Riprendiamo da Popoff quotidiano un articolo del compagno Tanuro, principale esperto sulla questione ecologica della Quarta Internazionale.

Tanuro: ecologizzare il sociale e socializzare l’ecologia

13 AGOSTO 2021

Catastrofe climatica. In bilico sul baratro, lo scenario che l’IPCC non vuole modellizzare [Daniel Tanuro]

Il gruppo di lavoro 1 dell’IPCC (Intergovernmental Panel On Climate Change – in italiano conosciuto con l’acronimo GIEC) ha presentato il suo rapporto sui dati fisici, un contributo al sesto rapporto di valutazione sul cambiamento climatico, atteso all’inizio del 2022. Il rapporto e il suo riassunto sono scritti con uno stile e con il ricorso a un lessico preciso, tipici delle pubblicazioni scientifiche che fanno affermazioni “oggettive“. Tuttavia, mai prima d’ora un rapporto dell’IPCC ha emanato un senso così forte dell’angoscia causata dall’analisi scientifica dei fatti alla luce delle leggi ineluttabili della fisica.

Prospettive terribili…

L’angoscia nasce prima di tutto dal contesto: le terribili inondazioni e gli incendi che stanno seminando desolazione, morte e paura ai quattro angoli del pianeta sono l’espressione concreta di ciò contro cui l’IPCC mette in guardia da più di trent’anni, e contro cui i governi non hanno fatto nulla, o quasi. Deriva anche dall’enormità del fatto che, anche se la COP26 (a Glasgow in novembre) decidesse di attuare il più radicale degli scenari di stabilizzazione tra quelli proposti dagli scienziati del clima, cioè quello che potrebbe garantire la più rapida riduzione delle emissioni di CO2 e annullare le emissioni globali nette al più tardi entro il 2060 (riducendo anche le emissioni di altri gas a effetto serra), l’umanità si troverebbe comunque confrontata a prospettive terribili. In sintesi:

– il tetto stabilito a Parigi verrebbe superato. La temperatura media globale della superficie aumenterebbe probabilmente di 1,6°C (+/-0,4) tra il 2041 e il 2060 (rispetto all’era preindustriale) per poi diminuire tra il 2081 e il 2100 a 1,4°C (+/-0,4);

– si noti che queste sono solo medie: è quasi certo che la temperatura sulla terraferma aumenterà più velocemente che sulla superficie dell’Oceano (probabilmente da 1,4 a 1,7 volte più velocemente). È anche quasi certo che l’Artico continuerà a riscaldarsi più velocemente della media globale (molto probabilmente più del doppio);

– alcune regioni di media latitudine e semi-aride, e la regione monsonica nell’America del Sud, avranno i maggiori aumenti di temperatura nei giorni più caldi (da 1,5 a 2 volte la media globale), mentre l’Artico subirà i maggiori aumenti di temperatura nei giorni più freddi (3 volte la media globale);

– sulla terraferma, le ondate di calore che si verificavano una volta ogni dieci anni si ripeteranno quattro volte ogni dieci anni, e quelle che si verificavano solo una volta ogni cinquant’anni si potrebbero verificare quasi nove volte nello stesso periodo;

– è molto probabile che un ulteriore riscaldamento (rispetto all’attuale 1,1°C) intensificherà gli eventi estremi di precipitazioni e ne aumenterà la frequenza (globalmente, 7% di precipitazioni in più per 1°C di riscaldamento). Anche la frequenza e la forza dei cicloni tropicali intensi (categorie 4-5) aumenteranno. Ci si aspetta che precipitazioni intense e inondazioni associate si intensifichino e diventino più frequenti nella maggior parte dell’Africa e dell’Asia, in Nord America e in Europa. Le siccità agricole ed ecologiche saranno anche più gravi e frequenti in alcune regioni, in tutti i continenti tranne l’Asia, rispetto al 1850-1900;

