Risultati

ListeMaggioritario
Seggi
Proporzionale
VotiVoti%Voti%
Partito Liberal Democratico (LDP)27.626.23448,0518919.914.88334,6672261Diminuzione 23
Partito Costituzionale Democratico del Giappone (CDP)17.239.69129,995711.491.99720,003996Aumento 41
Nippon Ishin no Kai (JIP)4.802.7938,35168.050.83014,012541Aumento 30
Komeitō (NKP)872.9311,5297.114.28212,382332Aumento 3
Partito Comunista Giapponese (JCP)2.650.5914,6114.166.0767,25910Diminuzione 2
Partito Democratico per il Popolo (DPFP)1.245.7192,1762.593.2554,51511Nuovo
Reiwa Shinsengumi (RS)248.2800,432.215.6483,8633Nuovo
Partito Socialdemocratico (SDP)313.1930,5411.018.5881,771Diminuzione 1
Altri222.3680,39900.1811,57
Indipendenti2.269.1663,951010Diminuzione 12
Totale57.490.96610028957.465.740100176465

Di Guido Alberto Casanova ISPI

Domenica il Giappone si è recato alle urne per rinnovare la Camera dei Rappresentati, il ramo basso del parlamento nazionale. Si è trattato del primo banco di prova vero e proprio per il nuovo primo ministro Kishida Fumio, insediatosi appena il 4 ottobre dopo aver vinto le primarie del proprio partito a fine settembre. Al termine delle votazioni, il Partito Liberal Democratico (LDP) ha ottenuto da solo 261 seggi e Kōmeitō, l’alleato di governo di ispirazione buddhista, 32. Per quanto riguarda l’opposizione, invece, vanno: 96 seggi al Partito Democratico Costituzionale (CDP), 10 al Partito Comunista del Giappone (JCP), 11 al Partito Democratico per il Popolo (DPP), 41 a Nippon Ishin no Kai e altri 4 seggi a due piccole formazioni della sinistra progressista.

Nonostante sia calato il numero dei seggi detenuti dall’LDP, il partito di governo è riuscito da solo ad ottenere una maggioranza assoluta considerata stabile. Sommando i seggi di LDP e Kōmeitō, infatti, i due partiti di governo superano ampiamente la maggioranza di 261 seggi che viene solitamente considerata la soglia minima per ottenere il controllo di tutte le commissioni parlamentari permanenti.

L’esito elettorale sembrerebbe dunque confermare la continuità che da molti decenni contraddistingue la politica del Giappone. Ma è davvero così? Come bisogna leggere il voto di domenica? Cosa ci può suggerire per capire in che direzioni si muoverà il Giappone?

Come si vota in Giappone?

Nessuna discussione sul voto giapponese può prescindere dal sistema elettorale in uso. Nelle elezioni di domenica, oltre 57 milioni di cittadini giapponesi hanno votato per eleggere i 465 rappresentanti della camera bassa. La legge elettorale prevede un sistema misto, maggioritario per 289 seggi (pari al 62,2% di tutti i seggi che vanno rinnovati) e proporzionale per 176 (pari al restante 37,8%).

Il segmento maggioritario del sistema suddivide l’intero territorio nazionale in 289 distretti uninominali con turno unico, il che significa che la all’interno di ogni distretto il candidato che raccoglie il maggior numero di voti vince il seggio di rappresentante del medesimo distretto. Il segmento proporzionaleinvece suddivide i restanti 176 seggi in 11 ampie circoscrizioni regionali, ognuna delle quali elegge tra i 6 e i 28 rappresentanti ripartendoli in modo proporzionale ai voti ricevuti da ogni partito all’interno di quella circoscrizione. Ogni elettore, dunque, esprime due voti: uno per un candidato nel proprio distretto uninominale e un altro per un partito nella propria circoscrizione regionale.

