di Francesco Maresca

L’incertezza dello stabilimento ex ILVA (dopo l’ingresso di Invitalia si chiama Acciaierie d’Italia -d’ora in poi Ad’I), non vede fine. Con l’esposizione delle linee generali di Bernabè, presidente del Consiglio d’amministrazione e Giorgetti, il ministro dello Sviluppo Economico, si sono aperti nuovi dubbi. Che impianti, realmente, hanno in mente Mittal e il nuovo partner, Ad’I?

In sostanza, poco o niente si è detto e fatto, se non dichiarazioni di principio. In pratica, per la decarbonizzazione si punta al preridotto, con la costruzione di un sito per produrlo ma non si sa quando né dove e alla costruzione di un forno elettrico (idem come prima) da 2,5 milioni di tonnellate; non si conosce la sorte dell’Afo 5, mentre, per il momento, rimarrebbero in funzione l’Afo 1, 2 e 4, con l’obiettivo di produrre 8 milioni di tonnellate. Poi c’è tutta la vicenda dell’uso dell’idrogeno. Siamo a conoscenza di un progetto di Ad’I di produzione di idrogeno blu, che si ottiene con combustibili fossili. Siamo alle solite: si parte con promesse che via via si perdono nei nebulosi progetti dei governi, un po’ per calmare i sindacati e i lavoratori, un po’ per tranquillizzare la popolazione allarmata dai dati che sono stati rivelati dall’OMS che, pur sostenendo un calo della mortalità a Taranto e alcuni paesi limitrofi, non sono tranquillizzanti per una serie di motivi.

Il primo è che si continua a morire; il secondo è che si riscontrano molte patologie, sia respiratorie sia da amianto (mesotelioma pleurico), il terzo, perché sono dati vecchi, che risalgono a sette anni fa (l’ultimo dato è del 2015, 5 morti in tutto l’anno). E’ chiaro che è positivo che la mortalità causata dell’inquinamento si sia ridotta, ma ne dobbiamo vedere il perché. In questi anni, la produzione dell’area a caldo è stata molto al di sotto delle reali capacità produttive. C’è da dire che, nonostante il sequestro delle aree a caldo da parte della magistratura (altiforni e acciaierie nel luglio del 2012), gli impianti hanno prodotto lo stesso. Quello che ha inciso sulle capacità produttive dello stabilimento sono state varie cose: 1) tecnologie ormai logorate e infrastrutture decadenti; 2) assenza di manutenzione degli impianti, che ha determinato molti infortuni. Un morto all’altoforno 2 a causa di una sfiammata di ghisa fusa a 1300°, il distacco di pezzi di un carroponte e il cedimento di una braga che ha fatto cadere un pezzo, solo per caso non hanno provocato infortuni gravi.

La scusa che ha utilizzato Mittal per non fare modifiche agli impianti, sin da quando è entrato in possesso del Gruppo Ilva, è stata la vicenda del sequestro dell’area a caldo e anche con l’ingresso nel pacchetto azionario dello Stato attraverso Invitalia non è cambiato poi molto. O meglio, qualcosa è stato fatto: si sono costruite due gigantesche coperture dei parchi minerali (in gran parte costruite prima di AM), su un’area di 70 ettari. Questi enormi capannoni hanno ridotto la dispersione di polveri ma queste non sono disperse solo dai parchi minerali. Nel frattempo si dovrebbe, finalmente, mettere mano alla VIA (Valutazione Impatto Ambientale), e procedere con la VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario). Quello che ci preoccupa fortemente è la sorte dell’occupazione. In effetti, l’incertezza impiantistica rende precario il futuro sia dei lavoratori rimasti in Ilva in amministrazione straordinaria che quelli dell’appalto, che non vengono pagati regolarmente. Insomma, i padroni approfittano di questa situazione per non pagare gli operai.

Non è nemmeno certo il futuro degli operai sociali. Deve essere chiaro, le responsabilità di questa situazione è dei governi che si sono succeduti e dei gruppi dirigenti dell’azienda, prima fra tutti l’amministratrice delegata Morselli, che ha tenuto un atteggiamento di chiusura verso i rappresentanti dei lavoratori. Hanno messo in atto delle provocazioni inaccettabili, licenziando un operaio che ha osato pubblicizzare, sulla sua pagina social, una fiction televisiva che parlava di una ragazza in coma per inquinamento. Questi sono i “democratici” dirigenti. In tutta questa vicenda, l’azione delle organizzazioni sindacali è stata episodica e molto frammentata. L’USB è stata quella che si è mobilitata di più ma sulla ristrutturazione ha avuto un atteggiamento discutibile, come sul tema del che fare di questo stabilimento. Qualche volta si è espressa per la chiusura, altre volte è stata più cauta. Le tre organizzazioni FIM, FIOM e UILM non si pongono per niente la necessità di avanzare proposte su come muoversi per uscire dal pantano. Non si sono mosse, se non con comunicati. Nemmeno quando il governo dei “migliori” ha spostato oltre 500 mila euro dalle bonifiche del territorio di Taranto regalandoli a Ad’I. Tutta l’operazione è stata condotta dal ministro Giorgetti. Su cosa sia necessario fare per tirare fuori dall’impasse lo stabilimento di Taranto, le organizzazioni sindacali serbano un assordante silenzio. Eppure, una proposta organica i sindacati l’hanno ricevuta da parte di un gruppo di ingegneri, esperti dei processi produttivi, che parla di cambio totale del processo produttivo da altiforni a forni elettrici. Perché le organizzazioni sindacali non la prendano in considerazione, non si comprende. Da parte nostra continueremo, anche come militanti sindacali, a insistere su questa proposta anche di fronte alle ostilità padronali e del governo e alla passività delle organizzazioni sindacali.