Le elezioni portoghesi del 31 gennaio scorso sono state in gran parte “oscurate”, in Italia, dalle elezioni presidenziali, e non hanno avuto l’attenzione che meritavano. Gli articoli comparsi sulla grande stampa hanno, certo, riferito l’essenziale, e cioè: l’imprevista e per certi aspetti sorprendente vittoria del Partito socialista, con la conquista della maggioranza assoluta dei seggi; il crollo dei due principali partiti di sinistra (Bloco de Esquerda e Partito comunista); la sostanziale stagnazione del principale partito di centrodestra, il Partito socialdemocratico; e le forti affermazioni di una formazione di destra ultraliberista (Iniziativa liberale) e, soprattutto, di un partito di estrema destra xenofobo (Chega). Si è anche sottolineato come, contrariamente a tutte le aspettative, vi sia stata una significativa diminuzione dell’astensionismo (elevato e cronico in Portogallo), nonostante il perdurare della pandemia. Tutte affermazioni alle quali non si può obiettare, naturalmente.

Ma dove invece sorgono forti perplessità è nelle spiegazioni che vengono date dell’accaduto. La sconfitta della sinistra è quasi unanimemente attribuita al suo rifiuto di votare a favore della legge di Bilancio presentata dai socialisti, senza che ci si prenda la briga di specificare il perché di questo rifiuto, e assolvendo di fatto il capo del governo socialista, António Costa, da ogni responsabilità. Si è poi arrivati ad affermare che il Partito socialista ha “cannibalizzato” la sinistra, svuotandola elettoralmente, senza però preoccuparsi di verificare se i numeri, i voti espressi, giustificano l’affermazione. Tanto più che nessuna riga poi è stata sprecata per cercare di spiegare da dove arrivino i voti dell’estrema destra, visto che il Partito socialista si sarebbe mangiato tutta la sinistra e che il Partito socialdemocratico ha faticosamente mantenuto le sue posizioni.

Alcune di queste risposte ci saranno date fra qualche tempo, quando saranno disponibili studi sui flussi elettorali. Nel frattempo, però, alcune ipotesi possono essere avanzate, chiarendo che si tratta di pure e semplici ipotesi. Ci si baserà sui risultati ufficiali provvisori. E poiché questi sono ancora incompleti (mancano, a dieci giorni dalla consultazione, i risultati delle due circoscrizioni in cui hanno votato i residenti all’estero), ci si limiterà a ragionare sui risultati del Portogallo continentale, arcipelaghi delle Azzorre e di Madera compresi.

Come una maggioranza relativa di voti si traduce in una maggioranza assoluta di seggi

Conviene partire dall’esito più evidente di queste elezioni: la conquista della maggioranza assoluta di seggi da parte del Partito socialista. La Tabella 1 mette a confronto i seggi ottenuti dai partiti nelle precedenti elezioni del 2019 con quelli attuali, con le variazioni sopravvenute. Nelle due ultime colonne sono riportate prima la percentuale di seggi sul totale di 230, poi le percentuali di voti ottenuti dai partiti.

Tab. 1 20192022Variazioni% seggi% voti
Bloco195-142,24,6
PCP-PEV126-62,64,5
Livre11=0,41,3
PS108117950,942,6
PAN41-30,41,6
PSD7976-333,029,9
CDS50-5 1,6
I. Liberal1873,55,1
Chega112115,27,3
Altri    1,6
Da assegnare 4=1,8 
Totali230230-4100,0100,0

Come si può vedere, il Partito socialista (PS) trae un notevole vantaggio dal sistema elettorale portoghese [per una sua sintetica esposizione si veda l’Appendice 1]: con il 42,6 % dei voti ottiene il 50,9 % dei seggi. In misura minore ciò vale anche per il Partito socialdemocratico (PSD), al quale vengono qui assegnati anche i cinque seggi ottenuti nelle Azzorre e a Madera da coalizioni comprendenti anche il CDS e, in un caso, i monarchici del PPM, ma i cui eletti sono tutti del PSD. PS e PSD poi vedranno aumentare i propri seggi (presumibilmente ciascuno di due) quando sarà terminato lo spoglio dei quattro seggi riservati ai residenti all’estero. Tutti gli altri partiti ne escono penalizzati, e fra tutti quello che lo è di più è il Bloco. Quanto al Partito comunista (PCP), che si presentava in coalizione con i Verdi (PEV) nel Collegamento democratico unitario (CDU), il suo arretramento fa sì che il suo alleato non riesca a eleggere neanche un deputato (da quando esiste questa coalizione, i Verdi avevano sempre ottenuto due eletti, presentati in posti “sicuri”).