– va da sé che questo ulteriore riscaldamento (di 0,5°C+/-0,4 rispetto ad oggi) continuerà ad amplificare lo scioglimento del permafrost, e quindi il rilascio di metano. Questo feedback positivo del riscaldamento non è completamente incorporato nei modelli (che, nonostante la loro crescente sofisticazione, continuano a sottostimare la realtà);

– il riscaldamento degli Oceani nel resto del XXI° secolo sarà probabilmente 2-4 volte maggiore di quello avvenuto tra il 1971 e il 2018. La stratificazione dell’Oceano, l’acidificazione e la deossigenazione continueranno ad aumentare. Tutti e tre i fenomeni hanno conseguenze negative per la vita marina. Ci vorranno millenni perché queste tendenze si invertano;

–  è quasi certo che i ghiacciai di montagna e quelli della Groenlandia continueranno a sciogliersi per decenni, ed è probabile che lo scioglimento continui anche in Antartide;

–  è anche quasi certo che il livello del mare aumenterà di 0,28-0,55 m nel XXI° secolo, rispetto al 1995-2014. Nei prossimi 2’000 anni, probabilmente continuerà a salire – di 2 o 3 metri – e poi il movimento continuerà. Di conseguenza, nella metà delle località con misuratori di marea, eventi eccezionali di marea che sono stati osservati una volta al secolo nel recente passato potranno essere osservati almeno una volta all’anno, aumentando la frequenza delle inondazioni nelle aree a bassa quota;

–  eventi improbabili, ma di impatto molto elevato, potrebbero verificarsi a livello globale e locale, anche se il riscaldamento rimanesse entro l’intervallo probabile nel caso dello scenario radicale (+1,6° +/-0,4°C). Anche nel quadro di questo scenario di 1,5°C, non si possono escludere risposte improvvise e punti critici – come l’aumento dello scioglimento dell’Antartide e la morte delle foreste;

–  uno di questi eventi improbabili, ma possibili, è il collasso della circolazione meridiana atlantica (AMOC). Il suo indebolimento è molto probabile nel XXI° secolo, ma l’ampiezza del fenomeno rimane ancora un punto interrogativo. Un collasso causerebbe molto probabilmente bruschi cambiamenti nei climi regionali e nel ciclo dell’acqua, come uno spostamento verso sud della fascia delle piogge tropicali, l’indebolimento dei monsoni in Africa e in Asia, il rafforzamento dei monsoni nell’emisfero meridionale e la siccità in Europa.

 … nel migliore dei casi?

Questo rapporto ci costringe ad affrontare la realtà: siamo letteralmente sull’orlo del baratro. Tanto più che, ripetiamo e insistiamo su questo:

1°) le proiezioni per l’innalzamento degli Oceani non includono i fenomeni di rottura delle calotte glaciali, che sono non lineari e quindi non modellabili, e che hanno il potenziale di trasformare molto rapidamente una catastrofe in un cataclisma;


2°) tutto questo è ciò che l’IPCC ritiene che accadrà se i governi del mondo decideranno di attuare il più radicale degli scenari di riduzione delle emissioni studiati dagli scienziati, lo scenario che mira a non superare (di troppo) i 1,5°C.

Dettagliare gli impatti degli altri scenari renderebbe questo testo inutilmente pesante. Accontentiamoci di un’indicazione sul livello del mare: nello scenario “business as usual”, un aumento di 2 metri nel 2100 e di 5 metri nel 2150 non è “escluso”. E, a lungo termine, nell’arco di duemila anni, per un riscaldamento di 5°C, i mari si innalzerebbero inevitabilmente e irreversibilmente (sulla scala temporale umana) da… 19 a 22 metri!

Ricapitolando. Attuare il più radicale degli scenari che sono stati loro proposti non è quello che i governi stanno facendo. I loro piani climatici (i cosiddetti “contributi determinati a livello nazionale“) ci portano attualmente verso un riscaldamento di 3,5°C. A cento giorni dalla COP26, solo alcuni partner hanno “elevato le proprie ambizioni“…, ma non ai livelli necessari di riduzione delle emissioni. L’UE, il “campione del clima“, ha fissato un obiettivo di riduzione del 55% entro il 2030, quando sarebbe chiaramente necessario il 65%.

