(Gianni Sartori)

Premessa. Qualche mese fa – ne avevo già parlato – un mio breve intervento sulla tragica fine di una giovane donna curda incinta (selvaggiamente picchiata da una banda di collaborazionisti era poi deceduta al momento di partorire due gemelli) aveva scatenato la reazione di qualche sostenitore di Assad e della intangibile integrità dello Stato siriano.

Commenti – avevo anche scritto – che presumibilmente non provenivano da seguaci di Forza Nuova, Casa Pound o da qualche rosso-bruno dichiarato, ma – sempre presumibilmente – da esponenti di una soidisant “sinistra antimperialista” (quella che ammira i pasdaran iraniani per intenderci).

Più realisti del re” in questa difesa d’ufficio dell’attuale regime siriano (oltre che geo-strategicamente schierati con Teheran, Pechino…magari anche Pyongyang).

Mi ricordano tanto quei compagni che ai miei tempi (fine sessanta e settanta del secolo scorso) sostenevano forsennatamente il regime soidisant “sovietico” (ma dopo il 1921 di autenticamente sovietico lì c’era rimasto ben poco) giustificando qualsiasi infamia, sia passata (Kronstadt 1921, maggio 37 a Barcellona, Ungheria ’56…) che recente (vedi Praga…). Sorvolo sul fatto che costoro (quasi tutti, forse senza quasi) col tempo si sono ricreduti (pentiti?) approdando, nel migliore dei casi, a una spompata socialdemocrazia o alla beneficenza.

Nell’articolo, sottolineo, non si affrontava minimamente la questione dell’autonomia – meno che mai dell’indipendenza – curda. Ma forse era bastato nominare il Rojava!

Non sia mai – erano insorti – questa è Siria (e basta!).

Non era e non è mia intenzione approfondire la questione “sovranità nazionale”. Per quanto mi riguarda, ripeto, più che una prerogativa degli Stati (comunque una costruzione artificiale) la considero organica ai diritti dei popoli, delle “Nazioni” (anche quelle “senza Stato” appunto).

Tra i commenti spiccava poi qualche esplicito invito al governo di Damasco per farla finita una volta per tutte con ‘sti curdi. In precedenza un “giovane ricercatore” molto prolifico in rete aveva messo nero su bianco che i curdi andavano puniti in quanto “traditori”.

Ma “traditori” de che? Della grande madre Siria che li aveva repressi e scacciati (vedi Ocalan) dopo aver cercato di strumentalizzarli?

E senza mai scordare che se aspettavamo Assad, l’Isis faceva in tempo a radicarsi nell’intera Siria, non solo nel Nord-Est. Da dove, pagando un prezzo altissimo, l’hanno sloggiata i curdi delle YPG.

Intanto, a ricordarci che il Rojava esiste, resiste e rimane una spina nel fianco dei regimi – di tutti i regimi – dell’area, ci pensa il buon Erdogan. Evidentemente non gli basta massacrare i curdi yazidi. Vedi i recenti bombardamenti anche sugli ospedali a Shengal in Bashur (il Kurdistan entro i confini iracheni).

Anzi – come suggerivano alcuni osservatori – probabilmente anche gli attacchi in Bashur servono soprattutto a indebolire l’Amministrazione autonoma in Rojava.

Tra le ultime vittime – il 17 agosto – una donna (Nede Dexam Mesix) e il suo figlioletto a nord di Tal Tamir (oltre a una quindicina di feriti, in maggioranza bambini) quando aerei turchi hanno attaccato il villaggio di Zargan (Abu Rassine) nel nord della Siria (dove, ricordo, è attiva una comune dell’Amministrazione autonoma).

Il giorno dopo – 18 agosto – invece si registrava l’ennesimo episodio di violenza contro le donne curde. Una ventenne, Dilyar Mohamed Othman, era stata rapita dai banditi islamici del Fronte Al-Cham (affiliati all’esercito di Ankara) nel villaggio di Berimje.

Pochi giorni prima,il 13 agosto, un’altra ragazza – Aiesha Mohamed Khaled – si era tolta la vita a Mahmoudiye per sfuggire a un’altra banda di rapitori jihadisti che in precedenza si erano resi responsabili di rapimenti e stupri.

Il 19 agosto quattro militanti delle YPJ (Yekineyen Parastina Jin – Unità di difesa delle donne), tra cui la comandante Sosin Birhat, venivano uccise da un drone turco che aveva colpito il centro di comunicazione del Comando militare di Til Temir e anche un ospedale nelle vicinanze. L’attacco aveva causato anche molti feriti, soprattutto tra i civili.

Il 21 agosto una vettura condotta da un civile veniva distrutta da un drone nel villaggio di Mezra (a sud-est di Kobane). Altre auto civili venivano contemporaneamente colpite a Qamishlo. Tutti atti intimidatori con lo scopo evidente di terrorizzare la popolazione per costringerla ad andarsene e così giustificare la sostituzione demografica – forzata – in corso.

Infatti nel medesimo giorno almeno una trentina di curdi (in maggioranza donne e bambini) erano scappati dal cantone di Afrin fino a Shehba per sfuggire alle bande islamiste mercenarie della Turchia.

Avevano spiegato che molti sfollati curdi vengono inviati in Turchia (e da qui presumibilmente verso l’Europa) per completare l’operazione di sostituzione etnica in atto.

Il 22 agosto trenta villaggi curdi, occupati dai turchi, nella regione di Til Temir (Nord della Siria) venivano evacuati in quanto posti ormai direttamente sulla linea del fronte (con l’ovvia conseguenza di un gran numero di vittime civili). Il copresidente del consiglio civile di Til Temir, Ciwan Mele Eyup, aveva dichiarato che “ormai da quasi due anni i villaggi del distretto sono sotto il fuoco costante dei mercenari jihadisti dello stato turco. Non passa giorno senza che la popolazione venga attaccata dalle granate. Abitazioni e campi vengono incendiati, molte persone hanno perso la vita e i feriti si contano a dozzine. Le forniture di acqua ed elettricità sono interrotte e un milione e mezzo di abitanti del cantone di Heseke si trovano sprovvisti di acqua potabile. Con le ovvie conseguenze: molti, soprattutto anziani e bambini, si sono ammalati”.

Infatti la stazione idrica di Alouk è stata colpita decine di volte così come il villaggio di Dildara e la comune di Zirgan.

Il tutto sotto lo sguardo indifferente (tacitamente complice) delle truppe siriane e russe che stazionano a Til Temir. Nonostante gli accordi di “cessate-il-fuoco” di cui Mosca si era resa garante. Accordi rispettati invece dalle SDF che si sono ritirate di circa 20 chilometri.

Sempre il 22 agosto – secondo l’agenzia ANHA – un giovane (Hamadi Ebd Hisein originario di Dashisha) è stato ucciso e un altro ferito (Mohamed Latif Azawi originario di Merghada) mentre tentavano di entrare in Turchia dal villaggio di Atshan nella regione curda di Darbassiye.

Gianni Sartori