(Gianni Sartori)

Sarebbero almeno 131 (almeno quelle certificate) le nuove prigioni costruite negli ultimi cinque anni in Turchia. Dopo quello che ormai convenzionalmente viene definito un “colpo di stato abortito” (15 luglio 2016). Anzi, proprio grazie a quel colpo di Stato (vero o presunto), visto e considerato che la proclamazione dello “stato di emergenza” ha consentito al governo di adottare poteri straordinari per accelerare, sia a livello burocratico che finanziario, l’apertura dei cantieri. Sia con un decreto con cui veniva abrogato l’obbligo di riportare tali opere nel budget annuale statale, sia ampliando le aree edificabili.

Quasi altrettante prigioni sarebbero in programma, per un costo totale previsto di più di un miliardo di euro.

In particolare sta per essere inaugurato un mega carcere – in grado di contenere oltre 15mila detenuti – a Bursa, nel nord del Paese.

Dal 2016 il ritmo di fabbricazione di nuove prigioni è più che raddoppiato rispetto a quello, già sostenuto, dei quattro anni precedenti. Inoltre sono stata ampliate – raddoppiate di volume – buona parte delle prigioni pre-esistenti. Se tradizionalmente le prigioni turche consistevano per lo più di due piani, ora quasi tutte ne hanno almeno tre. Del resto nel medesimo periodo anche la popolazione carceraria è venuta parallelamente ad aumentare, quasi raddoppiare. Stando alle stime ufficiali del ministero preposto, da 180mila a 300mila. Nonostante il covid19 avesse suggerito di sfoltire le celle con un paio di amnistie. Si parla di quasi 200mila detenuti rimessi in libertà, compresi mafiosi e stupratori. Ma non, ovviamente, prigionieri politici di sinistra in generale e quelli curdi in particolare (nemmeno quelli gravemente malati).

Gianni Sartori