Una semplice questione di matematica e la sua conclusione politica

Greta Thunberg ha affermato che “La crisi climatica ed ecologica non può essere semplicemente risolta all’interno degli attuali sistemi politici ed economici. Questa non è un’opinione, è semplicemente una questione di matematica.” Ha assolutamente ragione. Basta guardare le cifre:

1°) il mondo emette circa 40GT di CO2 all’anno;

2°) il “carbon budget” (la quantità di CO2 che può ancora essere emessa globalmente per evitare di superare 1,5°C) è solo di 500GT (per una probabilità di successo del 50% – per l’83%, è 300GT);

3°) secondo il rapporto speciale 1,5°C dell’IPCC, raggiungere zero emissioni nette di CO2 nel 2050 richiede una riduzione delle emissioni globali del 59% prima del 2030 (65% nei paesi capitalisti sviluppati, data la loro responsabilità storica);

4°) l’80% di queste emissioni sono dovute alla combustione di combustibili fossili che, nonostante il clamore politico e mediatico sulla svolta delle rinnovabili, coprono ancora nel 2019… l’84% (!) del fabbisogno energetico dell’umanità;

5°) le infrastrutture fossili (miniere, oleodotti, raffinerie, terminali di gas, centrali elettriche, fabbriche di automobili, ecc.) – la cui costruzione non rallenta, o quasi! – sono attrezzature pesanti, nelle quali il capitale investe per circa quarant’anni. La loro rete ultracentralizzata non può essere adattata alle rinnovabili (richiedono un altro sistema energetico decentralizzato): deve essere distrutta prima che i capitalisti la ammortizzino, e le riserve di carbone, petrolio e gas naturale devono rimanere sottoterra.

Quindi, sapendo che tre miliardi di esseri umani non hanno l’essenziale e che il 10% più ricco della popolazione emette più del 50% del CO2 globale, la conclusione è inevitabile: cambiare il sistema energetico per rimanere sotto 1,5°C dedicando più energia per soddisfare i legittimi diritti dei poveri, è strettamente incompatibile con la continuazione dell’accumulazione capitalista che genera distruzione ecologica e crescenti disuguaglianze sociali.

La catastrofe può essere fermata in modo degno per l’umanità solo da un doppio movimento che consiste nel ridurre la produzione globale e nel riorientarla radicalmente per servire i veri bisogni umani, quelli della maggioranza, determinati democraticamente. Questo doppio movimento implica necessariamente la soppressione della produzione inutile o dannosa e l’espropriazione dei monopoli capitalisti – prima di tutto nell’energia, nella finanza e nell’agroalimentare. Richiede anche una drastica riduzione delle stravaganze di consumo dei ricchi. In altre parole, l’alternativa è drammaticamente semplice: o l’umanità liquida il capitalismo, o il capitalismo liquida milioni di persone innocenti per continuare il suo corso barbaro su un pianeta mutilato e forse invivibile.

I banditi si uniscono a favore delle “tecnologie a emissioni negative”

Va da sé che i padroni del mondo non vogliono assolutamente liquidare il capitalismo… Cosa faranno allora? Lasciamo da parte i negazionisti del clima come Trump, quei seguaci di Malthus che scommettono su un neofascismo dei combustibili fossili, un tuffo nella barbarie planetaria sulle spalle dei poveri. Lasciamo anche da parte i Musk e i Bezos, quegli osceni miliardari che sognano di lasciare la nave Terra resa invivibile dai loro avidi roditori capitalisti. Concentriamoci sugli altri, più furbi, quelli – i Macron, Biden, Von der Leyen, Johnson, Xi Jiping… – che si batteranno come briganti affinché l’accordo di Glasgow dia loro un vantaggio sui concorrenti, presentandosi uniti davanti ai media per cercare di convincerci che “tutto è sotto controllo”.