Nonostante la natura mista della legge elettorale, il sistema è fortemente sbilanciato in senso maggioritario. Non solo per via del fatto che la maggior parte dei rappresentanti viene eletta con questo metodo, ma anche perché nelle dinamiche della campagna elettorale l’enfasi sulle candidature nei distretti uninominali prende il sopravvento sulla competizione proporzionale nella circoscrizione. Ciò è dovuto al particolare meccanismo per cui i candidati perdenti all’interno di ogni distretto possono essere ripescati (secondo il gergo politico giapponese “resuscitati”) nel segmento proporzionale: i “migliori” candidati perdenti, cioè quelli che più si sono avvicinati al numero di voto del candidato che nel loro distretto è stato eletto, possono venir messi in cima alla lista dei candidati del proprio partito nel segmento proporzionale. Di conseguenza ogni candidato dei distretti uninominali ha l’interesse di promuovere non solo sé stesso ma anche il proprio partito di appartenenza, nel caso in cui la propria campagna non andasse bene e dovesse sperare di essere “resuscitato”. Se a ciò aggiungiamo che generalmente i più importanti membri di partito vengono sempre presentati come candidati nei distretti uninominali e che sono quelli più giovani a finire nelle liste di partito per i blocchi proporzionali, è chiaro che la forza trainante delle elezioni giapponesi sia la competizione per i distretti uninominali e non quella per le circoscrizioni proporzionali.

Un problema già più volte evidenziato di questo sistema elettorale, e in realtà tipico di tutti i sistemi maggioritari, è che non tutti i voti dei distretti uninominali valgono allo stesso modo. Gran parte dei distretti urbani hanno in media un numero maggiore di elettori rispetto a quelli rurali: alle due estremità ci sono il distretto 1 della prefettura di Tottori, che ha 231.000 elettori, il distretto 13 di Tokyo, che ne ha 482.000. Ciò crea uno squilibrio nella rappresentanza delle zone rurali del paese (dove di solito l’LDP è molto forte) rispetto a quelle urbane.

Quali erano le strategie elettorali?

In un sistema dove la competizione elettorale segue il paradigma maggioritario, l’alleanza LDP-Kōmeitō consolidatasi negli ultimi 20 anni ha sempre consentito ottimi risultati elettorali: da un lato c’è la capacità di coordinare le proprie strategie per rafforzarsi a vicenda nei distretti uninominali, dall’altro i due partiti hanno costruito nel tempo un saldo rapporto di fiducia con ampie fasce dell’elettorato in modo tale che queste si presentino regolarmente ai seggi al momento del voto. A questo robusto legame va poi aggiunta la sintonia che sembra trasparire tra le posizioni di Kishida e Kōmeitō, entrambi apparentemente molto attenti alle questioni della diffusione del benessere sociale.

L’opposizione invece è storicamente frammentata e per anni ogni partito ha presentato un proprio candidato nei distretti uninominali, dividendo il voto degli elettori anti-LDP e favorendo così i candidati dei partiti di governo. Quest’anno, tuttavia, la sinistra giapponese è riuscita a presentarsi compatta alle elezioni: CDP, JCP e due piccoli partiti progressisti hanno coordinato le proprie candidature in modo tale da presentare un unico candidato per tutti e quattro i partiti in circa 209 distretti uninominali. Ciò è avvenuto dopo che a inizio settembre gli stessi quattro partiti hanno raggiunto un patto programmatico su alcune politiche di interesse comune come la revisione della legislazione sulla sicurezza voluta dall’ex premier Abe, la difesa della costituzione, la riduzione della tassa sui consumi, il sostegno alle energie rinnovabili e la lotta alle disuguaglianze economiche e di genere. A margine dell’intesa, inoltre, il capo del CDP Edano Yukio aveva raggiunto un accordo coi comunisti per cui nell’eventualità che l’opposizione avesse vinto le elezioni, il JCP avrebbe sostenuto il governo del CDP su una serie delimitata di politiche concordate senza avere però nessun ruolo nel gabinetto di governo. Il DPP invece non si è allineato al fronte unito dell’opposizione di sinistra.

