Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, si è impegnato a distruggere i nemici del suo governo “con il sangue” mentre le forze ribelli del Tigray minacciano di avanzare su Addis Abeba. Una precedente chiamata a “seppellire” il nemico in una dichiarazione pubblicata sulla pagina Facebook ufficiale di Abiy, durante il fine settimana, è stata rimossa dalla piattaforma per aver violato le sue politiche contro l’incitamento e il sostegno alla violenza. Le forze del Tigray si troverebbero attualmente nella città di Kemise, nello stato di Amhara, a 325 km dalla capitale, stando a quanto reso noto dal portavoce del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF), Getachew Reda. Quest’ultimo ha aggiunto che i ribelli si impegneranno a ridurre al minimo le vittime nel loro viaggio verso la presa di Addis Abeba. “Non intendiamo sparare ai civili e non vogliamo spargimenti di sangue. Vorremmo che il processo fosse pacifico, se possibile”, ha aggiunto. Per il momento, il gruppo sta avanzando verso la città di Mille. Lo stesso Reda ha diffuso l’aggiornamento. 

Nel frattempo, il presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, ha convocato, il 16 novembre, un incontro tra i leader del blocco dell’Africa orientale per discutere del conflitto in Etiopia. “Il presidente Museveni è in contatto con il primo ministro Abiy sulla situazione in corso in Etiopia e ha espresso preoccupazione per il rifiuto da parte del gruppo del Tigray di avviare negoziati e raggiungere un cessate il fuoco. Siamo preoccupati”, ha detto Okello Oryem, ministro di stato dell’Uganda per gli affari esteri.

Lo stato di emergenza, della durata di 6 mesi, consente, tra le altre cose, di istituire posti di blocco, di interrompere i servizi di trasporto, di imporre il coprifuoco e di intervenire militarmente in alcune zone. Chiunque sia sospettato di avere legami con gruppi “terroristici” potrebbe essere detenuto, anche senza mandato di arresto, mentre qualsiasi cittadino che abbia raggiunto l’età idonea al servizio militare potrebbe essere chiamato a combattere. “Il nostro Paese sta affrontando un grave pericolo per la sua esistenza, la sua sovranità e la sua unità. Non possiamo dissipare questo pericolo attraverso i consueti sistemi e procedure di applicazione della legge”, ha detto il ministro della Giustizia, Gedion Timothewos, durante un briefing con i media statali, specificando che chiunque violi l’emergenza dovrà affrontare da 3 a 10 anni di carcere, per reati come il sostegno finanziario, materiale o morale a “gruppi terroristici”.

La mossa è arrivata dopo che i combattenti del Tigray hanno dichiarato di aver catturato, tra il 30 e il 31 ottobre, le due città strategiche di Dessie e Kombolcha, nella regione di Amhara, e hanno avvisato che starebbero avanzando più a Sud, verso Addis Abeba. Il governo ha affermato che i soldati dell’esercito stanno ancora combattendo per il controllo delle due città chiave, a circa 400 km dalla capitale. Gran parte dell’Etiopia settentrionale è soggetta ad un blackout delle comunicazioni e l’accesso ai giornalisti è limitato, quindi ciò rende difficile la verifica indipendente delle affermazioni sul campo di battaglia. Martedì 2 novembre, le autorità di Addis Abeba hanno invitato i residenti a registrare le proprie armi nei prossimi due giorni e a prepararsi a difendere la città. Nella stessa giornata, l’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, ha denunciato l’espansione della campagna militare del TPLF. “Abbiamo costantemente condannato l’espansione della guerra del TPLF al di fuori del Tigray e continuiamo a chiedere al gruppo di ritirarsi da Afar e Amhara”, ha affermato Feltman. “L’estensione del conflitto è tanto prevedibile quanto inaccettabile, dato che il governo etiope ha iniziato a tagliare gli aiuti umanitari e l’accesso commerciale al Tigray a giugno, cosa che continua ancora oggi nonostante le orribili condizioni di carestia segnalate”, ha aggiunto. Separatamente, il governo degli Stati Uniti ha dichiarato martedì che revocherà i privilegi commerciali all’Etiopia, compresa l’esenzione dei dazi alle esportazioni etiopi, a causa di “gravi violazioni dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale”. Un giorno prima, il Dipartimento di Stato degli USA ha modificato il Regolamento sul traffico internazionale di armi (Itar), in modo tale da negare le licenze per l’esportazione di armi ed altri articoli di difesa in Etiopia ed Eritrea. La norma, in vigore dal primo novembre, è stata pubblicata sul sito del Registro federale Usa, che raccoglie quotidianamente gli avvisi e notizie delle diverse agenzie governative. Secondo le Nazioni Unite, il conflitto ha innescato una crisi umanitaria che ha lasciato centinaia di migliaia di persone in condizioni di carestia, migliaia di morti e più di 2,5 milioni di sfollati.

Mercoledì 3 novembre, l’ambasciata degli Stati Uniti in Etiopia ha autorizzato la partenza volontaria dei membri del personale governativo non di emergenza e dei loro familiari, mentre le forze ribelli del Fronte del Tigray avanzano verso la capitale. La decisione è arrivata dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere “gravemente preoccupati” per l’escalation della violenza e l’espansione delle ostilità, ribadendo la richiesta di fermare le operazioni militari a favore dei colloqui per il cessate il fuoco. Mercoledì, anche la Gran Bretagna ha invitato i suoi cittadini a rivedere la loro necessità di rimanere in Etiopia e a considerare di andarsene sfruttando le opzioni commerciali attualmente disponibili. 

da fonti varie.