Per sfuggire all’alternativa di cui sopra, cosa propongono questi signori? In primo luogo, naturalmente, faranno sentire i consumatori in colpa e chiederanno a ognuno di noi di “cambiare il proprio comportamento“, pena sanzioni. Poi ricorreranno a una serie di trucchetti, alcuni francamente rozzi (come, ad esempio, la mancata considerazione delle emissioni del trasporto aereo e marittimo internazionale, per esempio), altri più sottili – ma non per questo più efficaci (per esempio, la pretesa che piantare alberi – nel Sud globale – permetterebbe di assorbire abbastanza carbonio per compensare in modo sostenibile le emissioni fossili di CO2 del Nord). Ma al di là di questi stratagemmi, tutti questi gestori politici del capitale credono ormai (o fingono di credere) in una soluzione miracolosa: aumentare la quota di “tecnologie a bassa emissione di carbonio” (nome in codice per il nucleare, soprattutto “micro-centrali”) e, soprattutto, impiegare le cosiddette “tecnologie a emissioni negative” (TEN – o CDR, per Carbon Dioxide Removal), che dovrebbero raffreddare il clima togliendo dall’atmosfera enormi quantità di CO2 da stoccare nel sottosuolo. Questo è il cosiddetto “superamento temporaneo della soglia di pericolo” di 1,5°C.

Non c’è bisogno di soffermarsi sul nucleare dopo Fukushima. Per quanto riguarda le “tecnologie a emissioni negative“, la maggior parte di esse esiste solo allo stadio di prototipo o di dimostrazione, e i loro effetti sociali ed ecologici promettono di essere formidabili (ci torneremo più avanti). Tuttavia, siamo portati a credere che salveranno il sistema produttivista/consumista e che il libero mercato si occuperà di distribuirle. In verità, questo scenario fantascientifico non riguarda principalmente la salvezza del pianeta: si tratta principalmente di salvare la vacca sacra della crescita capitalista e di proteggere i profitti di coloro che sono i maggiori responsabili del disastro: le multinazionali del petrolio, del carbone, del gas e dell’agrobusiness.

L’IPCC tra scienza e ideologia

E cosa pensa l’IPCC di questa follia? Le strategie di adattamento e mitigazione non fanno parte del mandato del Gruppo di lavoro 1. Tuttavia, il rapporto esprime alcune riflessioni scientifiche che dovrebbero essere prese in considerazione dagli altri Gruppi di lavoro. A proposito delle TEN è attento a non sbilanciarsi troppo. Il sommario destinato ai responsabili politici afferma: “La rimozione del CO2 antropogenico dall’atmosfera (rimozione dell’anidride carbonica, CDR) ha il potenziale per rimuovere il CO2 dall’atmosfera e immagazzinarlo in modo sostenibile (sic!) nei serbatoi (alta affidabilità).” Il testo continua affermando che “il CDR mira a compensare le emissioni residue per raggiungere zero emissioni nette di CO2 o, se attuato su una scala in cui le rimozioni antropogeniche superano le emissioni antropogeniche, ad abbassare la temperatura di superficie“.

Chiaramente, la sintesi del Gruppo di lavoro 1 approva l’idea che le tecnologie a emissioni negative potrebbero essere impiegate non solo per catturare “emissioni residue” da settori in cui la decarbonizzazione è tecnicamente difficile (per esempio l’aviazione): ma potrebbero anche essere implementate su larga scala, per compensare il fatto che il capitalismo globale, per ragioni non “tecniche” ma di profitto, si rifiuta di rinunciare ai combustibili fossili. Il testo continua a decantare i benefici di questo massiccio dispiegamento come mezzo per raggiungere emissioni nette negative nella seconda metà del secolo: “Il CDR che porta a emissioni globali nette negative ridurrebbe la concentrazione atmosferica di CO2 e invertirebbe l’acidificazione della superficie degli Oceani (alta affidabilità)“.