A chiudere il quadro, Nippon Ishin ha deciso di non allearsi con nessuno per rimarcare la propria alterità sia rispetto ai partiti di governo che a quelli di opposizione. Il partito regionalista, radicato a Osaka e nella regione del Kansai, ha però puntato a espandersi sul piano nazionale presentando i propri candidati in moltissimi nuovi distretti anche al di fuori della propria roccaforte.

Com’è andata la campagna elettorale?

L’LDP si è avvicinato al voto con un crescente senso di apprensione, come anche suggerito dal fatto che il premier è dovuto ricorrere anche a voli charter per poter tenere quanti più comizi possibile. A pochi giorni dalle elezioni, infatti, il quotidiano Nikkei Asia riportava che le competizioni nel 40% dei distretti uninominali erano infatti ancora in bilico.

Il primo motivo di questa apprensione è stato il tasso di approvazione dell’esecutivo guidato da Kishida, al di sotto delle aspettative per un governo formatosi appena il 4 ottobre. La maggior parte dei sondaggi infatti riportavano un sostegno appena sotto il 50%. Nonostante i volti nuovi e i proclami di rinascita e rinnovamento dell’LDP, gli elettori non erano rimasti impressionati dal governo di Kishida e sul loro giudizio pesava ovviamente la percezione che dietro le quinte continuasse a regnare l’immobilismo. Non a caso i sondaggi rivelavano anche che gli elettori vedevano negativamente sia la nomina di Akira Amari a segretario generale che l’influenza acquistata da Abe Shinzō e Asō Tarō all’interno del partito, capifazione dell’LDP ai quali però Kishida non poteva voltare le spalle dal momento che il loro sostegno era stato cruciale per la sua ascesa a premier.

Il secondo motivo invece aveva a che fare con l’opposizione unificata. La semplice matematica di un voto non più diviso rendeva improvvisamente l’opposizione molto più competitiva in numerosi distretti uninominali. Per minare il fronte comune agli occhi dell’elettorato, dunque, l’LDP è ricorso alla critica dell’alleanza tra CDP e JCP evidenziandone l’irresponsabilità date le differenze su temi chiave quali la valutazione dell’alleanza con gli Stati Uniti. Alcuni capipartito si sono spinti addirittura a definire le elezioni una scelta tra democrazia liberale e governo comunista, facendo leva sull’utile luogo comune che il JCP sia ancora una forza sovversiva nella politica giapponese.

L’opposizione ha cercato di far passare la narrazione che il vero cambiamento sarebbe potuto arrivare solo dalla sinistra e che le promesse dell’LDP, immobilizzato da forti interessi particolaristici, avrebbero solamente tenuto in ostaggio il rinnovamento. D’altra parte, nonostante Kishida avesse vinto le primarie del proprio partito correndo con un programma di redistribuzione economica, dopo l’insediamento il nuovo premier aveva aggiustato la mira arrivando anche ritrattare la propria proposta di alzare l’imposta sulle rendite finanziarie. Anche nel manifesto presentato all’inizio della campagna elettorale, molte delle proposte di Kishida tese a favorire la più equa redistribuzione del reddito erano state accantonate per far posto ad altri temi cari alla destra di Abe come l’aumento delle spese militari e la revisione della costituzione pacifista.

Il tema centrale delle elezioni dunque è stato la ripresa economica post-Covid. Sia Kishida che l’opposizione hanno proposto misure per legare la crescita economica alla redistribuzione del reddito e alla ripartenza dei consumi. Kishida ha promosso il proprio progetto di “nuovo capitalismo”, basato tra le altre cose sull’innalzamento dei redditi per i lavoratori, sul rafforzamento dell’assistenza sociale e sul graduale aumento del salario minimo. Sul piano retorico poi il nuovo premier ha indicato l’intenzione di rompere con l’Abenomics poiché, sebbene fosse riuscita a far tornare a crescere l’economia dopo decenni di stagnazione, i benefici sarebbero stati concentrati nelle mani di pochi. Partendo dalla stessa critica delle disuguaglianze rafforzate dall’Abenomics, il capo dell’opposizione Edano ha invece proposto di espandere in modo più organico lo stato sociale giapponese finanziandolo con più tasse per i grandi patrimoni e le grandi aziende.