Cosa dicono le variazioni in voti e in percentuali

La Tabella 2 riporta invece le variazioni in voti e percentuali dei principali partiti, raggruppando quelli minori a seconda del loro orientamento. L’Estrema sinistra comprende i due piccoli partiti contrari alla collaborazione fra sinistra e socialisti: il Partito comunista dei lavoratori portoghesi (PCTP), una setta tardostalinista, affezionata alla teoria del “socialfascismo” («Il PS al potere è il fascismo al potere») e il Movimento Alternativa socialista (MAS). La dizione Altri di centrosinistra comprende solo il minuscolo Partito laburista portoghese (PTP). In Altri di centro e destra sono raggruppati una decina di piccoli partiti prevalentemente di centro e di centrodestra, compreso Ergue-te (0,1 %) d’estrema destra. Sono inoltre riportati alcuni indicatori importanti. Innanzi tutto, la diminuzione dell’elettorato (il Portogallo perde ogni anno decine di migliaia di persone in seguito all’emigrazione per motivi economici); poi l’inatteso calo dell’astensionismo (oltre 340.000 voti validi in più, che compensano ampiamente la riduzione dell’elettorato) e quello parallelo dei voti non validi.

Tab. 2 | Variazioni in voti e % dei principali 
partiti rispetto al 2019  
 Voti%
Blocco di sinistra-259.760-5,5
CDU (Comunisti e Verdi)-95.843-2,2
Estrema sinistra (PCPT e MAS)-22.704-0,5
Livre11.7990,2
Socialisti338.4474,4
Altri di centrosinistra (PTP)-5.060-0,1
PAN (Animalisti)-92.261-1,9
Altri di centro e di destra-94.999-2,0
P. socialdemocratico120.0550,7
P. popolare (PP-CDS)-135.196-2,8
Iniziativa liberale200.7333,7
Chega317.7175,9
Totali282.9280,0
Voti non validi-10.862 
Votanti296.8933,5
Astenuti-342.423-3,5
Elettori-45.530 

Come si può vedere, l’incontestabile vittoria socialista in seggi appare qui un poco ridimensionata se si tiene conto delle percentuali e soprattutto dei voti assoluti. A colpo d’occhio appare evidente come il Partito socialista sembri assorbire sì la maggior parte dei voti della sinistra (Bloco e PCP), ma non riesca a fare il pieno. Né tantomeno sembrerebbe penetrare nell’elettorato moderato collocato alla sua destra. La successiva Tabella 3 mostra con chiarezza come la forte avanzata socialista avvenga in un contesto generale di spostamento a destra dell’elettorato. Nella Tabella si sono raggruppati sotto la denominazione (certamente impropria, ma comoda) di Sinistra non socialista tutti i partiti d’estrema sinistra, di sinistra e di centrosinistra, compreso il Partito animalista (che ha quasi sempre appoggiato il Partito socialista) e sotto quella di Destra ed estrema destra tutti i partiti di centro, centrodestra, destra ed estrema destra, per poter mettere queste due “aree” a confronto con i risultati del Partito socialista.

Tab. 3 | Variazioni per aree politiche 
 Voti%
Sinistra non socialista-463.829-10,0
Partito socialista338.4474,4
Destra ed estrema destra408.3105,6
Totali282.9280,0
Ex astenuti342.423 
Elettori-45.530 

Come si vede, le perdite della sinistra nella sua accezione più ampia  non sono affatto compensate dai guadagni del Partito socialista. Mancano all’appello circa 125.000 voti, che, apparentemente, finiscono a destra. La quale destra, apparentemente, si avvantaggia di questa fetta di voti e della stragrande maggioranza degli ex astensionisti.

È del tutto evidente come le cose non stiano così. Non che il passaggio a destra di settori dell’elettorato di sinistra sia impossibile. Al contrario, in questi anni in tutta Europa ne abbiamo avuti esempi a iosa. Quel che non convince è che ciò avvenga oggi in Portogallo in un momento in cui la polarizzazione era stata spinta (dal Partito socialista) all’estremo: se così fosse, i socialisti avrebbero certo conseguito una vittoria tattica, facendo il vuoto alla loro sinistra, preparando però il terreno per futuri disastri.

