Paola Fracella

Nella foresta al confine tra Polonia e Bielorussia, al freddo e senza diritti, si ammassano migliaia di persone. Sono siriani, iracheni, curdi e yemeniti. Sono vittime dell’ennesimo conflitto geopolitico

Da diversi mesi assistiamo a scene di ordinaria follia alle porte d’Europa. Sul confine tra Polonia e Bielorussia si verificano infatti, dal mese di settembre, scene di violenza brutale consumata contro chi tenta di esercitare il proprio diritto a richiedere asilo.

Migliaia di persone, principalmente siriani, iracheni, curdi e yemeniti, sono vittime dell’ennesimo conflitto geopolitico e si ritrovano, di nuovo, a essere considerati dei meri «danni collaterali» delle guerre. È questa, infatti, la visione principale che spesso si ha di queste persone: una massa informe di poveri disperati, vittime di una sfortuna di più grande di loro, come fossero sfollati a causa di una calamità naturale e non per colpa di guerre e di regimi dittatoriali, di decisioni prese (o non prese) in modo più che voluto e studiato. I profughi hanno la grave colpa di essere sopravvissuti, e sono l’unico intoppo dell’ingranaggio perfetto che produce morte e distruzione, cambiamenti demografici, torture e repressioni. Per questo, quando vengono a bussare alle porte dell’Europa, devono essere messi a tacere, cacciati via come un disturbo fastidioso, e chi pratica solidarietà nei loro confronti viene trattato come un criminale che vuole scalfire l’immagine della terra dei diritti umani.

Le prime notizie su questa nuova tratta migratoria sono giunte alle volontarie e ai volontari di Operazione Colomba in Libano già durante l’estate. A ottobre, poi, quasi ogni persona siriana che incontravamo ci raccontava di un amico, una partente, una conoscente che erano partiti per la Bielorussia.

In Libano sono presenti più di un milione di profughi siriani, considerati solo ospiti sgraditi a causa della mancanza della ratifica delle convenzioni di Ginevra sui diritti dei profughi e dei richiedenti asilo. La maggior parte di questi vive in campi informali, spesso attaccati da raid militari che portano ad arresti arbitrari, non gode della libertà di movimento nel paese, perché ottenere il permesso di soggiorno è molto difficile e costoso, per cui le carceri sono piene di siriani considerati illegali. Anche lavorare è molto difficile, è concesso ai siriani lavorare esclusivamente in agricoltura e nelle costruzioni. Le attiviste e gli attivisti, poi, subiscono vere e proprie persecuzioni da parte dei servizi di sicurezza.

A partire dal 2019, la situazione del paese è totalmente degenerata a causa dell’inizio dell’inflazione economica, la terribile esplosione del porto di Beirut, la pandemia mondiale che ha dato il colpo di grazia a un paese che attualmente sta vivendo quella che è stata definita come la peggiore crisi economica mondiale, dal 1800 a oggi. Chiaramente, la vita è diventata impossibile anche per gli stessi libanesi e chi ne ha avuto la possibilità ha abbandonato il paese in fretta, ma la difficoltà maggiore rimane quella dei profughi siriani, soggetti più vulnerabili e totalmente privi di diritti.

«Mi stavo organizzando per andare a trovare i miei amici a Tripoli, ma poi ho scoperto che sono andati tutti in Bielorussia, sono partiti uno dopo l’altro. Praticamente a Tripoli non è rimasto più nessuno». Ci diceva nel mese di ottobre Fatima, attivista siriana che vive nella valle della Bekaa. La procedura era semplice: quelle che all’apparenza erano delle normalissime agenzie di viaggio, si occupavano del visto, del volo e del soggiorno nel paese. Infatti, già dall’estate avevamo iniziato a notare nuove agenzie di viaggio che spuntavano come funghi anche nei posti più remoti del nord del Libano, e ogni dubbio sul motivo di questo strano fenomeno si è chiarito qualche settimana dopo. I viaggi venivano organizzati dal Libano, dalla Turchia, dall’Iraq, dal Kurdistan iracheno, e dalla Siria, effettuati solo dalla compagnia «Cham Wings», direttamente riconducibile alla famiglia del dittatore siriano Al Assad e sottoposta alle sanzioni americane.

Che la Bielorussia abbia attirato migliaia di persone per usarle come arma contro l’Unione europea, è ormai chiaro come il sole, e d’altronde l’Ue ha ampiamente dimostrato di essere pronta a sborsare fior di quattrini a qualsiasi dittatura, pur di tenere i migranti fuori dalla propria fortezza.

Ulteriore prova della strategia di Lukashenko è il fatto che fino a ottobre i visti rilasciati dalla Bielorussia duravano un mese, da novembre in poi invece scadevano già dopo una settimana, costringendo le persone a muoversi verso la foresta quando il freddo era difficilmente sopportabile ei migranti nel paese erano ormai numerosi.

Dall’altra parte della frontiera, la Polonia ha violato in tutti i modi i diritti più basilari di queste persone. Anche la politica interna polacca è senza dubbio tra le cause principali di questa situazione. Il partito di estrema destra Pis, stava perdendo consensi a causa della situazione economica del paese, salvo poi recuperarne tantissimi dopo l’inizio della crisi al confine. Infatti, nel paese la propaganda anti-migranti è forte, pervasiva e assolutamente becera.