Altro tema chiave della campagna è stato ovviamente la lotta al Covid. Anche da questo punto di vista governo e opposizione hanno però proposto misure molto simili, incentrate sull’aumento della capacità di ospedalizzare i pazienti e di testare i potenziali contagiati, nonché sulla spinta alla vaccinazione e alla ricerca medica. I temi su cui veramente c’erano differenze programmatiche sensibili erano però quelli sociali, come la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso o l’opzione per le coppie sposate di mantenere cognomi separati, che però hanno avuto un ruolo abbastanza marginale nella campagna elettorale.

Chi sale e chi scende?

Posizionando molto in basso l’asticella, Kishida aveva detto che la soglia minima per considerare il voto un successo sarebbe stato ottenere la maggioranza semplice dei 233 seggi in coalizione con Kōmeitō. I 293 seggi complessivi e i 261 del solo LDP sono dunque molto al di sopra di tale soglia e in realtà sono ben sopra anche alle proiezioni preelettorali e agli exit poll. Pur perdendo una dozzina di seggi rispetto a prima del voto, la coalizione di governo ha mantenuto la maggioranza assoluta stabile nella camera bassa contro la gran parte dei pronostici.

Per la sinistra invece il risultato è stato disastroso e l’opposizione unita esce dalle elezioni con meno seggi di quelli con cui era entrata. Edano, il protagonista di questo tentativo di unificare le forze della sinistra, si è dimesso da leader del CDP ed ora il partito è alla ricerca di un nuovo capo mentre parallelamente procede il dibattito interno sulla strategia da adottare per il futuro. Nonostante i candidati dell’opposizione unificata siano riusciti ad espandere leggermente i seggi ottenuti nel segmento maggioritario e in molti distretti uninominali essi siano arrivati secondi con un margine ridotto, le liste di partito sono andate male nelle circoscrizioni proporzionali.

Chi invece è riuscito ad aumentare i propri seggi quasi quadruplicandoli è stato Nippon Ishin, che è passato da 11 a 41. Oltre ad aver vinto in tutti i distretti uninominali di Osaka in cui si era presentato, il partito ha ottenuto buone percentuali anche nei segmenti proporzionali di quasi tutte le circoscrizioni regionali. Anche il DPP, nonostante la sua posizione scomoda di essere un partito d’opposizione discendente dall’unione di una parte del defunto Partito Democratico e di una formazione scissionista dell’LDP, è riuscito ad aumentare di qualche seggio la propria presenza in parlamento.

Quali sono state le tendenze?

La prestazione dell’LDP, sebbene sorprendente, dimostra ancora una volta la capacità del partito di essere una “macchina da voti”. È pur vero che la popolarità del governo di Kishida si è rivelato al di sotto delle aspettative ma va anche notato che il tasso di disapprovazione è rimasto significativamente più in basso, complice anche l’assenza di controversie e vistosi scivoloni nel breve periodo intercorso dall’inaugurazione dell’esecutivo. Nel segmento proporzionale, oltretutto, l’LDP ha ottenuto il miglior risultato in numero assoluto di voti da oltre un decennio.