Ciò di cui non si è tenuto conto nei commenti alle elezioni è la possibilità che si sia manifestato anche un astensionismo di sinistra, la cui eventuale portata non è però per ora possibile quantificare (i futuri studi sui flussi elettorali verificheranno o meno quella che per ora è solo una ipotesi). In effetti, l’elettorato di sinistra (e qui ci si riferisce soprattutto agli elettori del Bloco e del PCP) aveva, apparentemente, solo due scelte: o tornare a votare i rispettivi partiti, o soccombere al timore della paventata maggioranza di destra ed esprimere un “voto utile” a favore del Partito socialista. Ma, supponiamo che nell’elettorato di sinistra, soprattutto nei suoi settori non organizzati, siano emerse, in occasione del voto contro il bilancio da parte dei blochisti e dei comunisti, alcune perplessità sull’opportunità di questa scelta. Non era meglio continuare a trattare? Non si erano ottenuti alcuni significativi vantaggi appoggiando dall’esterno il governo socialista? Poco importa qui che queste perplessità, legittime, fossero del tutto fuori luogo, data la situazione. Il Partito socialista non era disposto a trattare con i partiti di sinistra, e aveva posto l’aut aut: o si vota il bilancio o si va a nuove elezioni (dopo essersi accordato in questo senso col presidente della Repubblica e dopo aver ben valutato i sondaggi elettorali a lui favorevoli).

Questa ipotesi può sembrare azzardata, visto che in realtà l’astensionismo non solo non è aumentato, ma anzi è sensibilmente diminuito. Ma in tutti i Paesi l’astensionismo non è mai un fenomeno a senso unico, che semplicemente aumenta o diminuisce. Il tasso di astensionismo è sempre il risultato di due flussi contrari, un flusso di elettori che sceglie l’astensionismo e un flusso di elettori che l’abbandona per tornare a votare. Quando il primo è più consistente del secondo, l’astensionismo aumenta; quando è meno consistente, diminuisce.

L’ipotesi è dunque quella che in Portogallo vi sia stato un certo astensionismo di sinistra, occultato dal fatto che un numero decisamente maggiore di astensionisti sia tornato a votare, sia rispondendo al richiamo del “voto utile”, sia e soprattutto premiando formazioni di destra e di estrema destra che nel 2019 avevano dimensioni molto ridotte, e che allora non erano state ritenute valide alternative.

Qualche elemento in più a sostegno dell’ipotesi fatta lo si può ricavare dalla Tabella 4.

In questa Tabella per ogni circoscrizione si sono indicate le variazioni, espresse in percentuale, del Partito socialista, dell’insieme dei partiti collocati alla sua sinistra o comunque etichettati come di centrosinistra (Bloco, PCP-PEV, Livre, PCTP, MAS, PAN, PTP), della ridotta area dei partiti minori (prevalentemente di centrodestra e destra) e della destra ed estrema destra (PSD, PP-CDS, IL, Chega, più il minuscolo e nazistoide Ergue-te). Le circoscrizioni sono state ordinate sulla base delle perdite, in ordine decrescente, subite dall’insieme delle forze definite genericamente, per comodità, “progressiste” (quinta colonna: somma delle variazioni delle prime due colonne). Si è però fatto eccezione per le insulari Azzorre e Madera, poste alla fine, date alcune loro peculiari caratteristiche. Infine, il colore arancione indica le circoscrizioni in cui il PS, l’insieme della sinistra e del centrosinistra e l’insieme della destra e dell’estrema destra registrano perdite superiori alla media nazionale (più del 10,0 % nel primo caso) o guadagni superiori alle medie nazionali negli altri due casi: 4,4 % per il Partito socialista e 7,5 % per le destre.

Tab. 4Sinistra eSocialistiCentroDestra ed            Perdite
 Centrosinistra e altriEstrema destra“Progressisti”
Faro-13,12,3-1,812,6-10,8
Beja-12,32,3-0,710,7-9,9
Setúbal-15,66,6-1,510,5-9,0
Portalegre-10,51,6-1,210,1-8,9
Evora-13,14,9-1,79,9-8,2
Lisbona-11,03,5-1,59,0-7,5
Santarém-10,43,1-2,59,8-7,3
Leiria-9,43,4-2,18,1-6,0
Coimbra-10,85,2-2,07,6-5,6
Castelo Branco-11,45,9-1,67,1-5,5
Aveiro-9,24,3-1,26,1-4,9
Porto-9,75,2-1,35,8-4,5
Braga-8,94,6-1,45,7-4,3
Bragança-6,43,0-1,24,6-3,4
Vila Real-6,23,1-1,44,5-3,1
Viseu-7,65,3-2,04,3-2,3
Viana do Castelo-8,66,5-1,94,0-2,1
Guarda-8,16,4-1,22,9-1,7
Azzorre-7,01,6-1,06,4-5,4
Madera-2,7-1,9-0,14,7-4,6
Portogallo-10,04,4-1,97,5-5,6

