Ripubblico un interessante e stimolante articolo preso da Giap, il blog dei compagni di Wu Ming (FG)

Di nostro aggiungiamo: ci sono mobilitazioni cittadine contro il lasciapassare in cui i fascisti sono stati emarginati nelle piazze e cacciati dalle assemblee, come è giusto, come vuole il minimo della decenza.

È un dato di fatto, questa mobilitazione è molto differenziata e decentrata. Questo è al tempo stesso il suo limite e la sua forza. Ci sono situazioni arretrate in cui i discorsi sono confusi e ambigui, dai cortei partono slogan e canti a nostro avviso ripugnanti e i legami col mondo del lavoro sono labili, e ce ne sono altre più avanzate e interessanti, come quella di Trieste, dove sono attivi collettivi di compagne e compagni, il deprecandissimo ex-leghista ed ex-forzanovista Fabio Tuiach è stato allontanato dall’assemblea cittadina e, soprattutto, la lotta contro il lasciapassare si fa forte del protagonismo dei lavoratori del porto. Sicuramente nemmeno lì è tutto rose e fiori, ma il conflitto, almeno per ora, sembra dispiegato lungo la giusta linea di frattura. Vale la pena tenere d’occhio quel che succede nella città ex-asburgica.

Ora: non è detto che Trieste debba essere per forza l’eccezione, la “stranezza”, e Roma la regola, la “normalità”. Forse la situazione romana – che pure, come nota Bertuzzi, non corrisponde in toto alla narrazione mainstream di queste ore – è meno rappresentativa e più peculiare di quanto sembri. Una delle varie malattie dello sguardo da cui dobbiamo curarci è un certo “romacentrismo” propugnato dai media. Come abbiamo detto più volte, ogni problema o questione si capisce meglio dai confini, dalle estremità, e peggio dal “centro”.

Quando la realtà viene osservata solo dal “centro” e riportata a forza alla logica del “centro”, il suo resoconto diventa narrazione tossica. In questo caso, la narrazione tossica «chi è contro il green pass è fascista» serve a ostacolare l’evoluzione della lotta, serve a ostacolare chi i fascisti vuole allontanarli.

Detto questo, buona lettura. WM]

di Niccolò Bertuzzi *

Articolare compiutamente quanto avvenuto sabato a Roma, discuterne le conseguenze e cercare di uscire dal vicolo cieco in cui ogni giorno di più ci stiamo infilando – quello di un conflitto sociale ai piani bassi della piramide, mosso da ragioni inedite e soprattutto produttore di fratture inedite – è difficile ma necessario.

Per ecologia mentale inizio riassumendo il ragionamento per punti, che cerco poi di sviluppare in seguito.

1. È retorico ma imprescindibile iniziare dicendo che i fascisti che hanno occupato la sede nazionale della CGIL sono nostri nemici senza se e senza ma.

2. Il «green pass» è uno strumento da combattere, oggi come ieri. Questo non cambia di una virgola dopo sabato, anzi.

3. Questa presunto movimento “no-vax” / “no green pass” – sul confine c’è sempre più confusione – va studiato con attenzione. È un fatto che da settimane, ogni sabato, ci sono decine di migliaia di persone nelle piazze italiane in assenza di una reale organizzazione partitica o di movimento che le mobiliti.

4. Mi pare sia in corso un’enorme operazione che definirei di «redwashing», volta a riabilitare – spesso tramite retoriche legate alla Resistenza – un pezzo di “sinistra” (sindacale e politica) le cui colpe, specie in anni recenti, non si possono dimenticare.

5. A fare il paio con quanto sopra, c’è il rischio di un’ulteriore legittimazione delle politiche draghiane, già sostenute non solo da Confindustria ma in gran parte anche dai sindacati confederali e da buona parte di quella sinistra, non solo il Pd ma anche un po’ di mondo “a sinistra del Pd”. Ricordarsi sempre che il fascismo fa schifo, ma la tecnocrazia sviluppista neoliberale non è il nostro alleato.

6. Last but not least, l’aspetto su cui negli ultimi anni abbiamo completamente perso la guerra (e spesso la faccia): il ruolo giocato dall’informazione. Con tutta la consapevolezza di passare per «complottista», questa grande fiducia di molte/i compagne/i nel condividere contenuti di Repubblica, Corriere, Linkiesta, Huffington Post continua a lasciarmi piuttosto spaesato.

Fatta la scaletta, cerco di svolgere i sei punti.

Milano, 8 agosto 2021.

1. Il fascismo fa schifo, tocca perfino ribadirlo…

Il fatto di dover iniziare un pezzo come questo, su un blog come questo, puntualizzando l’ovvietà per cui i tizi di Forza Nuova che hanno occupato la sede CGIL sono dei nemici giurati, la dice lunga sulla deriva che ha preso il discorso pubblico.

