L’ambasciata degli Stati Uniti ad Addis Abeba ha invitato i cittadini americani residenti in Etiopia a “considerare di prepararsi a lasciare il Paese” a causa del “deterioramento significativo” delle “condizioni di sicurezza”. Lo si apprende da un comunicato pubblicato dalla sede diplomatica.

Stando alla nota, “gran parte” dell’autostrada che connette Addis Abeba con il nord del Paese è stata interrotta su decisione del governo. Per quanto riguarda le regioni settentrionali di Tigray, Afar e Ahmara si riferisce di “una continua escalation” delle ostilità.

L’avviso arriva all’indomani dell’entrata in vigore dello stato di emergenza nazionale, decretato dal governo del primo ministro Abiy Ahmed. Il provvedimento, giunto a un anno dall’avvio di un’offensiva militare nel Tigray, sarebbe la risposta all’avanzamento delle milizie del Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf) e di unità combattenti della comunità oromo verso sud, in direzione della capitale.

L’ambasciata americana ha ordinato ai suoi funzionari di non lasciare Addis Abeba, oltre ad aver dissuaso i cittadini americani dal recarsi nel Paese e ad aver invitato quelli residenti a valutare di lasciarlo e a registrare le proprie generalità.

Agenzia DIRE

Etiopia: Tplf e Ola avanzano e puntano al marciare sulla capitale

Dopo la conquista negli ultimi giorni delle importanti città di Dessiè e Kombolcha, nella regione Amhara, a circa 300 km da Addis Abeba, da parte dei ribelli del Tplf (Fronte di liberazione del popolo del Tigray), il primo ministro etiopico Abiy Ahmed, ha riconosciuto che i migliaia di volontari reclutati di recente per rinforzare le truppe federali, sono impreparati e disorganizzati. Si motiva così la disfatta subita dall’esercito etiopico, in ritirata sia dalle regioni del nord (Tigray, Amhara e Afar) che in quelle dell’ovest e del sud, da dove avanzano i ribelli dell’Esercito di liberazione Oromo (Ola) che hanno conquistato varie città e che unendosi ai tigrini, chiuderebbero in una morsa finale le truppe federali, per marciare sulla capitale Addis Abeba.

Ieri (2 novembre) in Etiopia le autorità hanno dichiarato uno stato di emergenza di sei mesi e chiesto ai residenti nella capitale di registrare le loro armi e prepararsi a difendere i loro quartieri, dopo che le forze della regione settentrionale del Tigray (Tplf) hanno minacciato di marciare sulla capitale. Il ministro della giustizia ha annunciato che chiunque violi lo stato d’emergenza rischia da 3 a 10 anni di carcere, per reati come fornire sostegno finanziario, materiale o morale a “gruppi terroristici”. Già nei giorni scorsi sono state condotte perquisizioni casa per casa con numerosi arresti tra presunti sostenitori del Tplf e degli alleati oromo. L’ambasciata degli Stati Uniti ad Addis Abeba ha chiesto ai cittadini americani di lasciare immediatamente il paese.

nigrizia.it

Il commento

Di Uoldelul Chelati Dirar, Professore Associato di Storia e Istituzioni dell’Africa, Università di Macerata

“Il conflitto etiope si sarebbe dovuto evitare ad ogni costo. Ma al punto in cui siamo sembra improbabile che i combattimenti possano lasciare il campo ad una soluzione negoziale. Una vittoria delle forse tigrine, che controllano tutti i centri strategici e le vie di approvvigionamento mentre il governo centrale è arroccato ad Addis Abeba e nel sudovest dell’Etiopia, è ormai più che verosimile. I toni drammatici del discorso del premier Abyi Ahmed lo dimostrano: il governo è allo sbando. Unica variabile è quella dell’Eritrea. Anche se il governo di Asmara appare in ritirata strategica. Pronto, nel caso in cui il Tplf marci su Addis Abeba, a fronteggiare un eventuale aggressione sul proprio territorio”.