Un esempio lampante del livello infimo del dibattito sui migranti portato avanti dal partito al potere: a fine settembre il ministro degli interni polacco ha mostrato in una conferenza in diretta TV un video falso, in cui compariva un presunto migrante intento in atti di zoofilia con una mucca, al chiaro fine di fomentare l’odio verso chi si accalca lungo il confine. Pochi giorni fa, inoltre, il parlamento ha votato per mettere al bando il canale televisivo TVN, considerato l’unico mass media libero e critico nei confronti del governo. Molti polacchi, dunque, sono convinti che il loro paese stia andando verso una dittatura e che difficilmente vedranno in futuro delle elezioni democratiche.

Nel mese di dicembre, mentre cercavamo un modo per attivarci sulla frontiera, abbiamo risposto all’appello di Nawal Soufi, giovane attivista italiana che da mesi si trova in Polonia e che si spende totalmente per soccorrere chi sta morendo di fame e di freddo nella foresta polacca. L’abbiamo raggiunta al confine e lì lo scenario era quello di una guerra: esercito, polizia, border police, elicotteri e droni, tutti in azione per fermare e arrestare le persone in transito. Infatti, persino chi si trova già in territorio polacco, dunque nell’Unione europea, è in pericolo: i push back e i respingimenti nella foresta sono all’ordine del giorno, le persone vengono rimandate nella foresta, spinte nella terra di nessuno tra il filo spinato che segna il confine polacco e quello del confine bielorusso. Neanche l’avere in tasca una domanda d’asilo allo stato polacco è un deterrente ai continui respingimenti.

Una grande zona rossa rende l’area del confine inaccessibile a chiunque, dai giornalisti, ai volontari, alle Ong. L’azione umanitaria è svolta totalmente al di fuori di questa zona e consiste principalmente nel lasciare sacchi pieni di viveri e beni di prima necessità nella foresta, in modo che possano essere d’aiuto a chi riesce a raggiungerli, per rifocillarsi in quelle condizioni estremamente dure.

Ma anche questa semplice attività, pur essendo del tutto legale, viene osteggiata dalle forze di sicurezza presenti sul territorio. Gli attivisti internazionali vengono infatti molto spesso fermati, identificati e perquisiti. Quelli polacchi, subiscono pressioni ancora maggiori e vivono in un clima di costante terrore.

Giornalisti locali ci hanno riferito che nel solo periodo che va da ottobre a dicembre, almeno dieci donne in stato avanzato di gravidanza hanno subito aborti a causa della violenza della polizia polacca, durante i respingimenti.

Attualmente, data la difficoltà di attraversare il confine e le temperature impossibili, moltissime persone hanno deciso di far ritorno in Bielorussia, ma per poter rientrare dalla foresta devono spendere molti soldi per corrompere l’esercito bielorusso. Molte altre sono bloccate a Minsk, da dove partono voli di rimpatrio «volontario». Diverse persone hanno denunciato veri e propri rastrellamenti, addirittura nei supermercati e negli uffici della western union.

Questi voli di rimpatrio segnano la fine violenta del proprio progetto migratorio e sono pericolosi e desolanti per tutti coloro che si trovano bloccati nel paese, ma il rischio maggiore lo corrono i siriani. Infatti, anche quelli che sono partiti dal Libano o dalla Turchia vengono rimandati a Damasco e il regime degli Assad considera terrorista e traditore qualsiasi persona che sia scappata dalla Siria. Inoltre, tra chi si trova a Misk ci sono diversi disertori e oppositori del regime, che salendo su quegli aerei firmerebbero una condanna sicura a morte.  

Diverse sono le storie di vita che abbiamo intercettato su quella frontiera, tra queste una famiglia curda il cui bambino di sei anni era in ospedale, perché dopo aver trascorso 38 giorni nella foresta aveva contratto un’infezione alle mani che, insieme al freddo, faceva temere un principio di cancrena. E quella di un ragazzo iracheno che ci ha scritto di notte, perché solo e infreddolito non riusciva più a muoversi, e una volta soccorso, ha ripreso il suo viaggio ed è stato poi quasi ucciso dai suoi trafficanti, per aver protestato perché lo avevano lasciato prima del confine che voleva raggiungere.

Il ragazzo ha condiviso con noi foto e dettagli della sua vita in Iraq, nel tentativo di restare sveglio durante quella notte difficile, e una foto che lo ritraeva in piazza a Baghdad durante le proteste del 2019 ha attirato la mia attenzione. Decine di migliaia di giovani iracheni, libanesi e siriani, che hanno riempito le piazze chiedendo democrazia e libertà, non sono stati abbandonati solo dalle istituzioni internazionali e dagli stati, ma anche dai movimenti e dalle società civili dei nostri paesi, che raramente hanno raccolto i loro appelli e sostenuto le loro grida. Oggi molti di loro stanno morendo di freddo ai nostri confini oppure in mare, ma anche quando riescono ad arrivare non chiedono che vengano accolti solo i loro corpi, non chiedono solo di essere sistemati nelle strutture di accoglienza e di essere nutriti: chiedono che vengano accolte soprattutto le loro idee e le loro lotte, lanciandoci una sfida difficile, che stiamo seriamente rischiando di perdere in partenza.

*Paola Fracella è una studentessa del corso magistrale di Studi geopolitici ed internazionali all’Università del Salento. È attivista di Diritti a Sud e dal 2017 volontaria di Operazione Colomba principalmente in Libano a supporto dei profughi siriani. È stata recentemente in Polonia, al confine con la Bielorussia.

Da https://jacobinitalia.it/dispacci-dalla-terra-di-nessuno/