Alla radice del risultato deludente del fronte unificato a guida CDP-JCP c’è invece un’alleanza che la base elettorale dell’opposizione non ha digeritoProva ne è il fatto che mentre la maggioranza degli elettori comunisti hanno votato per i candidati costituzional-democratici nei distretti uninominali dove questi rappresentavano l’opposizione unita, a parti inverse meno della metà degli elettori costituzional-democratici ha votato per i candidati comunisti. La cooperazione voluta da Edano coi comunisti è stata infatti una scommessa per il CDP, contro la quale il maggior sindacato del paese (Rengō) si è scagliato più volte con furia nonostante questo sia uno dei principali sostenitori del CDP. Al di là delle ambiguità sulla posizione congiunta di CDP e JCP su temi importanti come l’energia nucleare, ciò che Rengō contestava al CDP era la strategia elettorale di alleanza col partito “intoccabile” della politica giapponese. Secondo il quotidiano Asahi, infatti, le strutture locali del sindacato si sono mosse in modo discreto per intessere rapporti con altri attori. Prova ne è il fatto che nel distretto 11 della prefettura di Aichi, dove ha sede la Toyota e dove Rengō possiede una solida base elettorale tra i lavoratori dell’industria automobilistica, il candidato dell’LDP ha preso quasi il 70% dei voti. Questa ostilità verso l’opposizione unita da parte delle organizzazioni della base potrebbe anche essere il motivo per cui il DPP, l’altro partito a cui storicamente il sindacato è legato, sia riuscito a migliorare i propri numeri in questa tornata elettorale.

Il successo di Nippon Ishin invece deriva da una serie di fattori molto particolare. Da un lato, gli elettori moderati dell’opposizione scettici dell’alleanza CDP-JCP hanno trovato in questo partito una possibile alternativa grazie anche a una vigorosa campagna elettorale di attacco all’LDP. Dall’altro, dopo che Kishida ha pubblicamente preso le distanze dalle ricette neoliberiste, il partito regionalista si è potuto appropriare del tema delle riforme di mercato ed è quindi riuscito a raccogliere voti anche tra quei sostenitori dell’LDP che non condividono il programma annunciato dal nuovo premier. Anche secondo l’analisi dei flussi elettorali Nippon Ishin è riuscito a strappare voti un po’ a tutti, ottenendo oltretutto ottimi risultati in aree strategiche come a Tokyo e nelle regioni circostanti.

Un’ultima tendenza da prendere in considerazione è quella sull’affluenza in leggerissimo rialzo e attestatasi sul 55,9%. In un contesto di alto astensionismo persistente come appare essere il Giappone dopo il disastroso governo dell’opposizione nel 2009-2012, la capacità dell’LDP di mobilitare il proprio ampio elettorato al momento del voto è un asso nella manica che l’opposizione semplicemente non possiede. L’unica opzione per la sinistra di sconfiggere l’LDP sarebbe dunque quella di convincere quegli elettori che non si identificano in nessun partito e che non partecipano alle elezioni, presentandosi come una alternativa credibile e meritevole di fiducia. Dal punto di vista della credibilità, l’opposizione ne ha ancora molta di strada da fare, anche per via dei cattivi ricordi dell’esperienza del 2009-2012 di cui Edano è stato uno dei protagonisti: prova ne è il fatto che tra gli elettori non affiliati a nessun partito il CDP non si posiziona davanti a LDP e Nippon Ishin di soli pochi punti percentuali. Dal punto di vista dell’alternatività rispetto al governo invece il CDP è riuscito a compiere dei passi importanti, nonostante la tecnica dell’LDP di “rubare” i temi dell’opposizione come ad esempio quello della redistribuzione. Il fronte unito a guida CDP-JCP è infatti non solo una sfida “tattica” nel gioco elettorale ma anche una sfida ideologica in campo politico, presentando una idea di Giappone diversa da quella proposta dall’LDP. Dati i risultati però è legittimo chiedersi se questo sia davvero il punto, se agli elettori importi davvero delle differenze tra i partiti e se in realtà ciò che in realtà vogliono non sia semplicemente un governo che funzioni bene e che possa offrire servizi e beni pubblici in modo efficiente come l’LDP ha dimostrato di saper fare.

Cosa succede ora?

