlandia – due paesi perfettamente democratici e sovrani – di cui hanno goduto dalla fine della II guerra mondiale, indipendentemente dall’ovvia storia britannica di oppressione nazionale e passato imperiale. Ebbene, allo stesso modo in cui una seria sinistra scozzese e internazionale, pur rifiutando che le grandi potenze dettino la politica di difesa delle piccole nazioni, ponga questo scenario per un’ipotetica Scozia indipendente, mi sembrerebbe una catastrofe politica e intellettuale di prim’ordine che permeerebbe la sinistra con la narrativa propagandistica carica di demagogia e cinismo propagata dalla NATO in relazione a fatti, non ipotesi immaginarie, che si sono verificati in Ucraina almeno dal 2014 (42). Certamente, la visione che si ha in diverse parti d’Europa su cosa sia la NATO varia a causa della storia particolare di ogni paese (43). Non è lo stesso in Portogallo, dove la pretesa difesa delle libertà contro il totalitarismo che detta organizzazione proclamava non era un impedimento a incorporarvi la dittatura salazarista; in Italia, dove il terrorismo nero della strategia di tensione legata alla NATO mirava ad impedire con ogni mezzo una vittoria elettorale dei comunisti; o in paesi che hanno subito colpi di stato sponsorizzati dalla NATO come quello dei colonnelli in Grecia nel 1967 o quella di Evren in Turchia nel 1980 (44)… che nei paesi dell’Europa orientale, soggetti per quasi cinquant’anni alla dominazione stalinista, dove la caduta dell’URSS ha aperto orizzonti di libertà e benessere grazie al “sogno” europeo e alla promessa di “protezione” della Nato contro l’orso russo. Questo è ben compreso in Spagna, dove i settori più intelligenti della borghesia che avevano patrocinato il regime franchista compresero che un regime liberale integrato in Europa era essenziale per la ricomposizione dell’egemonia borghese nel Paese e un sistema molto più sicuro per gestire la crisi del capitalismo e le politiche di austerità che inevitabilmente accompagnarono la lotta per recuperare i tassi di profitto perduti dal capitale negli anni ’70. Anche qui il ricatto di accettare l’integrazione della NATO è stato utilizzato come un tributo necessario nel nostro cammino verso i diritti democratici e sociali europei. Tuttavia, e ammettendo che fossero altri tempi, la sopravvivenza di una sinistra classista e rivoluzionaria ha permesso di condurre una decisa lotta pacifista contro i blocchi militari e contro la logica sterminista (nell’espressione di E.P. Thompson) delle armi nucleari senza per questo, per esempio, smettere di sostenere la lotta armata rivoluzionaria in Centroamerica. Dico tutto questo perché probabilmente nell’Europa di oggi c’è anche una correlazione molto chiara tra lo stato organizzativo e ideologico della sinistra anticapitalista e il giudizio che la NATO merita. Nell’attuale situazione politica, questo non è un dibattito secondario, poiché influisce in modo determinante sull’analisi che si sta facendo del più grave conflitto militare che abbia scosso il continente dalla seconda guerra mondiale e condiziona le alleanze di sinistra e i compiti di solidarietà e di lotta per la pace in questa fase. E’ estremamente preoccupante che un settore della sinistra anticapitalista europea abbia adattato il suo discorso alle simpatie per la NATO che provengono dalla sinistra politica praticamente inesistente dei paesi dell’Est Europa, regione che ha i governi più reazionari del continente dopo quello di Putin e che incoraggiano più apertamente l’intervento diretto della NATO nel conflitto, in particolare Polonia e Lituania (45). Questa posizione, a mio avviso, non solo non aiuta ad elevare il livello di coscienza politica e a sviluppare una sinistra di classe in quei paesi, che continuano a subire le conseguenze della devastazione sociale e ideologica dello stalinismo, ma distorce gravemente anche l’analisi della natura del conflitto in corso e contribuisce alla perdita di prestigio di una sinistra europea che dovrà resistere a una nuova ascesa militarista,di austerità e liberticida in tutto il continente.

La geopolitica, come la forza di gravità, opera anche se è invisibile.