ETIOPIA. Le forze del Tigray conquistano terreno, il governo chiama alle armi e l’ONU accusa tutti di crimini di guerra

di Eliana Riva – 

Pagine Esteri, 3 novembre 2021 – Etiopia. I combattenti del Tigray conquistano terre e città. Il premier Abiy Ahmed dichiara lo Stato di Emergenza e chiama il popolo alle armi, oggi le Nazioni Unite hanno reso pubblico il report sulle atrocità, gli abusi e i crimini di guerra commessi dalle varie parti coinvolte nel conflitto.

Dessie e Kombolcha sono due città strategiche nella regione Amara, la loro conquista, comunicata dai portavoce del Fronte di liberazione del Tigray (TPLF) avvicina i combattenti alla capitale Addis Abeba, che dista comunque ancora circa 400 chilometri. L’allargamento del fronte era, in realtà, prevedibile per la situazione di isolamento in cui si trovava la regione del Tigray, con gravissime conseguenze sulle condizioni di vita della popolazioneL’Unicef e le Nazioni Unite avevano già a giugno parlato della situazione disperata in cui viveva la popolazione, con ¼ dei bambini della regione tigrina che soffriva di malnutrizione. “Dobbiamo fare in modo che l’assedio del Tigray venga rotto”, ha comunicato il TPLF, “dobbiamo assicurarci che i nostri figli non muoiano di fame, di avere accesso al cibo. Se marciare su Addis è quello che serve per rompere l’assedio allora è quello che faremo”. E la conquista delle due città, anche se in parte negata dal governo etiope (afferma che il combattimento non sia ancora terminato), è strategicamente importante proprio perché intacca la rotta commerciale vitale per l’economia nazionale. Controllare quel corridoio significa limitare gli scambi e far quindi forte pressione sul governo. Ma non solo. Gli aiuti umanitari per la popolazione tigrina, che affronta una grave carestia, devono passare per forza di cose per le rotte controllate da Addis Abeba. Sono state numerose le denunce riguardanti il blocco degli aiuti da parte del governo che non ha dato segnale di voler collaborare con le organizzazioni umanitarie internazionali. Anzi. Ma la conquista delle due città della regione Amara potrebbe garantire la nascita di un nuovo corridoio che bypassi le rotte controllate dal governo e che riesca quindi ad assicurare l’arrivo dei soccorsi umanitari.

Il presidente etiope Abiy Ahmed

“Lo Stato di Emergenza è stato dichiarato per proteggere i civili dalle atrocità commesse in diverse parti del paese dal gruppo terroristico TPLF”, si legge sui media di stato e le autorità di Addis Abeba, tramite l’Ufficio per l’Amministrazione della Pace e della Sicurezza della città, hanno lanciato un appello ai propri residenti, perché si organizzino in blocchi, in coordinamento con le forze di polizia, per “proteggere la pace e la sicurezza” in previsione dell’arrivo dei combattenti del Tigray. “I giovani della città di Addis Abeba saranno reclutati e tutti i settori della società dovranno cooperare”. Il ministro della giustizia ha dichiarato che il Paese “sta affrontando un grave pericolo per la sua esistenza, sovranità e unità. E non possiamo scongiurare questo pericolo utilizzando le procedure consuete che prevede la legge”. Ha annunciato, inoltre, che chiunque non rispetterà le indicazioni date con l’applicazione dello Stato di Emergenza subirà dai 3 ai 10 anni di carcere per aver fornito sostegno a gruppi terroristici.