Come si può agevolmente vedere, il Partito socialista non recupera che una parte di ciò che perde l’insieme dei partiti collocati alla sua sinistra o etichettati come di centrosinistra. I suoi guadagni sono rilevanti, ma solo in pochi casi arrivano a più della metà delle perdite percentuali subite dai suoi alleati ed ex alleati. Di più, nelle prime sette circoscrizioni, che corrispondono a Lisbona e a tutta la parte meridionale del Portogallo (le regioni tradizionalmente “rosse/rosa”), e dove le perdite della sinistra sono percentualmente le più elevate, solo in due casi il PS ha guadagni superiori alla sua media nazionale. In altre parole, c’è una certa corrispondenza inversa fra le perdite della sinistra e i guadagni del Partito socialista, che complessivamente registra maggiori successi nelle regioni centrali e settentrionali, in cui l’insediamento della destra e del centrodestra è da sempre tradizionalmente più robusto. Il “voto utile”, sembrerebbe di poter concludere, c’è indubbiamente stato, ma ha avuto una consistenza molto minore di quanto sembrasse a prima vista.

Restiamo nelle regioni “rosse/rosa”. Qui c’è una sorprendente corrispondenza diretta fra le perdite della sinistra (PS escluso) e i guadagni delle destre: maggiori sono le perdite della sinistra, maggiori sono quelli della destra. Apparentemente, siamo di fronte a un massiccio travaso di voti da sinistra a destra. Ma è credibile questo fatto? Certo, teoricamente è possibile. Ma si fa molta fatica a pensare che in zone di forte e tradizionale radicamento delle sinistre vi siano stati travasi di voti verso destra di tale consistenza. Si tratta di un’area in cui nel 2019 i voti cumulati di socialisti, comunisti e Bloco, senza contare quelli dei partiti minori di sinistra, superavano di gran lunga la maggioranza assoluta, con una punta del 75,4 % a Beja; in cui il Partito socialista oscillava fra il 38,1 e il 46,6 %; in cui il Bloco toccava il 12,8 % a Faro, il 12,6 a Setúbal, il 10,7 a Santarém e il 10,1 a Lisbona; e in cui, soprattutto, il PCP aveva le sue roccaforti: Beja 23,7 %, Evora 19,6, Setúbal 16,4, Portalegre 11,1. Ci sembra molto più credibile ipotizzare che una parte non trascurabile dell’elettorato comunista e del Bloco (e probabilmente più di questo che del primo), disorientato dalla fine dell’appoggio esterno al governo socialista, abbia scelto l’astensione, piuttosto che sia passato armi e bagagli alle destre.

Una prima (e provvisoria) conclusione

Alla fine di questo troppo lungo (ma crediamo necessario) viaggio fra numeri e percentuali, è lecito attendersi delle conclusioni che vadano oltre l’ipotesi avanzata, ma non sufficientemente dimostrata, dell’astensionismo di sinistra.

Che il Partito socialista abbia stravinto, lo si è detto e riconosciuto. Guadagna il 4,4 % dei voti, con aumenti in tutte le circoscrizioni (unica eccezione Madera, dove perde l’1,9 %, ma si tratta di un caso particolare: tra l’altro, è l’unica circoscrizione in cui non c’è un recupero dell’astensionismo e dove anzi questo aumenta dello 0,8 %), e soprattutto si assicura la maggioranza assoluta nell’Assemblea nazionale. Le cause del suo successo vanno ricercate soprattutto nell’abile e disinvolta regia con la quale il suo leader, Costa, ha guidato il Paese verso le elezioni anticipate. Quando nelle elezioni del 2015 il Partito socialista era stato superato dal Partito socialdemocratico, Costa, esponente dell’ala destra socialista, aveva colto al volo l’opportunità offertagli dal Bloco e dal Partito comunista di formare un governo di minoranza che si sarebbe retto sull’appoggio esterno dei due partiti di sinistra, sulla base di accordi scritti relativi a migliorie di carattere politico, economico e sociale. Nasceva così il governo cosiddetto della gerigonça, che poneva fine alle dure politiche austeritarie del precedente governo socialdemocratico. Alla naturale scadenza elettorale del 2019, il bilancio del governo veniva giudicato positivamente dall’elettorato, che premiava il Partito socialista (pur senza dargli la maggioranza assoluta) ma, paradossalmente, castigava sia il Bloco che il Partito comunista. Il paradosso consiste nel fatto che i progressi registrati sul piano politico e sociale erano in gran parte dovuti proprio all’iniziativa di questi partiti (erano infatti del tutto assenti dal programma elettorale socialista). Una parziale spiegazione di questo paradosso sta nel fatto che era del tutto naturale che gli strati meno politicizzati dell’elettorato fossero più o meno soddisfatti dell’azione e dei provvedimenti del governo, senza preoccuparsi troppo di stabilire se fossero dipesi dal Partito socialista o non piuttosto i suoi alleati esterni.