La buona politica consiste nel far credere alle persone di essere libere” Napoleone Bonaparte

Esiste la geopolitica (46) ed esiste anche la correlazione di forze tra le potenze imperialiste, anche se non c’è stato alcun voto all’ONU. Come è noto, le lotte di potere tra grandi potenze condizionano notevolmente le relazioni internazionali in lunghi periodi storici e impongono dinamiche che inevitabilmente limitano la gamma di opzioni democratiche che i popoli possono adottare. Questo fatto ci costringe a capire che le lotte per l’emancipazione sono sempre sovradeterminate da lotte inter-imperialistiche, così come la forza di gravità esiste indipendentemente dall’opinione che si merita Isaac Newton, per esempio. Lo dico perché l’Europa e il mondo, ma soprattutto Ucraina, Russia e il resto delle ex repubbliche sovietiche, stanno pagando a caro prezzo la falsa chiusura della Guerra Fredda. Come in altri contesti storici, l’atteggiamento delle potenze vittoriose ha segnato drasticamente le dinamiche di un lungo periodo storico. Vediamone alcuni esempi. Le potenze che sconfissero l’impero napoleonico nel 1814 ebbero la prudenza di rispettare, in senso lato, l’integrità territoriale della Francia, di integrare il Paese nel Congresso di Vienna ed evitare umiliazioni irreversibili che avrebbero portato all’esplosione del concerto europeo, che, nonostante alcuni conflitti brevi e localizzati, riuscì a preservare un equilibrio abbastanza stabile nel sistema degli Stati ed evitare grandi guerre durante il secolo che precedette la Grande Guerra del 1914-18. Tuttavia, il Diktat di Versailles impose alla Germania condizioni draconiane (colpa esclusiva del conflitto, significative perdite territoriali e soffocamento economico per riparazioni di guerra impagabili) che avrebbero gettato le basi per una grande vendetta del militarismo tedesco, che si sarebbe concretizzata nel progetto imperiale del nazismo. Dopo l’esito apocalittico della seconda guerra mondiale, gli alleati che avevano sconfitto l’Asse cercarono di assicurare lo sviluppo economico tedesco, di impedirne l’emarginazione dal sistema ONU e addirittura di cancellare il suo debito estero nel 1953; inoltre, ne accettarono il ruolo di primo piano, attraverso la partenariato con la Francia, nella promozione del progetto di integrazione europea (47). Il caso tedesco dopo il 1945 contrasta drammaticamente con i maltrattamenti subiti, in primis, dall’Unione Sovietica ai tempi di Lenin e Trotsky, quando tutte le potenze imperialiste realizzarono, con il loro intervento durante la guerra civile, se non il completo crollo che volevano . dell’esperienza rivoluzionaria dei bolscevichi, almeno l’imposizione di una distruzione fisica, economica e morale che contribuì in modo decisivo a gettare le basi per l’involuzione antidemocratica e burocratica dello stalinismo e che ridusse radicalmente e del tutto irreversibilmente l’attrattiva della Rivoluzione sovietica come società alternativa per il grosso delle classi popolari dei paesi capitalisti sviluppati… fino al suo crollo finale sotto la pressione combinata della corsa agli armamenti e della cronica inefficienza economica e la conseguente continua stagnazione delle condizioni di vita materiali della popolazione. Insomma, con la Perestrojka in URSS, la buona volontà e la generosità pacifista e riformista mostrata da Gorbaciov non solo non ha suscitato alcun tipo di reciprocità tra le potenze occidentali nei tempi della “pace fredda” (48), ma è stata percepita come una grande occasione per portare a termine un progetto di dominio globale e come segno di debolezza che meritava solo gesti di disprezzo e arroganza. Come è noto, la rinascita del nazionalismo imperialista russo rappresentato da Putin e le sue proteste impotenti e i grugniti sistematicamente ignorati nelle cancellerie della NATO non sono estranei a questa sequenza storica.

Combattiamo il nostro stesso imperialismo in tempo di pace, lasciamolo fuori dai giochi in tempo di guerra! Sul ruolo della NATO

Ricordare che la sensibilità umanitaria degli Stati Uniti (e dell’Europa) è molto selettiva, che ha sostenuto i massacri del regime indonesiano nel 1965, che ha ideato il colpo di stato cileno nel 1973, che ha sostenuto la rappresentanza dei Khmer rossi all’Onu fino al 1988 (!), che ha appoggiato Saddam Hussein contro l’Iran, che ha equipaggiato l’esercito turco a prezzi stracciati, che ha creato i contras in Centroamerica e che ha addestrato sicari colombiani, non basta per escludere una possibile buona azione. Ma è sufficiente per interrogarsi sui motivi di una “etica” così eccezionale, il suo perché, il suo per come e il suo a quale scopo”. Daniel Bensaid, Contes et legendes de la guerre étique, 1999. Sebbene questa guerra sollevi non pochi angosciosi interrogativi e inquietanti incognite, ci permette comunque di conservare alcune certezze. La prima è che, comunque finisca, questa guerra è già, di per sé, una grande opportunità per la NATO in generale (49), e per gli Stati Uniti in particolare, da ogni possibile punto di vista. E penso che sarebbe particolarmente inquietante se queste argomentazioni non fossero condivise da ciò che resta della sinistra in Europa (50):