E oggi, qualche ora dopo la proclamazione dello Stato di Emergenza, l’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, in collaborazione con la Commissione etiope per i diritti umani, ha pubblicato un report sulle atrocità commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto. Nonostante l’accesso alla zona del Tigray sia estremamente difficile e limitato, anche per i giornalisti e per i volontari delli organizzazione umanitarie, l’indagine delle Nazioni Unite parla di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, accusando tutte le parti di aver torturato e ucciso civili, di aver commesso stupri di gruppo. Ancora, sono stati operati arresti su base etnica. Il report copre il periodo che va da novembre 2020 a giugno 2021 e tiene quindi in considerazione il comportamento delle forze armate del Tigray, dell’esercito etiope e dei suoi alleati, ossia le truppe provenienti dalla regione Amara e i soldati eritrei. Questi ultimi, nonostante il premier Ahmed ne avesse inizialmente negato la presenza, hanno avuto un ruolo di primo piano, soprattutto nei primi mesi del conflitto, quando già le Organizzazioni Internazionali, tra cui Amnesty International ne denunciavano i crimini. Oggi il report delle Nazioni Unite definisce le forze eritree le “principali responsabili delle violazioni dei diritti umani”. L’inchiesta contiene dettagli approfonditi sugli stupri e le mutilazioni commessi proprio dalle truppe eritree.

Pur annunciando la formazione di una commissione di inchiesta per indagare sugli eventuali crimini di guerra, il presidente Ahmed ha manifestato “serie riserve” sul rapporto delle Nazioni Unite che, ha detto, in ogni caso non accusa il governo di genocidio né di utilizzare il cibo come un’arma di guerra. Se da un lato sminuisce le accuse poste al suo governo, dall’altro, prevedibilmente, sottolinea con forza le colpe di cui si sarebbero macchiati i combattenti del Tigray, presentando ufficialmente l’inchiesta quasi come fosse conferma e legittimazione per le azioni governative.

Il conflitto ha causato la morte di migliaia di persone, circa 2 milioni e mezzo di sfollati e un’enorme crisi umanitaria.

Premio Nobel… per la guerra?

Abiy Ahmed è il Primo ministro dell’Etiopia dal 2018. Esponente del governo di coalizione del Fronte Democratico Rivoluzionario Etiope, era salito al potere sostenuto da forti aspettative relative alla pacificazione e alla democratizzazione di un Paese sempre più frammentato. Abiy è di etnia oromo, dominante nel Paese ma mai in grado di controllare il governo federale prima della sua ascesa politica: appena salito al potere, si era messo in luce per una serie di azioni volte a ridurre le tensioni etniche interne, scarcerando migliaia di prigionieri politici e promuovendo una più ampia libertà di stampa. Inoltre, il processo di pace varato con la vicina Eritrea nel 2019 dopo oltre vent’anni di conflitto valse ad Abiy la conquista del Premio Nobel per la Pace, rafforzando le speranze della comunità internazionale verso una nuova stagione di crescita, stabilità e sviluppo per la regione del Corno d’Africa. Tuttavia, passato il primo periodo di euforia collettiva per gli inattesi risultati raggiunti, le tensioni etniche che caratterizzano il Paese sono tornate a galla riportando la situazione fuori controllo.

Come si è arrivati fin qui?

A settembre 2020, il FLPT ha indetto elezioni regionali in maniera autonoma rispetto a quanto richiesto dal governo centrale, che non ne ha dunque riconosciuto l’esito. Nel novembre del 2020, dopo che il governo ha inviato le truppe in Tigray in seguito ad un presunto attacco subito da una caserma, sono iniziati gli scontri. Il 28 giugno le forze di difesa del Tigray hanno occupato nuovamente la capitale regionale Mekelle.