Uscito rafforzato dalle elezioni del 2019, contrariamente ai due partiti di sinistra, Costa si è sentito libero di riproporsi l’obiettivo che aveva temporaneamente dovuto mettere da parte: nuove elezioni in cui cercare di ottenere la maggioranza assoluta o, piano B, rafforzare la sua maggioranza relativa, per poi eventualmente trattare con il Partito socialdemocratico.

La prima mossa è consistita nel rinnovare apparentemente la gerigonça, ma rifiutandosi questa volta di prendere accordi scritti. Ciò gli consentiva di avere le mani libere, di poter eventualmente rifiutare l’appoggio delle sinistre, rivolgendosi ai socialdemocratici in caso di necessità. La seconda mossa è consistita nel non presentare un proprio candidato nelle elezioni presidenziali di quello stesso 2019, facendo convergere gran parte del voto socialista sul presidente uscente, uomo proveniente dai socialdemocratici, che effettivamente venne rieletto. La manovra era servita ad assicurarsi il futuro appoggio del presidente della Repubblica, e nello stesso tempo era un gesto di appeasement nei confronti del centrodestra. La terza mossa veniva fatta nell’autunno 2021. In occasione della presentazione del bilancio dello Stato, il presidente della Repubblica faceva sapere che se questo non fosse stato approvato avrebbe sciolto l’Assemblea nazionale e convocate nuove elezioni. Da parte sua Costa rifiutava di prendere in considerazione le proposte del Bloco e del Partito comunista (una serie di misure per migliorare il sistema sanitario nazionale e altri provvedimenti di natura economica e sociale). Il bilancio veniva pertanto bocciato. Iniziata la campagna elettorale, ecco la quarta mossa: nonostante tutti i sondaggi dessero il Partito socialista in netto vantaggio sui socialdemocratici, Costa ne prendeva dal mazzo un paio che davano i due partiti testa a testa per invocare il “voto utile” per sbarrare la strada alla destra: ma non a quella estrema, che è cresciuta fin troppo, ma a quella relativamente moderata, con la quale Costa non escludeva affatto una collaborazione. La manovra era in realtà rivolta, come si è visto poi, a “svuotare” i partiti di sinistra. Ed è in gran parte riuscita.

I due grandi perdenti delle elezioni sono dunque i due partiti di sinistra. Il Bloco de Esquerda, con circa 240.000 voti, è dimezzato, perdendone circa 260.000, passando dal 10 % al 4,6 % e riducendo il suo gruppo parlamentare da 19 a 5, mentre la Coligação Democrática Unitária (CDU: comunisti più Verdi del PEV), con circa 237.000 voti, ne perde circa 96.000, passando dal 6,7 al 4,5 % e da 12 a 6 seggi (che la CDU, con un risultato leggermente inferiore a quello del Bloco, si assicuri un seggio in più dipende dalla legge elettorale, e in particolare dal fatto che i suoi voti sono maggiormente concentrati in alcune circoscrizioni).

Per quanto riguarda il Bloco, si tratta del risultato peggiore dal 2005, anche se va detto che la sua “presa” sull’elettorato è sempre stata soggetta a forti oscillazioni. Per esempio, nel 2009 aveva ottenuto circa 557.000 voti, scesi bruscamente a circa 289.000 due anni dopo, per poi risalire a 551.000 nel 2015, e poi flettere a 500.000 nel 2019. Oscillazioni che dipendono, naturalmente, da ogni specifica congiuntura politica generale, ma che si spiegano anche, e soprattutto, con una relativa debolezza della sua struttura organizzativa, non paragonabile a quella del Partito comunista. Debolezza che, per esempio, si manifesta in tutta la sua ampiezza in occasione delle elezioni amministrative, dove ha un peso decisivo la presenza organizzata sul territorio, e nelle quali infatti i risultati del Bloco sono sempre stati più che modesti. L’elettorato del Bloco, in altre parole, è meno “identitario” di quello comunista, è più volatile.

Al contrario, l’elettorato del Partito comunista è più “identitario”, più fedele, più controllato organizzativamente, ma è anche irrimediabilmente soggetto a un’erosione costante da quasi mezzo secolo a questa parte. Non del tutto lineare (si sono infatti alternati progressi e arretramenti, tutti di modesta portata), ma, appunto, continua. Alle prime elezioni democratiche, nel 1975, il PCP otteneva 712.000 voti (13,4 %), saliti a 789.000 e al 15,1 % un anno dopo. A partire dal 1979, però, il PCP decideva di non presentarsi più da solo, ma all’interno di coalizioni con partiti di fatto a lui subordinati. Nel 1979 esordiva così la Aliança Povo Unido (APU), con la partecipazione del MDP, MovimentoDemocrático Português (un partito ormai scomparso). I voti salivano a 1.129.000 (19,3 %), ma cominciava presto il declino. Infatti, tre elezioni dopo, nel 1985, scendevano a 898.000 e al 15,9 %.

