Comunicato della direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista

Le elezioni amministrative del 3-4 ottobre e le contemporanee regionali calabresi, che hanno coinvolto circa 12 milioni di elettrici ed elettori, hanno costituito un termometro significativo sullo stato dei rapporti di forza tra le principali forze politiche, mentre, come ormai succede in maniera sempre crescente nelle consultazioni elettorali, forniscono una fotografia parecchio sbiadita del contesto sociale.

Non a caso, il tasso di partecipazione al voto, già molto basso anche nelle precedenti tornate elettorali, stavolta, nonostante lo stratosferico numero di candidate e candidati in campo, si è fissato mediamente di poco sopra il 50%, e perfino al di sotto di questa soglia nelle grandi città, dove un tempo si concentrava gran parte dell’attività e della dinamicità politica ed elettorale. Nelle metropoli, in sovrappiù, si può rilevare un’ulteriore divisione al loro interno, tra i quartieri più agiati, dove la partecipazione è stata sensibilmente sopra la media, e quelli popolari e periferici, dove la sensazione della irrilevanza del voto ha portato a livelli di partecipazione in alcuni casi perfino sotto il 40%.

Non si tratta solo della scarsa attrattività delle proposte politiche in campo, ma del segno di una più generale demoralizzazione sociale, della frammentazione delle classi popolari, della mancanza di un progetto o anche solo di una speranza di un miglioramento collettivo della loro condizione, del prevalere del rinchiudersi individuale, tutti fenomeni che potrebbe però anche essere il terreno più fertile per la fascinazione di un “uomo della provvidenza” reazionario di una destra più o meno estrema.

D’altra parte sono troppe le zone popolari delle città, una volta solido insediamento delle sinistre, che, passate attraverso l’illusione del M5S, sono approdate al consenso verso la demagogia delle destre. La fuga dai seggi, registrata nei giorni scorsi, indica il proseguire di un percorso sociale e politico diretta conseguenza del deterioramento delle condizioni materiali e di lavoro di ampi settori.

Le responsabilità di questo deterioramento sono interamente a carico della classe dominante, delle sue politiche, delle sue controriforme sociali e istituzionali, di suoi partiti che hanno assecondato e sostenuto quelle scelte, dei media, dell’azione sistematica che nel corso dei decenni ha voluto coscientemente frammentare o distruggere le forme dell’organizzazione democratica, politica e sindacale delle classi lavoratrici per garantire gli interessi padronali e l’egemonia borghese sulla società. Al di là di qualche lamentazione di rito sulla bassa partecipazione al voto, questa situazione non preoccupa per nulla la borghesia, che anzi, entro certi limiti, può trarre vantaggio da questo voto quasi “censitario”.

Perciò le presunte “grandi vittorie” di Sala a Milano, di Lepore a Bologna o di Manfredi a Napoli vanno quantificate per quel che sono. Questi sindaci sono stati eletti da un elettore su 4, sono perciò socialmente sindaci di una minoranza non particolarmente consistente. Si esprime così il deterioramento della democrazia borghese, la sua progressiva contrazione, per altro già formalizzata con il restringimento degli organismi rappresentativi e con la riduzione delle loro prerogative.

Ma c’è inoltre un altro fatto più immediatamente politico che mostra in modo lampante l’inutilità del voto e l’inganno della democrazia borghese che vuole illudere sul potere di scegliere i propri rappresentanti. A guidare il paese in un ruolo semibonapartista, ignorando e accantonando perfino il parlamento e a maggior ragione il “popolo sovrano”, è stato chiamato Draghi, un banchiere, un grand commis della borghesia, chiamato a quel ruolo da un giorno all’altro, quale presunto salvatore della patria, dalla borghesia, dai suoi giornali e dal presidente della Repubblica.

Peraltro, perché correre a votare se (quasi) tutti i partiti, pur litigando animatamente nei talk show televisivi, poi sostengono compattamente il governo e le sue politiche?