Qualche anno fa, ma letteralmente nel 2019, questo era assodato. La premessa antifascista era data per sottintesa. Ancor più non c’era bisogno di spendere cinque righe di captatio benevolentiae antifascista per poi dire che comunque si è contro le politiche e la visione del mondo propugnata dall’ex presidente della BCE, da Brunetta e da Confindustria.

Comunque poco male: ribadire il fatto che i fascisti fanno schifo è un sacrificio che tutto sommato si fa sempre volentieri. Aggiungo: Forza Nuova andava sciolta anche prima, se quest’episodio servisse ad accelerarne la scomparsa, “ben venga”.

2. Non per questo il lasciapassare e la post-democrazia diventano belli

Il fatto che il fascismo faccia schifo non toglie che a partire da venerdì 15 ottobre saremo l’unico paese del “mondo sviluppato” a vincolare l’esercizio di una qualsiasi professione dipendente all’esibizione di un lasciapassare che certifica l’assenza di una singola malattia. C’è chi ne è fiero, e in generale questo non stupisce.

Non stupisce, ad esempio, che ne sia fiera Confindustria, ossia il soggetto che ha governato la pandemia in Italia quantomeno a partire dall’estate 2020… ma anche prima, se includiamo la sua opposizione alle zone rosse nel bergamasco.

Stupisce invece che alcune/i compagne/i siano innamorati del green pass, e che esultino all’idea di lavoratori e lavoratrici che perderanno lo stipendio – ed eventualmente il posto di lavoro, se non in certi casi il permesso di soggiorno.

Essere riusciti a incartarsi così tanto da non opporsi a questa barbarie è stato un esercizio che ha richiesto un certo sforzo. Lontani i tempi in cui si potevano accusare gli aperturisti e i “no vax” di «pensare solo all’aperitivo» o sminuire la questione perché «al massimo non andranno al cinema o al ristorante». Si poteva continuare a mantenere quella posizione, ma almeno opporsi all’utilizzo del lasciapassare come certificato-bis di idoneità al lavoro.

Su questo punto – opinione personale e assolutamente opinabile, forse anche ingenua – il problema non è nemmeno di tipo politico ma proprio di tipo psicologico: mi pare che molti/e siano proprio ormai incapaci o totalmente restii all’ipotesi di cambiare idea o semplicemente contestualizzare le situazioni al di là di una logica binaria bianco/nero, buoni/cattivi, ossia quella dipinta dall’informazione mainstream (vedi punto 6). Ricorda molto la terza superiore quando a scuola si sapeva chi era il tuo nemico e, anche se per caso diceva qualcosa su cui eri tendenzialmente d’accordo, gli davi addosso per ipotesi, invece di provare a declinare le sue istanze con registri diversi e migliori dei suoi.

È un problema che evidentemente eccede il vaccino, il lasciapassare etc. È proprio un problema di democrazia e dibattito pubblico. Mentre andiamo sempre più nella direzione di una post-democrazia tecnocratica dove anche il parlamento è esautorato e decide tutto il governo dei tecnici, sarebbero più che mai necessarie assemblee popolari o altre forme di partecipazione diffusa, per evitare l’incancrenirsi delle posizioni e la possibilità – perché no – di dire ogni tanto: «caspita, effettivamente potrei anche cambiare idea su qualche dettaglio».

Che gli italiani siano frustrati dalla classe dirigente e dall’agone politico attuale è chiaro anche a un bambino di otto anni: solo il Pd può veramente pensare che le elezioni di inizio ottobre – con più di metà degli aventi diritto al voto che stanno a casa – siano un trionfo del progressismo e una sconfitta dell’antipolitica e del populismo.

3. Le piazze del sabato: un nuovo movimento sociale?

Non sembra implausibile ritenere che molte/i dei non-votanti abbiano frequentato e frequentino le piazze di queste settimane. Seconda banalità di base dell’articolo, dopo il disclaimer antifascista: non si partecipa solo andando alle urne, lo si fa anche in altri modi, a partire dalle manifestazioni di piazza. Su questo spero che siamo ancora tutti d’accordo e, en passant, colgo l’occasione per esprimere solidarietà agli arrestati del sabato precedente a Milano, durante un corteo contro il lasciapassare che niente aveva a che vedere con l’estrema destra. Se è importante ribadire l’antifascismo, dev’esserlo altrettanto ribadire il diritto alla protesta e al dissenso, così come l’opposizione all’autoritarismo.