Nel 1987 il MDP decide di correre da solo, con risultati irrilevanti, e il PCP vara una nuova coalizione, l’attuale CDU, con i verdi del PEV (Partido Ecologista Os Verdes), altro partito satellite, che non si era mai presentato da solo ad alcuna elezione, e al quale garantisce due seggi in circoscrizioni sicure. La CDU esordisce però al ribasso (689.000 voti e 12,4 %) rispetto all’APU. Da allora ha preso parte a dieci elezioni, caratterizzate da saltuari e modesti recuperi ma da una tendenza generale all’arretramento, fino appunto agli attuali 237.000 voti e 4,5 %, il risultato peggiore di tutto il periodo 1975-2022. Ciò che è più grave, il PCP non è riuscito ad eleggere alcuni suoi importanti esponenti (per esempio, João Oliveira, capo del suo gruppo parlamentare), né a garantire i due seggi ai Verdi.

Il declino del PCP dipende essenzialmente dal restringimento della sua base elettorale tradizionale, concentrata a Lisbona e nel Meridione e formata in gran parte da proletariato urbano (Lisbona, Setúbal) e rurale (Evora, Beja, Portalegre), molto ridimensionato dall’evoluzione della società nel corso degli ultimi decenni. Ha però anche pesato una sua incapacità di superare l’eredità stalinista, di praticare una politica delle alleanze scevra da pretese egemoniche. Il Bloco, per esempio, è sempre stato visto non solo come un concorrente (come è di fatto), ma anche come un corpo del tutto estraneo col quale non solo non ci si poteva accordare, ma col quale era anche inutile discutere. Così si spiega il fatto che non sia stato possibile, sin dagli esordi della gerigonça, presentarsi uniti di fronte al Partito socialista, avanzando proposte comuni, ma si sia andati separatamente, ognuno per proprio conto, facilitando le manovre tattiche del PS. (Nel suo comunicato di commento delle elezioni, il PCP realizza un capolavoro: riesce non solo a non citare nemmeno una volta il Bloco, ma a proporsi, da solo, come possibile alleato del Partito socialista: «Il PS ha in mano l’opportunità o di accordarsi col PSD, o di convergere a sinistra con la CDU»).

Al di fuori dei due principali partiti della sinistra, resta ben poco da dire del “campo progressista”. Non esce male dalle elezioni Livre (Libero), un piccolo partito formato, tra gli altri, da fuorusciti dal Bloco, in marcia di avvicinamento ai Verdi europei. Non esce male nel senso che, nonostante la crisi in cui era precipitato in seguito all’espulsione dell’unica deputata eletta nel 2019, riesce a rieleggere un deputato, migliorando un poco i suoi risultati: circa 70.000 voti e l’1,3 % (con modesti aumenti di 12.000 voti e dello 0,2 %). Evidentemente ha rosicchiato qualcosa a sinistra, ma se il suo deputato poteva rendersi prezioso nel caso il Partito socialista non avesse conseguito la maggioranza assoluta, l’esito delle elezioni lo rende del tutto marginale. Come del tutto marginale diventa il partito degli animalisti (PAN, Pessoas Animais Natureza), sul cui appoggio il PS contava appunto in caso di maggioranza relativa dei seggi. Con 82.000 voti e l’1,6 %, il PAN è più che dimezzato (meno 87.000 voti, meno 1,9 % e meno tre deputati dei quattro che aveva).

Resta da dire della destra e dell’estrema destra. La maggioranza assoluta in seggi raggiunta dal Partito socialista ha finito con l’oscurare il fatto che il Paese si è spostato a destra, e non di poco, e soprattutto che della destra si sono rafforzate le componenti più estreme e aggressive. Come spiegare gli oltre 408.000 voti e il 5,6 % in più ottenuti dalle formazioni di destra e di estrema destra?

Il principale partito di questo schieramento, il Partido Social Demócrata (PSD), tradizionalmente espressione della destra “moderata”, esce maluccio dalle elezioni. Con 1.578.000 voti, il 29,9 % e 76 deputati guadagna rispettivamente 120.000 voti e lo 0,7 %, ma perde tre deputati (che però potranno ridursi a uno solo dopo lo spoglio dei voti dei residenti all’estero). Maluccio perché?