da ispi

Etiopia, il disastro umanitario scatenato dalla guerra nel Tigray

di Marco Benedettelli

  • La guerra divampata in Tigray e che da qui si è estesa anche nelle regioni intorno è scoppiata ormai quasi da un anno: era il 4 novembre 2020 quando l’esercito federale etiope sferrava il sua attacco sulla capitale tigrina Mekelle, con l’obbiettivo di rovesciare i ribelli del Tplf, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, partito alla guida della regione. Oggi gli osservatori internazionali parlano di “genocidio”, tali sono le modalità con cui i popoli dell’area sono stati ridotti alla fame. Dal 12 luglio, giorno quando l’Etiopia ha indetto una prima tregua, sono riusciti a entrare nella zona di guerra solo 606 camion d’aiuti umanitari. Ma, denunciano le Nazioni Unite, per fare fronte alla gravissima e dimenticata crisi umanitaria ne occorrerebbero almeno 100 al giorno. Il Tigray e tutta la vasta zona di guerra di fatto è isolata, accerchiata dagli sbarramenti del Fdne, la Forza di difesa nazionale etiope. Il governo federale etiope accusa il Tplf di aver rubato a scopi miliari decine di mezzi del trasporto aiuti. E poi non c’è carburante, i camion che riescono entrare non hanno gasolio per tornare indietro. Di fronte alle infinite difficoltà, numerose organizzazioni delle Nazioni unite e ong non hanno potuto far altro che ridurre i propri interventi umanitari. Fra chi è rimasto in campo c’è la Croce Rossa Internazionale che da agosto è riuscita a distribuire beni di prima necessità per poco più di 100mila persone nel Tigray e nelle confinanti regioni di Amhara e Afar, dove il conflitto s’è esteso.

Ma capire cosa stia accadendo, di preciso, in quella parte dell’Africa dimenticata ai più è difficilissimo. Le comunicazioni sono pressoché tagliate, salvo telefoni satellitari. E non c’è accesso per i giornalisti, né locali né stranieri. Chi si riesce ad avvicinare al conflitto si conta sulle dita di una mano. Il Tigray è un grande buco nero da cui filtrano immagini di carestia, di morte. Le ultime, quelle dei bambini ridotti alla fame più atroce dall’ospedale di Mekelle.

Il conflitto e i suoi capovolgimenti

Il conflitto è scoppiato lo scorso 4 novembre quando il primo ministro etiope Aby Ahmed ha ordinato l’attacco con l’obiettivo di riportare sotto il proprio controllo un’area, il Tigray, sempre più autonomista e insofferente verso il nuovo esecutivo di Addis Abeba. Il Tplf è stato accusato dal premier Aby di “terrorismo” e l’esercito federale etiope ha sferrato la sua offensiva raccogliendo anche l’alleanza della confinante regione Amhara e dell’Eritrea, in una morsa a tenaglia che in una prima fase ha messo in ginocchio il Tigray e scardinato il governo “ribelle” del presidente Debretsion Gebremichael. Poi, nel giugno scorso, il rovesciamento di fronte. A seguito dell’”Operazione Ras Alula”, il Tplf e i suoi combatti del Tdl, il Tigray Defence Force, sono riusciti nell’impresa di liberare la capitale Mekelle e di riconquistato terreno. Fino a costringere il premier Aby a una prima resa con la dichiarazione di cessate il fuoco del 12 luglio. Ma da quella data il conflitto non si è arrestato, tutt’altro. Si è anzi allargato in una guerra civile. Le truppe del Tplf e del Tdl sono passate al contrattacco penetrando per un terzo del territorio nella regione confinante l’Amhara e poi anche in Afar, hanno occupato paesi e avamposti, creando flussi di sfollati e rendendosi responsabili di crimini contro civili, come già fatto dai federali coi loro bombardamenti. Insomma, da vittime i Tigrini sono divenuti carnefici.

Attualmente, a quanto è possibile sapere, l’avanzata del Tplf si è arrestata e anzi i suoi contingenti stanno arretrando.
Ma lo scenario continua a complicarsi. John Sparks, corrispondente di Sky News, in un nuovo reportage parla di decine di mezzi corrazzati dell’Esercito federale etiope radunati queste ore a Dessie, città dell’Amhara. E di migliaia di soldati, uomini e anche donne o giovanissimi, piazzati lungo l’A2, arteria di collegamento con Mekelle, pronti a sferrare un nuovo attacco verso il quartier generale del Tplf. «In Amhara studenti delle scuole medie e superiori insieme ai loro insegnanti sono stati chiamati alle armi, lo scorso mese, al grido di “distruggere il nemico”», scrive il reporter. Non solo, il conflitto sembra toccare anche il confinante Sudan, uno stato con cui l’Etiopia macera tensioni a causa della nascente diga sul Nilo. Qui, come riportato da Reuters e Bbc, la scorsa settimana il governo sudanese ha annunciato di aver respinto truppe etiopi che erano entrate nel proprio territorio, area di Umm Barakit. Notizia mai confermata né, ci risulta, smentita da Addis Abeba. Le tensioni con Kartum sono cresciute dall’inizio del conflitto con l’arrivo di decine di migliaia di profughi oltreconfine.