Il tema al centro di queste elezioni, dalla prospettiva dell’LDP, è stato valutare la capacità di Kishida di limitare le perdite: un compito che il nuovo premier è riuscito a svolgere egregiamente. Il successo elettorale dovrebbe dunque permettergli di innalzare la propria statura all’interno del partito e liberarsi di alcuni dei vincoli politici che il percorso della sua ascesa gli aveva imposto. D’altronde, secondo i sondaggi la rottura con l’eredità di Abe è proprio ciò che la maggior parte della popolazione giapponese desidera. Il voto poi ha anche consegnato una grossa sorpresa a Kishida, quando il segretario generale del partito Amari non è riuscito a vincere il proprio seggio uninominale ed è stato necessario “resuscitarlo” nelle liste proporzionali. Amari ha dato le dimissioni dalla carica di n°2 dell’LDP dopo la propria sconfitta, liberando così il premier di un alleato ingombrante e scomodo. Ora Kishida ha quindi un maggior margine di manovra sia per quanto riguarda il pacchetto di stimoli economici che sarà presentato a breve, sia per il prossimo programma di spesa nazionale che deve essere approvato dal parlamento entro marzo. Non va sottovalutata quindi la possibilità che vengano incluse misure per rivedere la politica fiscale in senso maggiormente redistributivo: poche settimane fa si è messo all’opera il consiglio di esperti che dovrà fornire le proprie proposte di su cui si fonderà il “nuovo capitalismo” di Kishida.

Per l’opposizione invece, dopo le dimissioni di Edano si apre una nuova stagione di dibattiti sulla composizione della nuova dirigenza del CDP e soprattutto sulla strategia politica da adottareSecondo i sondaggi, la gran parte dell’opinione pubblica vorrebbe veder abbandonare la cooperazione col JCP. Anche il sindacato spinge in modo risoluto per questa soluzione dopo la delusione elettorale dell’opposizione. Eppure, molto dipenderà da quali sono le lezioni che verranno tratte da questa tornata elettorale in cui CDP e JCP hanno annunciato la propria collaborazione solo nelle ultime settimane prima del voto. In un contesto di persistente bassa affluenza, la strategia di un fronte comune non appare insensata ma probabilmente non c’è stato il tempo materiale per poterne spiegare la ratio agli elettori. Resta però il fatto che le divisioni non sono solo a livello di dirigenze di partito e che la stessa base elettorale dell’opposizione non appare capace di trovare quel senso unità che invece accomuna la base dell’LDP. E mentre il maggior partito di opposizione discute su chi debba succedere a Edano, le elezioni della camera alta in programma per la prossima estate si avvicinano.

Un’ultima considerazione su ciò che è lecito aspettarsi ora. Con l’aumento dei seggi di Nippon Ishin e la sostanziale tenuta dell’LDP, le forze in favore della revisione costituzionale hanno espanso la propria presenza in parlamento e potrebbero alzare la voce nei prossimi mesi soprattutto dato il precario stato di sicurezza della regione. L’effettivo emendamento della costituzione pacifista rimane però un obiettivo molto complesso: LDP e Nippon Ishin sono a favore, ma Kōmeitō ha rimarcato più volte il proprio scetticismo in materia e dato il ruolo cruciale che i suoi elettori svolgono nella strategia elettorale dell’LDP sembra improbabile che Kishida (che già di per sé non scalpita per rivedere la costituzione) intenda alienarli. D’altra parte, però, la particolare posizione di Nippon Ishin a metà tra l’opposizione e il sostegno al governo sarà sicuramente un elemento che l’LDP potrebbe sfruttare per esercitare pressione sull’alleato di coalizione.

Dopo queste elezioni, la politica giapponese non cambierà nelle proprie linee fondamentali. L’LDP rimane al governo con Kōmeitō, la destra nazionalista e conservatrice continuerà ad essere una forza all’interno del principale partito di governo, e l’opposizione deve ancora riuscire a fare la quadra di come costituire un’alternativa credibile. Se però ci limitassimo a questo quadro generale perderemmo di vista tutti quei piccoli assestamenti che stanno avvenendo nel sottosuolo della politica, della società e dell’economia del paese. Con queste elezioni il Giappone ha scelto ancora una volta la continuità ma ciò non significa che abbia votato per l’immobilismo, anzi.

da ispionline.it