Recentemente mi è capitato di discutere in alcuni convegni accademici – nei quali, va riconosciuto, per ora si riesce a parlare della questione in un modo civile e costruttivo – se questo dei “no-vax” / “no green pass” sia un movimento sociale o meno. Al di là del dibattito accademico, la questione mi sembra centrale anche in termini politici. Di certo ci troviamo di fronte a forme di partecipazione e conflitto del tutto inedite, e ad alleanze – o per lo meno a convivenze – ancor più inedite. Se per movimento sociale intendiamo qualcosa che implichi un’identità collettiva precisa, dei referenti socio-culturali definiti, un posizionamento chiaro sull’asse destra/sinistra e un insieme di pratiche condivise, è chiaro che non è questo il caso.

Forse la cosa più simile, per quanto con notevoli diversità, va ricercata nel periodo in cui emergevano i cosiddetti «nuovi movimenti sociali» negli anni Sessanta-Settanta: il primo ecologismo, il consumerismo, la controcultura giovanile. Anche quei fenomeni, come le piazze di oggi, vennero inizialmente derubricati a capricci delle classi medie, in contrapposizione alle lotte operaie: certamente le classi medie c’erano allora come ora, ma la frattura appare trasversale, riguardando solo in parte l’identità di classe.

Oltre a questo, è difficile parlare di un movimento di respiro nazionale, data la differente composizione delle varie piazze che, spesso, rispecchia quella del singolo tessuto di movimento a livello cittadino: non è un caso che a Milano e Torino le piazze siano relativamente più “di sinistra”, a Roma “di destra”. Il che porta a un’obiezione in linea di massima corretta, ma maggiormente valida se rivolta ai gruppi militanti anti-lasciapassare di sinistra che se rivolta al signor Gino o alla signora Maria: e cioè che in piazza coi fascisti non bisogna proprio starci.

Trieste, 25 settembre 2021.

Al netto delle ricostruzioni storico-sociologiche, c’è un dato di realtà: questa gente esiste ed è piuttosto varia. Solo quei compagni che da decenni non escono dal loro orto – che sia la sede di un mini-partito di sinistra, un centro sociale autoreferenziale o qualche altro circolo underground della sinistra – possono seriamente essere convinti che si tratti esclusivamente, o anche solo principalmente, di un mix di fascisti e milanesi imbruttiti. È una convinzione data molto spesso non da malafede ma proprio da una scarsa dimestichezza col mondo fuori. Le bolle social non sono solo su Twitter o fra i cospirazionisti: non gliene faccio dunque nemmeno una colpa.

Semplicemente il dato di realtà – cosa nota a chi frequenta questo blog, ma più generalmente a chi ha visto alcune di queste piazze o a chi semplicemente ha un minimo contatto con quanto avviene fuori dal proprio orto – è che fra i cosiddetti “no-vax” / “no-green pass” c’è tantissima “gente normale” e anche un certo numero di compagne/i di varia estrazione, provenienti dall’anarchismo, dal mondo degli ecovillaggi, da quello delle medicine alternative, del volontariato o ancora dal pensiero decoloniale. Gente, per altro, che non corrisponde per niente alla narrazione che li vorrebbe come egoisti dediti solamente a pensare a sé stessi. Sarebbe evidentemente più semplice se fosse così, ma non lo è. Ritenere che questi siano più nemici di Draghi o Brunetta solo perché a un certo punto le carte sul tavolo sembrano andare in quella direzione, è una decisione da prendere davvero con la mano sul cuore.

4. Resistenza e «redwashing»

Intanto nei giorni scorsi si è fatta strada una retorica giocata sulla Resistenza che, lo dico con grande rispetto per chi l’ha fatta propria, risulta alquanto autoreferenziale. Il fatto di sabato è grave, ma nella sostanza sono personaggi che hanno saputo utilizzare l’occasione di una piazza per fare un coup de theatre e che – come avvenuto per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2020 – hanno agito con il sostanziale beneplacito delle forze dell’ordine. È su questo che bisognerebbe riflettere. Avrebbero potuto assaltare i palazzi governativi o la sede di Confindustria e invece, guarda un po’, hanno assaltato la sede di un sindacato. Ma d’altra parte, sono fascisti e quell’assalto ha un valore simbolico.

Ribadire i valori della Resistenza, così come ribadire che i fascisti fanno schifo, è sempre buona cosa, ma francamente, e davvero con tutto il rispetto, capita di leggere cose scritte da compagne/i che sembrano uscire dalla bocca del parroco o del Presidente della Repubblica. Questa cosa, al di là del macchiettismo, rischia di salvare capra e cavoli in un momento in cui forse non sarebbe il caso.

Quando parlo di «redwashing» mi riferisco al tentativo di restaurare la facciata di certe strutture  – non solo alcuni sindacati, ma anche una certa “sinistra” che di fatto governa da anni con la Lega e coi tecnocrati autoritari – tramite l’uso di argomenti simbolici che rimandino a un passato vagamente “compagno”. Questo, ad esempio, porta alla trasformazione del vile attacco fascista di sabato scorso in un mega-spot della “sinistra” come rappresentante della parte sana del paese.