a) Dopo lunghi anni di allargamento ad Est (51), di intervento negli affari interni di Georgia e Ucraina, dopo l’installazione di scudi antimissilistici in Romania, Polonia e Spagna (giustificata dalla minaccia nucleare posta da… Iran, sic!) e di denunce sempre più intense contro l’autocrate del Cremlino, ha portato la Russia a lanciarsi in un conflitto armato che opera come una sorta di profezia che si autoavvera di un’organizzazione che ha bisogno del conflitto in Europa per giustificare la sua esistenza, espandersi e (rin)saldare la sua coesione interna.

b) Permette di fornire uno sbocco a uno di grandi business condiviso da ciascuna delle potenze imperialiste (52) (comprese, ovviamente, Russia e Cina), il che è un grande impulso al complesso militare-industriale. In un recente articolo (53), che a mio avviso confonde e sottovaluta grossolanamente la responsabilità della NATO nello scoppio della guerra in Ucraina (54), Pierre Rousset e Mark Johnson affermano quanto segue: “Non vediamo alcuna contraddizione tra la richiesta di ridurre la spesa militare in Paesi della NATO e la fornitura di armi all’Ucraina. In effetti, la consegna di armi all’Ucraina senza aumentare i budget militari nei paesi membri della NATO contribuirebbe alla riduzione dell’arsenale della NATO. Naturalmente, ciò avrebbe solo un effetto limitato, dal momento che i paesi della NATO stanno fornendo all’Ucraina per lo più armi già vecchie, in particolare quelle dell’era sovietica che sono ancora in uso o immagazzinate nei paesi della NATO nell’Europa orientale“. Penso che il minimo che si possa dire di questa affermazione è che la spedizione di armi antiquate dei tempi della Guerra Fredda è totalmente aneddotica e avrebbe a che fare solo con consegne dall’ex RDT o dalla Polonia, una parte totalmente marginale se prendiamo in considerazione l’intera assistenza militare occidentale. Se analizziamo le spedizioni inviate dagli Stati Uniti (55) e dal Regno Unito, ad esempio, vedremo che ci sono armi all’avanguardia fresche dalle loro fabbriche e, sebbene sembrino gratuite per l’Ucraina (dal punto di vista economico, dal momento che ovviamente non lo sono mai dal punto di vista politico, come sanno benissimo gli autori dell’articolo), senza dubbio non lo saranno dal punto di vista del favoloso trasferimento di risorse pubbliche originato dallo sfruttamento del lavoro verso il profitto privato capitalista che caratterizza i complessi militar-industriali (56). Pur riconoscendo che la sinistra occidentale non può dire agli ucraini dove trovare le armi di cui hanno bisogno per difendersi dall’invasione di Putin, non è meno vero che ci sono una serie di grandi problemi politici per la sinistra nei paesi imperialisti occidentali: 1. Preoccupati di chiederti, come minimo, se le spedizioni di armi in Ucraina da parte dei nostri nemici di classe stiano perseguendo gli stessi obiettivi che stiamo sostenendo. 2. Considera quali implicazioni strategiche ha questa apparente convergenza tattica a breve e medio termine con le iniziative di intervento militare (anche se per procura) dei nostri stessi governi nella guerra (57). 3. Chiediti se è vero, come sostengono gli autori, che non c’è contraddizione tra sostenere le spedizioni di armi e opporsi alla rimilitarizzazione degli stati capitalisti sulle spalle delle classi popolari dopo 45 anni di austerità neoliberista e un fondo di collasso socio-ambientale e sanitario. La mia opinione è che, nel campo della lotta politica concreta e nel corpo a corpo per difendere una politica coerente, nei dibattiti politici che sono spartiacque (sì o no all’adesione alla NATO, sì o no a Maastricht, sì o no all’invasione dell’Iraq, sì o no al Trattato costituzionale europeo, sì o no all’intervento per procura della NATO contro la Russia in Ucraina…) non c’è mai spazio per le sfumature, poiché non sono rilevanti al di là di minuscole minoranze politicizzate o altamente intellettualizzate. Penso che la reazione più probabile dei rappresentanti della sacra unione che proclamano che “l’Europa è in guerra”, come disse all’inizio della crisi uno spregevole apparatchik come Josep Borrell, sarà qualcosa del tipo “come osi opporti al fatto che i nostri governi aumentino le loro spese militari per difenderci dalla minaccia espansionistica russa quando hai sostenuto l’invio di armi della NATO in Ucraina? Per quale motivo sostieni che gli ucraini abbiano i mezzi per difendersi e noi no?” Credo che la sinistra si troverebbe in una pessima posizione e perderebbe credibilità se sottoscrivessimo la posizione di Rousset e Johnson. Non pretendo di avere tutte le risposte al riguardo, ma mi sembra pertinente e necessario porsi alcune domande e ricordare che in momenti come questo dobbiamo essere estremamente cauti in ciò che diciamo, poiché un passo falso può perseguitarci per anni o decenni (58).

