di Gianni Sartori

Le contraddizioni storiche sembrano – talvolta almeno – aver posto quasi in contrapposizione la vicenda curda con quella palestinese. Schierati, magari non proprio entusiasticamente, i primi con gli USA (perlomeno nel Nord della Siria) in funzione anti-Isis. Più allineati con Erdogan che non lesina qualche aiuto (come avvenne del resto, talvolta, con Saddam nel secolo scorso) i secondi. In realtà entrambi rientrano nella vasta categoria dolente dei popoli oppressi e perseguitati (anche se da oppressori diversi) e – io credo – cercano come possono soltanto di sopravvivere. Come “Popolo”, come “Nazione”, non solo come masse sradicate e disperse. Per non scomparire definitivamente dalla Storia. Per questi popoli un rischio non solo metaforico. Punto.
Poi ognuno (campisti, rosso-bruni, anti-diplomatici e antimperialisti de noantri …) può pensarla diversamente, è ovvio.

E’ di questi giorni (8 dicembre) la notizia che due diverse manifestazioni di solidarietà contro l’utilizzo di mezzi militari assai discutibili (droni contro i palestinesi, gas asfissianti contro i curdi) hanno avuto anche risvolti giudiziari.
Alcuni giovani curdi erano stati arrestati la scorsa settimana (3 dicembre) per aver occupato a L’Aia la sede dell’Organizzazione Internazionale per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), accusata di non intervenire sull’uso di tali armi (vietate dalle Convenzioni internazionali) da parte dell’esercito turco in Kurdistan.
Una precisazione. Anche se attualmente è possibile che Ankara li produca in proprio, in passato tali sostanze letali sarebbero state di provenienza tedesca.
Altre manifestazioni davanti alla OPCW si erano svolte sia il 3 che il 16 novembre, ma senza che le richieste curde venissero prese in considerazione.
Circa quaranta manifestanti sono accusati di “rottura della pace sociale, distruzione e violenza contro le proprietà di una organizzazione internazionale protetta”.
La maggior parte di loro è stata data in consegna alla Polizia degli stranieri (AVIM) per controllarne i permessi di soggiorno. E alcuni, ovviamente, rischiano di essere rispediti in Turchia.
Per almeno quattro le accuse sarebbero più pesanti (“violenza aperta in associazione contro persone, violenza contro le proprietà di una organizzazione internazionale protetta e vandalismo”) e la loro detenzione provvisoria è stata prolungata per altre due settimane.
Nel frattempo è giunta notizia di alcune iniziative di solidarietà per i giovani curdi arrestati. A sorpresa, una particolarmente rumorosa – e con dispendio di fumogeni – si è svolta a Bruxelles davanti all’ambasciata dei Paesi Bassi.

Accuse simili (“danneggiamenti criminali”) erano rivolte a tre militanti filo-palestinesi che nel febbraio di quest’anno si erano incatenati all’interno della filiale della Elbit Systems (la Unmanned Air Vehicles – UAV – Engines, specializzata in “veicoli senza equipaggio”) a Shenstone (Staffordshire).
Ne avevano inoltre ricoperto la facciata con secchiate di vernice rossa.
Nei reparti di questa azienda si producono motori per droni appunto per la Elbit Systems, una delle maggiori fabbriche di armamenti israeliane con sede legale ad Haifa.
Dopo tre giorni di processo svoltosi a Newcastle-under-Lyme, il 6 dicembre i tre imputati sono stati dichiarati non colpevoli.
Per il giudice, il procuratore non aveva adeguatamente dimostrato che le condanne richieste per gli imputati sarebbero state proporzionate rispetto al loro diritto di protestare.
La fabbrica UAV Engines di Shenstone produce componenti fondamentali per alcuni tipi di droni da combattimento (in particolare il modello Hermes, utilizzato anche a Gaza) della Elbit System, l’azienda fornitrice dell’85% dei droni in possesso dell’esercito di Israele.
Oltre ai droni la Elbit System produce buona parte della strumentazione per la sorveglianza, armamenti e tecnologie militari utilizzati sia dall’esercito che dalla polizia israeliana.
Gianni Sartori