I partiti e il voto

Il PD e il centrosinistra si presentano come i vincitori nelle grandi città attraverso una combinazione di scelte tattiche che si sono rivelati efficaci, ma anche sfruttando la parabola discendente ampiamente prevista del M5S e la lotta sorda all’interno delle forze della destra per l’egemonia nello schieramento reazionario, che ha determinato la scelta di candidature poco valide e poco credibili. Ma il centrosinistra perde, in misura molto netta, le regionali in Calabria, nonostante il disastro sociale che si registra in quel territorio.

Il PD di Enrico Letta si presenta legittimamente come il partito che senza alcun tentennamento sostiene le politiche di Draghi, quindi le scelte delle grandi borghesie europee ed il loro progetto di rilanciare il capitalismo europeo in questa nuova fase di acuta concorrenza internazionale. Mira perciò a candidarsi di nuovo (dopo l’ascesa e la rapida caduta del progetto renziano) ad essere il partito più rappresentativo e più utile per la classe dominante italiana. E i relativi successi di questa tornata elettorale danno fiato a questa aspirazione.

Ma occorre ricordare che il segno definitivo di queste elezioni non è ancora scritto, perché i due ballottaggi di Torino e di Roma, ancora incerti, nel caso di vittoria di candidati della destra, fornirebbero un quadro politico assai diverso da quello espresso dal primo turno elettorale. La grande massa degli astenuti peraltro sembra corrispondere a potenziali votanti delle destre, una loro anche solo parziale riattivazione al secondo turno potrebbe modificare le carte e il segno politico dei risultati complessivi.

Salvini e la “sua” Lega sono venuti a trovarsi in una situazione difficile nel quadro del governo Draghi, un governo che fa politiche molto attente agli interessi di settori sociali capitalisti (grandi e piccoli) che sono parte essenziale della base sociale della Lega e che sono ben rappresentati al governo dal ministro Giorgetti. Mentre Salvini ha costruito la sua immagine e le sue fortune su di un’azione politica demagogica e di opposizione, che solletica paure e interessi di settori popolari più ampi, in competizione aperta con una forza ancora più a destra, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

La battaglia per l’egemonia nello schieramento di destra ne ha complessivamente indebolito la capacità di attrazione, ma il consenso attorno alle posizioni più reazionarie, al di là dei risultati contingenti raccolti il 3-4 ottobre, resta assai alto e premia soprattutto il partito che più compiutamente è in relazione con le aree esplicitamente fasciste e che oggi risulta la prima formazione a Roma.

Il Movimento 5 Stelle, nonostante il suo declino evidente, non scompare e, peraltro, resta il partito più consistente nel parlamento, ma si dibatte in una crisi di prospettiva, lacerato da pulsioni diverse e per certi versi contrapposte, tra la tentazione di riacquistare la sua originaria vocazione demagogica, “contro tutti”, e la scelta di assumere la fisionomia partito moderato, “normale”, borghese.

Le forze della sinistra radicale escono da queste elezioni con risultati decisamente modesti. Nel loro complesso non riescono a contrastare efficacemente il peso di un quadro sociale profondamente negativo e delle sconfitte del movimento operaio. La credibilità delle forze della sinistra tende verso i minimi storici, anche grazie ai gravissimi errori di oscillazione nella linea politica e all’incapacità (ma anche alla non volontà) di contrastare la frammentazione organizzativa che si è prodotta dopo il fallimento della “rifondazione comunista”. Solo in pochissime città (tra cui Torino) si è cercato seriamente di superare la divisione e di costruire un clima unitario e costruttivo sia in termini elettorali, sia in vista delle scadenze sociali.

In questo senso Sinistra Anticapitalista ha cercato di operare e continuerà a farlo.

