di Nico Piro

In queste ore, molti si indignano perchè di fronte all’avanzata talebana i militari dell’ANA, l’esercito nazionale afghano, come i poliziotti dell’ANP, si sono arresi e si sono dati alla fuga. La conclusione di molti è stata: “sono dei vigliacchi” (sintesi estrema).
Frasi del genere confermano che dell’Afghanistan, pur dopo vent’anni, non abbiamo capito molto. Quando dico “abbiamo” mi riferisco agli occidentali, compresa l’intelligence americana che non si aspettava un tracollo del genere (si propendeva per uno scenario tipo resistenza 6-12 mesi).
Le forze di sicurezza afghane sono specchio del governo, un apparato corrotto che ha pensato a modi per rubare non per aiutare il suo popolo. Uno di questi è stata la tecnica del “ghost soldier”, inventarsi cioè intere compagnie di soldati che esistevano solo sulla carta così gli alti gradi potevano incassarne gli stipendi. Si è partiti da un complesso militare da 400mila uomini contro i 50/100mila dei talebani, non ci sarebbe stata storia sulla carta ma si trattava – per l’ANSF – di numeri finti (senza contare le perdite e le continue diserzioni) mentre i talebani, durante l’avanzata, hanno ingrossato le loro fila con coscritti, disertori, detenuti e – dicono fonti vicine all’ex-governo – con truppe pakistane.
Inoltre gli americani hanno costruito delle forze di sicurezza basandosi sui propri standard cioè quelli di un apparato dove all’incirca solo un terzo degli effettivi è forza combattente, il resto svolge compiti – preziosi – di supporto e di logistica. Un modello che non poteva funzionare in Afghanistan, troppo complesso come troppo complessi sono le armi fornite alle forze di sicurezza in nome degli interessi delle lobby di Washington. Gli afghani da sempre usano armi di fabbricazione o comunque di progettazione sovietica come i “finti” Kalashnikov fatti in Cina, Pakistan, Egitto, dei fucili d’assalto riparabili da artigiani con un martello e una piccola fornace, che possono essere interrati e poi recuperati anni dopo, perfettamente funzionanti. Una volta un pilota italiano mi racconto della manutenzione del Mil, gli elicotteri di era sovietica, smontabili con una pinza e una tenaglia. Si stava fornendo quelli alla nascente aviazione afghana poi le lobby di Washington hanno spinto per i black hawk di fabbricazione americana, un delirio di complessa elettronica che solo gli americani riuscivano a gestire ed ecco che – da maggio in poi, con il ritiro Usa – sono rimasti a terra quindi gli avamposti ancora più isolati, senza cibo, munizioni e carburante nè modo per evacuare i feriti (cosa che per esempio abbiamo continuato a fare noi ad Herat anche dopo il 2014).

Inoltre le forze di sicurezza afghane hanno subito negli ultimi anni un tale livello di perdite che il governo (anzi l’ex-governo di Kabul) è stato costretto a secretarne i numeri per non spaventare le reclute, numeri che gli stessi americani definirono non sopportabili da un esercito.
I talebani – l’ho scritto più volte – hanno inteso le trattative di Doha, volute da Trump, come un via libera per dare l’assalto ai governativi come dimostrano le statistiche su vittime e scontri. Nonostante quindi non mantenessero i patti, gli americani sono andati avanti rispettando la propria parte di condizioni, sono andati avanti con il ritiro.
I talebani hanno sfruttato gli ultimi due anni per piazzarsi strategicamente sul territorio per poi colpire da maggio in poi cominciando a logorare un apparato di sicurezza che implodeva e si affidava agli anziani dei villaggi vicino alle basi per chiudere accordi di resa e non finire massacrati, senza cibo e munizioni. Nonostante qualche dichiarazione gradassa come quelle di Dostum, i signori della guerra – i mujahedin di un tempo – non hanno fatto un passo per sostenere le proprie truppe e non è un caso che il nord – quello che dava il nome all’Alleanza di resistenza ai talebani negli anni ‘90 – sia oggi tutto nelle mani dei talebani. Negli ultimi 20 anni i capi mujaheddin non sono solo invecchiati ma si sono anche ingozzati di tangenti, la scelta migliore per loro era fuggire all’estero dove da tempo hanno accumulato fortune.
L’implosione dell’esercito afghano non può quindi essere ridotta alla “favoletta” della paura anche i commando – le uniche vere unità operative dell’Ana – ad un certo punto sono “scomparsi” dal campo di battaglia perchè isolati oppure richiamati a Kabul per difendere Ghani. L’implosione delle forze di sicurezza afghane è lo specchio di vent’anni di errori a cominciate dalla Girga del 2001 che riportò i signori della guerra al potere (assassini non eroi, gente con le mani sporche di sangue del proprio popolo, protagonisti della guerra civile) con la benedizione degli americani e dalla guerra in Iraq che distrasse le forze armate usa dal teatro afghano.
Il governo cosiddetto democratico non ha fatto la differenza per la gente, nonostante le somme spropositate di denaro ricevute dall’Occidente, e quindi gli afghani tra talebani e governativi non si sono mai davvero schierati come confermano anche queste ultime settimane di combattimenti nonostante la favoletta – quella sì – delle milizie popolari a supporto dell’esercito.
Infine, una precisazione. Molti stanno paragonando la fine dell’intervento sovietico a quello americano. Non è così. I sovietici si ritirarono nel 1989 per giunta con cerimonie pubbliche di saluto (compresa quella sul “ponte dell’amicizia”) e lasciarono un’organizzazione militare in grado di resistere per tre anni cioè fino al crollo dell’Unione Sovietica e alla fine degli aiuti che arrivavano dall’ex-Urss via Bagram.

Da nicopiro.it