Perché un paio degli ultimi sondaggi (quanto inesatti o quanto interessati a creare un clima di “voto utile” per il PS?) lo davano leggermente in vantaggio rispetto ai socialisti, e soprattutto perché non trae alcun vantaggio dal crollo del suo alleato di sempre, quel Partido Popular (PP-CDS) che dai 222.000 voti e dal 4,4 % del 2019 scende a 87.000 voti e all’1,6 %, perdendo tutti i suoi cinque deputati. L’area della destra “moderata” (si fa per dire) esce insomma ancora piuttosto consistente, ma ridimensionata e azzoppata, dalle elezioni, e soprattutto si trova di fronte a un dilemma. Svanita, per ora, la prospettiva di un governo di convergenza al centro fra PS e PSD (già sperimentato nel 1981-1983 e ripetutamente invocato come possibilità concreta da diversi esponenti socialisti e socialdemocratici nel corso della campagna elettorale), la scelta appare fra un’opposizione “morbida” (che preluderebbe a un’emorragia di consensi sul suo fianco destro) e un’opposizione “dura”, che comporterebbe inevitabilmente uno spostamento verso l’estrema destra.

La quale estrema destra è un Giano bifronte: da una parte Chega, che ne incarna l’anima populista, xenofoba (campagna contro i gitani), passatista, nostalgica del regime salazarista; dall’altra Iniciativa liberal, versione lusitana del tatcherismo, del più puro darwinismo sociale (libero mercato in estinto Stato, si potrebbe dire). Chega (circa 380.000 voti, il 7,3 % e 12 deputati, con incrementi di 318.000 voti, del 5,9 % e di 11 seggi), sembra si sia alimentata soprattutto di ex astensionisti, ma deve aver abbondantemente pescato in tutti i settori politici, soprattutto nel Portogallo “interno” e nelle aree rurali. Iniciativa liberal è invece un movimento che ha messo radici nel Portogallo litorale, nelle aree urbane, fra la piccola e media borghesia frustrata ed esasperata, tra l’altro, da due anni di pandemia.

L’emergere di questi due movimenti pone fine all’equivoco di una “eccezione portoghese”, di un Paese mondo da movimenti xenofobi ed estremistici. Come nel caso di Vox in Spagna, la realtà era invece un’altra: il fuoco covava sotto la cenere, ovvero significativi segmenti dell’elettorato, in aperta rottura con i partiti della destra mainstream, giudicata troppo moderata e inefficiente, si erano rifugiati nell’astensionismo, in attesa di proposte più radicali, ed eventualmente di un “condottiero” in grado di incarnarle. Cosa puntualmente avvenuta.

In conclusione: la gerigonça è stata una scelta politica sbagliata?

Qui sta l’interrogativo cui deve rispondere non solo la sinistra portoghese (e il Bloco in particolare) ma che riguarda anche quel che resta della sinistra europea.

Le elezioni portoghesi del 2015 avevano prodotto un risultato che contemplava solo quattro esiti: a) un governo socialista (con l’appoggio esterno o la partecipazione dei partiti di sinistra); b) un governo socialdemocratico di minoranza, con l’appoggio esterno dei socialisti; c) un governo di convergenza al centro, fra socialdemocratici e socialisti; d) infine, il ritorno alle urne.

Si usciva da un periodo di pesanti misure d’austerità imposte dal governo socialdemocratico, e per il Partito socialista le opzioni b) e c) erano pericolose, perché avrebbero comportato una sostanziale continuità con la politica precedente, e comunque lo avrebbero posto in una situazione di subordinazione rispetto al Partito socialdemocratico. Per i partiti di sinistra, si prospettava per la prima volta dopo lungo tempo la possibilità di condizionare, da sinistra, le scelte di un eventuale governo socialista: l’alternativa era fra una partecipazione diretta al governo, ma in condizione di subordinazione (soluzione che comunque i socialisti avrebbero respinta, dato il tradizionale “anticomunismo” della loro dirigenza), o un appoggio esterno, basato su puntuali accordi scritti per il conseguimento di una serie di migliorie di natura politica, economica e sociale.  L’ipotesi di nuove elezioni, in una situazione in cui era possibile un governo di sinistra, sia pure del tipo cui si è accennato, era scartata sia dai socialisti come dalla sinistra. Come infatti avrebbe reagito l’elettorato genericamente progressista a quella che sarebbe apparsa come un’abdicazione di responsabilità da parte delle sinistre e dei socialisti? La risposta è prevedibile.

Su come si sia sviluppata la situazione si è già detto. La domanda che ci si deve porre ora è questa: dopo l’esito delle elezioni del 2019 (vantaggi per i socialisti e svantaggi per le sinistre) non era il caso di mutare orientamento? Da parte della sinistra, interrompere l’appoggio esterno sulla base non dei risultati ottenuti, ma su quella degli svantaggi elettorali derivati, sarebbe stato certo legittimo, ma difficilmente sostenibile di fronte a un elettorato forse ingrato, ma certamente almeno parzialmente soddisfatto da alcune piccole o grandi conquiste riflessesi sul suo tenore di vita. A interrompere l’esperimento provvide comunque il Partito socialista, e anche questo lo si è già detto.