Occorre dire peraltro che il relativo successo dell’opzione “centrista” e “draghiana” del PD ha penalizzato e spinto ai margini anche quelle forze della sinistra moderata che sostengono le coalizioni di centrosinistra illudendosi di poterle condizionare.

Draghi e l’autunno

Il risultato elettorale, nel suo complesso, rafforza Draghi e il suo governo, nonostante le convulsioni della Lega; siamo alla vigilia della definizione della legge finanziaria e in piena fase di attuazione del PNRR, e Salvini, al di là di alcuni gesti dimostrativi, ci penserà molte volte prima di forzare la mano, con il rischio di mettere in gioco il consenso vitale per il suo partito tra i grandi elettori borghesi del Nord.

Tutta questa “manfrina” elettorale passa completamente sopra un duro scontro sociale e di classe in corso, le grandi ristrutturazioni industriali in atto, la chiusura di tante fabbriche, le decine di migliaia di licenziamenti, le mani dei capitalisti già allungate sui 200 miliardi del Recovery Plan.

Per non parlare della strage quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori, la tragedia degli incidenti sul lavoro, degli “omicidi bianchi” che si è di nuovo accelerata con la piena ripresa delle attività, con la perenne ricerca della massima produttività e dei profitti. A questa strage le organizzazioni sindacali maggioritarie non hanno saputo né voluto dare la risposta necessaria, quella della mobilitazione e dello sciopero generale.

Non lo hanno voluto nonostante che, contro le ristrutturazioni e contro l’attacco al posto di lavoro, sono tante le fabbriche e i lavoratori che hanno cominciato a combattere, a partire dalla Gkn di Firenze, che ha saputo porre la sua lotta all’attenzione politica nazionale, chiamando l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori a insorgere contro l’attacco padronale e a costruire un grande fronte di classe unitario.

Le decine di migliaia di lavoratrici e di lavoratori, di giovani che sono scesi in piazza nella grande manifestazione nazionale del 18 settembre a Firenze chiedevano una mobilitazione nazionale e uno sciopero generale contro le politiche padronali e governative, per unire le tante lotte in corso, ma le tre grandi confederazioni hanno voltato la testa da un’altra parte e si sono limitate ad indire una manifestazione senza sciopero a novembre limitata al tema, pur centrale, della sicurezza sul lavoro.

La disponibilità di massa alla lotta è stata testimoniata anche dalla grande mobilitazione che si è espressa a Milano venerdì 1 ottobre, con la partecipazione di decine di migliaia di giovani contro la crisi climatica e per la richiesta di misure efficaci per combatterla. Anche questa mobilitazione mette in discussione il sistema capitalista, un sistema basato sul profitto, sullo sfruttamento delle donne e degli uomini e della natura.

Le organizzazioni sindacali di base, in un’inedita unità, hanno dichiarato una giornata di lotta, uno sciopero generale nazionale, per l’11 ottobre su una piattaforma di difesa dell’occupazione, del salario, dei diritti sociali. Questa scadenza costituisce un passaggio importante di cui auspichiamo il massimo successo per dare seguito e rilanciare quello spirito di classe e di lotta che si è già espresso a Firenze il 18 settembre.

E’ proprio per questo che l’area di opposizione in CGIL si augura che quella giornata possa vedere una forte presenza delle lavoratrici e dei lavoratori nelle strade e nelle piazze.

Condividiamo perciò quanto espresso nella giornata del 5 ottobre dall’assemblea della Gkn che nell’affermare il proprio sostegno alla giornata dell’11, la considera non una tappa a se stante, ma parte di un percorso che miri a coinvolgere settori sempre più ampi di lavoratori, per creare le condizioni di un ulteriore e ancora più grande sciopero generale nell’autunno.

E’ tempo di iniziative di massa e generali che facciano convergere la battaglia per la giustizia sociale e con quella per la giustizia climatica. Anche in questo senso, dopo l’11 ottobre sarà centrale la preparazione della giornata di mobilitazione del 30 ottobre.