Nel presentare una certa area come quella dalla parte giusta della Storia, il recupero di alcuni simboli si sposa con il sostanziale appoggio alle politiche della governance neo-liberale. La dinamica è davvero simile a quella del greenwashing: per opporsi ai negazionisti climatici si abbracciano soluzioni sviluppiste, tecnologiche, di mercato, ma apparentemente riferibili al mondo dei buoni. Nuovamente la logica binaria che si impone, nel tentativo di espellere le opzioni di opposizione radicale al modello dominante.

In questo modo anche il sindacato e persino una certa parte di sinistra extraparlamentare possono diventare pedine dell’ecumenica alleanza draghiana.

5. Per riconoscere il nemico va ristabilito il senso delle priorità e delle proporzioni

È difficile prevedere quanto avverrà nel breve-medio termine, ma non stupirebbe un ulteriore innalzamento dei toni e dello scontro. Ovviamente in una situazione di questo genere, sarebbe necessario per il premier godere di ampio consenso e ancor più ribadire il suo profilo di padre buono, utilizzando la sua nota postura da mariantonietta.

Aver sdoganato il fatto che Draghi possa sì essere un nemico sul piano delle politiche economiche ma in fondo anche uno che vuole il nostro bene, è una cosa effettivamente incredibile. Mario Draghi è sempre colui che ha mandato sul lastrico milioni di famiglie greche in nome dell’austerity e che non perde occasione per ribadire che il green pass «serve a tenere aperte le aziende». L’assunto Draghi = buono vs. un cristo qualsiasi che per varie ragioni – mediche, politiche, culturali, di paura – non si vaccina = cattivo andrà ridiscussa fra qualche anno, finita questa difficile situazione, speriamo presto e in modo relativamente “indolore”.

6. «L’ho letto su Repubblica»

Da ultimo, come anticipavo, c’è la questione dei media, su cui non mi soffermo eccessivamente, avendo scritto qui e qui cose un po’ più strutturate. Tuttavia, al netto di tutto quanto sopra e parlando dalla posizione “privilegiata” di chi non sta perdendo il lavoro e soprattutto non ha avuto problemi particolari legati al Covid – ennesima banalità che però è sempre meglio puntualizzare! – mi pare che il problema principale provocato da questi due anni di pandemia sia la quasi totale scomparsa dell’approccio critico verso l’informazione mainstream. La battaglia si combatte (quasi) sempre a partire dalla definizione del reale offerta dalle fonti “ufficiali”.

L’ipotesi antisistemica si basava anche, direi soprattutto, su una messa in discussione dello statuto di veridicità della cosiddetta “stampa di regime”. Se andassimo seriamente a rivedere le narrazioni delle manifestazioni del 2001 – non solo Genova ma anche quelle appena precedenti – ci verrebbe l’orticaria, e diremmo giustamente che erano narrazioni funzionali al potere. Non si capisce davvero per quale ragione non debba essere così vent’anni dopo. Certo i soggetti in campo sono diversi – black bloc vs. fascisti; sinistra alterglobalista vs classe media/gente comune – ma la regia appare molto simile. Genova è un simbolo, ma lo stesso discorso si potrebbe fare per altre proteste degli scorsi anni, da quelle contro le grandi opere a quella contro Expo, passando per l’Onda studentesca.

Trento, 24 luglio 2021.

Di fatto, la stragrande maggioranza della gente che era a Piazza del Popolo sabato scorso è stata caricata e respinta con gli idranti (sounds familiar?), e non ha assolutamente partecipato all’attacco alla CGIL; tuttavia la narrazione è che sono tutti/e avversari della democrazia, ignoranti, egoisti, nemici del progresso.

L’idea che alcuni compagni ritengano quest’ultima riflessione sul ruolo dei media un «delirio complottista» mi spiazza, ma segna plasticamente una delle grandi vittorie ottenute dal neoliberismo in questi ultimi anni.

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Niccolò Bertuzzi è PhD in Sociologia Applicata e Metodologia della Ricerca Sociale (Università Milano Bicocca). Ha lavorato e insegnato in diverse università, e pubblicato su numerose riviste internazionali fra cui: American Behavioural ScientistInternational Journal of Sociology and Social PolicySocial Movement StudiesJournal of Consumer Culture, European Journal of Cultural and Political Sociology. Fra i suoi principali interessi di ricerca: mobilitazioni collettive, sociologia dei consumi, ecologia politica, giustizia climatica. Attualmente è ricercatore in sociologia politica presso l’Università di Trento.