Resta un interrogativo. L’esperimento della gerigonça è stato un passo falso delle sinistre portoghesi (e del Bloco in particolare) o si trattava di una scelta doverosa? Alcuni settori molto minoritari della sinistra portoghese (sia nel Bloco, che ammette le tendenze, sia presumibilmente anche all’interno del PCP, retto da un rigido centralismo democratico in salsa tardostalinista) erano contrari, come critici erano svariati settori della sinistra europea, senza però che fossero avanzate serie proposte alternative. Puntare maggiormente sui movimenti, sui conflitti sociali lo si poteva fare, naturalmente, ma di per sé non rappresentava un’alternativa, resa peraltro molto più complicata negli ultimi due anni di pandemia. Le classi subalterne portoghesi, come quelle di tutti gli altri Paesi europei, nella loro stragrande maggioranza non vivono solo di speranze palingenetiche, ma devono fare i conti con una realtà quotidiana che nel caso portoghese è di estrema difficoltà (una delle condizioni peggiori nell’Europa occidentale). Anche parziali conquiste sono benvenute, e la promozione elettorale del governo socialista ne è la dimostrazione, anche se ci si è sbagliati nell’individuare i veri responsabili di quelle conquiste parziali.

D’altro canto, esiste anche una critica, più “interessata”, che viene in particolare da una parte della sinistra spagnola. «Le reazioni in Spagna [ai risultati delle elezioni portoghesi] sono state di grande soddisfazione nel PSOE, come è naturale, e, come è invece “singolare”, anche da dentro Unidas Podemos. Pablo Iglesias […] ha enfaticamente sostenuto che le elezioni nel Paese vicino giustificavano la scelta di governare col PSOE, e non quella di appoggiarlo dall’esterno», scrive Manolo Monereo, già militante del PCE e di Izquierda Unida, e poi ex deputato di Podemos, in un articolo tutto da leggere apparso sito «Nortes» [www.nortes.me/2022/02/07/lecciones-portuguesas-el-poder-de-pedro-sanchez/]. Da un estremo all’altro, come si vede.

Ma conviene fermarsi qui, perché vi saranno altre occasioni di riprendere questo discorso, che come dovrebbe essere ormai chiaro, non riguarda solo i portoghesi e gli spagnoli.

(Milano, 10 febbraio 2022)

Appendice 1. Il sistema elettorale portoghese.

In Portogallo si vota con un sistema elettorale di tipo proporzionale, che però possiede alcune caratteristiche che favoriscono i partiti maggiori.

Il territorio nazionale è diviso in 22 circoscrizioni (Círculos), corrispondenti alle province, alle due regioni autonome (Azzorre e Madera) e a due circoscrizioni per i residenti all’estero: una per i Paesi europei e una per gli altri continenti. Ogni circoscrizione elegge un numero di deputati proporzionale al numero dei suoi elettori, comunque non inferiore a due. L’assegnazione dei deputati alle singole liste non avviene sulla base dei voti ottenuti a livello nazionale, ma su base circoscrizionale. Ciò significa che mentre nelle circoscrizioni con un numero maggiore di seggi disponibili (Lisbona e Porto, soprattutto) è possibile che anche un partito piccolo possa ottenere un deputato, nella maggioranza delle circoscrizioni il sistema d’Hondt fa sì che i partiti maggiori (PS e PSD) si spartiscano tutti i seggi. Ciò alla fine crea una discrepanza sensibile fra forza elettorale nazionale e rappresentanza parlamentare.

Per esempio, in 11 circoscrizioni, che eleggono ciascuna da 2 a 9 deputati, gli eletti sono tutti del PS (35) o del PSD (21). In una dodicesima, Beja (3 deputati), i beneficiari sono il PS (2) e il PCP (1). In tutte queste circoscrizioni si creano di fatto soglie minime elettorali variabili, che in questa occasione vanno da un minimo del 6 % a un massimo del 23,7 %.

È solo nelle altre 8 circoscrizioni che i partiti minori hanno la possibilità di eleggere un deputato. Per esempio, a Lisbona (48 seggi) Livre e il PAN ottengono l’unico loro deputato rispettivamente con il 2,5 % e il 2 %.

Nota finale

Il 10 febbraio sono stati divulgati i risultati ufficiali delle circoscrizioni estere, nelle quali i votanti sono stati circa 258.000, con un astensionismo di oltre l’83 %. Questi dati non modificano se non di pochi decimali in più o in meno le percentuali su riportate, per cui non si è provveduto ad aggiornarle. I seggi, come era prevedibile, sono andati equamente suddivisi, due ciascuno, fra PS e PSD. (11 febbraio 2022)

Da http://www.dallapartedeltorto.it/2022/02/16/3529/