c) Perpetua la NATO come principale strumento di dominio nordamericano del continente europeo (59), rompe ogni logica di collaborazione economica tra UE e Russia (e in particolare Nord Stream 2; obiettivo strategico dell’amministrazione Biden, che a quanto pare ha interessi del gas in Ucraina). L’attuale rafforzamento della NATO è solo paragonabile a quello consentito dalle guerre che portarono alla distruzione dell’ex Jugoslavia (60), e in particolare la guerra in Kosovo del 1999 e il bombardamento della Serbia —il primo grande avviso per i naviganti ricevuto dalla Russia post sovietica su come il cosmopolitismo liberale della NATO difendesse i diritti umani. Questi conflitti non sono stati solo un grande regalo di compleanno per la NATO per celebrare il suo 50° anniversario e ottenere la rilegittimazione dopo la fine della Guerra Fredda, ma anche per delineare una nuova dottrina strategica che trascendeva il suo presunto carattere “difensivo” e la sua portata geografica nordatlantica per avviare la globalizzazione del suo campo d’azione e assumere sempre più apertamente un ruolo di vero gendarme mondiale — che senza dubbio avrebbe presieduto fino allo scorso agosto i suoi 20 anni di brillante (61) lotta per l’emancipazione nazionale, la democrazia, il progresso sociale, lo sviluppo sostenibile e l’emancipazione delle donne in Afghanistan—[62].

d) Permette di dare slancio all’economia statunitense (idrocarburi, cereali, armi, ecc…) e di generare un fenomenale caos macroeconomico nell’Unione Europea, che dovrà anche fare i conti con le conseguenze umanitarie del conflitto (63).

e) Permetterà una nuova corsa agli armamenti in Europa (64) —a partire da una rinascita del militarismo tedesco, che, dopo il drastico aumento del budget militare appena approvato, diventerà la principale potenza militare del continente per la prima volta dai tempi del Terzo Reich, cosa che dovrebbe preoccupare molto qualsiasi democratico con nozioni elementari di storia contemporanea, un più che probabile ridispiegamento nucleare strategico e tattico sia della Russia che della NATO e, soprattutto, chiarisce che la politica estera europea non è diretta da Parigi, Berlino o Bruxelles, ma da Washington. Sarà molto divertente vedere il proseguimento della lotta tra la Commissione Europea e i governi di Polonia e Ungheria sulla preminenza o meno del diritto europeo sul diritto nazionale —per quanto riguarda i diritti delle donne e la comunità LGBTIQ—. Varsavia e Budapest, che ospitano i governi più di destra d’Europa, secondi solo a quello dello stesso Putin, mostrano segni di un istrionismo acuito dall’eccitazione guerrafondaia che percorre le cancellerie europee all’odore del sangue versato dall’Orso russo. Il governo polacco sembra posseduto da una rinascita pilsudskiana: ci sono importanti leader polacchi che stanno seriamente considerando l’opportunità di occupare militarmente l’Ucraina occidentale. Il governo ungherese, marcatamente horthyano nei lineamenti, ha assistito a uno degli spettacoli più comici dello spaventoso dramma che stiamo vivendo: Viktor Orban che ha cancellato febbrilmente i suoi tweet elogiativi e i suoi selfie con Vladimir Putin… con la stessa fretta di altri goliardi di estrema destra europei come Le Pen o Salvini (65).

f) Ultimo ma non meno importante: il ritorno della cultura politica della guerra fredda, cioè il filo-putinismo dei settori stalinisti e populisti di estrema destra (quello che abbiamo storicamente chiamato “campismo”, che, parafrasando August Bebel, intendiamo come un “anti-imperialismo degli imbecilli”) e l’entusiasmo in difesa del “mondo libero” à la BHL (66), dalla socialdemocrazia a qualche settore ben intenzionato ma non meno disorientato della sinistra anticapitalista, colpito per quello che non posso che chiamare, nell’espressione di un amico, “altercampismo”.

[continua]