Sanzioni internazionali ed espulsioni

Intanto l’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha minacciato sanzioni per i governi di Etiopia, Eritrea, per la regione di Amhara e per quei membri del Tplf che si sono resi responsabili di aver esacerbato il conflitto. Ma gli annunci non hanno fermato l’irrigidimento dell’esecutivo. Il presidente Abiy Ahmed è più forte che mai. È appena stato rieletto al suo secondo mandato in un plebiscito che si è concluso il 30 settembre, quando si sono espressi alle urne gli ultimi tre stati della federazioni. (In Tigray non si è votato). Resterà in carica per altri cinque anni. Nei giorni del suo nuovo giuramento, sette funzionari di Unicef, Ocha – Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, e di Ohchr – Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani sono stati invitati ad abbandonare l’Etiopia, come personae non grataein quanto accusate di “deviazione dell’assistenza umanitaria” verso il Tplf e di “divulgazione di disinformazione e politicizzazione dell’assistenza umanitaria”. Queste Agenzie denunciano dall’inizio del conflitto le gravissime violazioni umanitarie in corso. Mentre nel governo federale etiope da pochi giorni ha rassegnato le dimissioni la Ministra per i diritti delle donne Filsan Abdullahi. Aveva protestato contro le atrocità commesse dall’esercito etiope in Tigray, a partire dagli stupri di massa.

Ad Addis Abeba, la testimonianza

Una testimonianza dall’Etiopia ci arriva da Macello Poli di Iscos Emilia Romagna, ad Addis Abeba in questo periodo per fare il punto sui progetti che la ong segue nel paese del Corno d’Africa. Fra gli altri, nel parco industriale di Hawassa grazie all’impegno anche di Iscos il sindacato etiope Cetu è riuscito a eleggere per la prima volta dei comitati aziendali. Racconta Poli: «Nella capitale la cosa più sconvolgente è che tutto scorre nell’apparente routine e nella voglia di fare festa nonostante, tra l’altro, il diffondersi del Covid e della variante Delta. La preoccupazione per la guerra è solo un bisbigliare di sottofondo – osserva il cooperante – La narrazione dei media è compatta nell’indicare il Tplf come una compagine terroristica e nel ribadire la certezza della vittoria finale. Così come è salda, almeno apparentemente, la fiducia nel premier appena rieletto Aby Ahmed. Tuttavia le notizie che arrivano da fuori Addis Abeba, quelle reperibili in internet quando c’è linea, raccontano di un Paese in forte instabilità. Nel Nord in preda alla guerra continuano i coprifuochi a Gondar e a Gambela e i flussi di profughi in Amhara e in Afar. Nelle regioni più periferiche invece, come il SNNPR o il Benishangul-Gumuz, stanno spuntando capetti alla testa di gruppi armati che si fronteggiano con le autorità locali. Grave e molto preoccupante – aggiunge al telefono Poli – è il profilarsi di una discriminazione a fondo etnico nei confronti dei tigrini. Gli istituti bancari in Tigray sono stati tutti bloccati e chi ha un conto in quella regione, in qualsiasi filiale, non può ritirare il proprio denaro, ovunque si trovi in Etiopia. Il risultato è che molti tigrini non hanno più liquidità. Lo scopo probabilmente è quello di indebolire ogni possibile finanziamento ai ribelli e fiaccare la popolazione».

Da vita.it del 11 ottobre 2021