Il riassunto lancia un avvertimento, tuttavia assai criptico: “Le tecnologie CDR possono avere effetti potenzialmente diffusi sui cicli biogeochimici e sul clima, tali da poter indebolire o aumentare il potenziale di questi metodi per rimuovere il CO2 e ridurre il riscaldamento, e possono anche influenzare la disponibilità e la qualità dell’acqua, la produzione alimentare e la biodiversità (alta affidabilità)“.

Detto altrimenti, non è chiaro se le TEN siano tutte così efficaci, alcuni “effetti” potrebbero “indebolire il (loro) potenziale di rimozione della CO2“. L’ultima parte di questa frase si riferisce agli impatti sociali ed ecologici: la bioenergia con cattura e sequestro del carbonio (la più matura delle TEN oggi) potrebbe ridurre significativamente la concentrazione di CO2 nell’atmosfera solo se un’area pari a più di un quarto della terra coltivata in modo permanente fosse oggi usata per produrre energia da biomassa – a spese delle riserve d’acqua, della biodiversità, e/o dell’alimentazione della popolazione mondiale [1].

Così, da un lato, il Gruppo di lavoro 1 dell’IPCC si basa sulle leggi fisiche del sistema climatico per dirci che siamo sull’orlo del baratro, sul punto di scivolare irreversibilmente in un cataclisma inimmaginabile; dall’altro, oggettiva e banalizza la corsa a capofitto politico-tecnologica con cui il capitalismo cerca ancora una volta di rinviare l’antagonismo inconciliabile tra la sua logica di accumulazione illimitata di profitto e i limiti del pianeta. “Mai prima d’ora un rapporto dell’IPCC ha emanato un senso così forte dell’angoscia causata dall’analisi scientifica dei fatti alla luce delle leggi ineluttabili della fisica“, abbiamo scritto all’inizio di questo articolo. Ma nemmeno mai prima d’ora un rapporto del genere ha illustrato così chiaramente come un’analisi scientifica che considera la natura come un meccanismo e le leggi del profitto come leggi della fisica non sia veramente scientifica ma scientista, cioè, almeno in parte, ideologica.

Il rapporto del Gruppo di lavoro 1 dell’IPCC dovrebbe quindi essere letto con la consapevolezza che esso è quanto di meglio e di peggio ci sia. Il migliore, perché fornisce una diagnosi rigorosa da cui trarre ottimi argomenti per accusare chi è al potere e i suoi rappresentanti politici; il peggiore, perché semina sia la paura che l’impotenza… di cui i “buoni” approfittano anche se la diagnosi li accusa! La sua ideologia scientista affoga lo spirito critico sotto un diluvio di “dati”. Esso distoglie così l’attenzione dalle cause sistemiche, con due conseguenze:

1°) l’attenzione si concentra su “cambiamenti comportamentali” e altre azioni  individuali – pieni di buona volontà ma pateticamente insufficienti;

2°) invece di aiutare a colmare il divario tra consapevolezza ecologica e sociale, lo scientismo lo mantiene.

Ecologizzare il sociale e socializzare l’ecologia è l’unica strategia che può fermare la catastrofe e far rinascere la speranza di una vita migliore. Una vita di cura delle persone e degli ecosistemi, ora e a lungo termine. Una vita sobria, gioiosa e significativa. Una vita che gli scenari dell’IPCC non modellizzano mai, dove la produzione di valori d’uso per la soddisfazione di bisogni reali, democraticamente determinati nel rispetto della natura, possa sostituire la produzione di beni per il profitto di una minoranza.

*Daniel Tanuro, agronomo, è uno dei maggiori esponenti dell’eco-socialismo. Tra i suoi numerosi scritti segnaliamo, apparsi in italiano, “L’impossibile capitalismo verde”, Edizioni Alegre, 2011 e il recente “È troppo tardi per essere pessimisti” edizioni Alegre, 2020. Questo articolo è apparso sul sito belga gaucheanticapitaliste.org. La traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

  1. cfr. il mio libro “È troppo tardi per essere pessimisti”, edizioni Alegre, 2020