di Fabrizio Burattini

La criminale guerra scatenata da Vladimir Putin all’Ucraina capita proprio a fagiolo rispetto agli obiettivi che l’amministrazione guidata dal presidente americano Joseph Biden si propone di raggiungere.

Biden si stava presentando alla cruciale tornata delle elezioni di mezzo termine nel prossimo autunno in una situazione di estrema debolezza. Tutti i sondaggi lo davano pesantemente sconfitto, con la prevedibile perdita della maggioranza sia al senato sia alla camera dei rappresentanti. Con un partito repubblicano tornato unito, aggressivo e minaccioso, dopo la disastrosa sceneggiata di Capitol Hill dell’anno scorso, e con un partito democratico (il suo) diviso di nuovo. Con una NATO messa in scacco dopo la catastrofica conclusione dell’avventura afghana e con la Cina sempre in ascesa nei suoi rapporti internazionali.

Di colpo, come per miracolo, tutto ora invece per Biden sembra in discesa: la decisione di Putin ha ricompattato gran parte del mondo politico statunitense sotto la sua guida. Il parlamento ha ritrovato la sua unità nel sostenere la ferma opposizione del presidente alla guerra. Nel Congresso la discussione sulle sanzioni a Putin e alla Russia ha mostrato un mondo istituzionale statunitense totalmente compatto, com’è tradizione in quel paese (e un po’ dappertutto, come anche il voto del parlamento italiano di qualche giorno fa sta a dimostrare) quando dalla politica interna si passa a discutere politica estera e di rischi di guerra.

La sinistra del partito democratico diretta da Bernie Sanders si è appiattita sulla posizione della Casa Bianca, assumendo una posizione esplicitamente filoatlantica. L’ex presidente Donald Trump, che stava preparando il suo ritorno, è stato totalmente colto in contropiede dall’iniziativa del suo ex amico Vladimir Putin che a suo tempo Trump aveva portato all’ammirazione del proprio elettorato per il “genio” e la “sagacia”. Trump dunque si è di nuovo trovato isolato nel partito repubblicano ed è stato costretto a modificare radicalmente la propria posizione dichiarando il 26 febbraio che: “l’attacco russo all’Ucraina è spaventoso. Preghiamo per il fiero popolo dell’Ucraina. Che Dio li benedica tutti”.

La NATO, e dunque la sua leadership, dopo la fuga dall’Afghanistan, è riuscita rapidamente e miracolosamente a riverniciare la propria immagine e a rilanciare il proprio ruolo di presunto “baluardo della democrazia”. Inoltre, la militarizzazione della situazione internazionale ha confermato e rinvigorito il ruolo dominante degli USA nel mondo occidentale, data la loro indiscutibile e planetaria superiorità militare. E, salvo le inevitabili contraddizioni relative alla dipendenza energetica di alcuni paesi europei (in particolare della Germania, oltre che dell’Italia), le tentazioni europee di giocare nel mondo un ruolo indipendente dagli USA anche in relazione alla Cina si sono vaporizzate.

E anche rispetto alla Cina il panorama è mutato. I recentissimi accordi commerciali ed energetici tra la Cina e la Russia che evidentemente prefiguravano la creazione di un blocco alternativo a quello occidentale, molto insidioso per gli USA nella conquista di simpatie e di nuovi mercati soprattutto in Asia e in Africa ma non solo, sembrano archiviati a causa della evidente irritazione cinese di fronte alle iniziative belliche di Putin. Le prese di distanza cinesi dalle scelte di Mosca rafforzano evidentemente il ruolo statunitense e, inoltre, fanno pensare a Biden che le sanzioni economiche alla Russia difficilmente potranno essere vanificate dal governo di Mosca utilizzando l’intermediazione commerciale cinese.