di GIUSEPPE RASPANTI

Vivo in questa terra, davvero generosa per bellezza naturale, per varietà di paesaggio e per vestigia di passato anche remoto, da più di quindici anni. Provengo da una zona vicina, addirittura confinante come il mantovano, ma molto diversa per morfologia e soprattutto per mentalità. Io, avendo origini di cultura familiare allogena, meridionale, ho la fortuna di poter cogliere le differenze tra i posti che mi ospitano e perfino di costruire paralleli o confronti piuttosto attinenti e sorprendenti.

Non è però di questo che voglio parlare, ma piuttosto descrivere alcuni tratti della gente bresciana, tra la quale sto percorrendo questo segmento di vita. Gente strana e incredibilmente coesa in molti aspetti nonostante la grande estensione e la già menzionata diversità del territorio in cui abita. Gente fattiva, concreta, operosa fino a perdere ogni scrupolo, orgogliosa del proprio ambiente, che peraltro non rispetta, determinata nel costruire e nel modificare, ma senza avere sguardo prospettico o attenzione alle conseguenze di ciò che fa e produce. Persone che hanno edificato e sviluppato, privilegiando, molto consapevolmente, gli aspetti reddituali rispetto a quelli culturali e arrivando a ignorare perfino, aspetto in cui invece quasi eccellono i mantovani tra i quali ho vissuto oltre mezzo secolo, le opportunità di rendere redditizia la cultura.

Purtroppo i bresciani, dediti a coltivare la ricchezza e il benessere materiali, hanno sacrificato a questa passione ogni altro rispetto della vita civica. Con le loro fabbriche hanno infatti avvelenato l’aria, rendendola carica di particelle pesanti e dannose per la salute e quando, in clamoroso ritardo rispetto al necessario, le autorità competenti hanno posto limiti di legge su tali emissioni, non hanno esitato un secondo a imbrogliare le carte, alterando dati e parametri. E se, quando scoperti, ricevono verbali di infrazione e sanzioni, replicano minacciando chiusure e licenziamenti in massa. Il diritto al lavoro venendo così reso subordinato alle strette maglie del rispetto dell’ambiente. Ostentano così  verso i propri lavoranti, operai o altro che siano, un’attenzione sociale che suona beffarda e ridicola se messa in relazione alla muscolarità, pure ostentata, che manifestano nelle controversie sindacali. Un’attenzione falsa e malata che altro non è che un ricatto, il solito vecchio ricatto: ‘O continuo a fare come dico io, o chiudo. Saranno sulla coscienza vostra, e delle vostre leggi di tutela assurde, i disoccupati e gli affamati’.

Ma la gente bresciana, operosa e produttiva quanto rispettosa di precetti sacri e spirituali della Chiesa, quella che si scandalizza e grida allo scempio e alla sciatteria terrona quando trova la monnezza abbandonata per le strade di Puglia o Sicilia, non si limita a inquinare l’aria. La monnezza infatti non l’abbandona, ma la nasconde sotterrandola in modo delittuoso, ovviamente proibito, e pericolosissimo per la salute altrui, per la salute delle genti contemporanee e future. Di figli e nipoti ignari ma destinati a vivere peggio, molto peggio. Perché non si tratta dell’immondizia alimentare e casalinga degli straccioni meridionali, ma di quella composta da scorie e veleni delle industrie degli irreprensibili, pulitissimi e civilissimi bresciani. Rifiuti solidi e ingombranti, di quelli che non possono essere versati nell’acqua come altri, come quelli fatti uscire dalle botole nel canale attiguo che poi ingrossa quello di scolo che si riversa nel fiume con le acque del quale viene poi alimentato l’acquedotto pubblico. Questi altri rifiuti no, non si confondono, non si mescolano, non defluiscono, non si sciolgono, anche se solo in apparenza. Essi ingombrano, e pesano come una coscienza imbrattata, velenosa e puzzolente. Una coscienza da nascondere. Ma questa non è polvere e non ci sono nemmeno tappeti. È una coscienza da sotterrare, da far finta che non ci sia, che non sia mai esistita. E comunque, chi l’ha prodotta sa non solo che esiste, ma che dovunque la si metta i suoi malefici effetti continueranno a mietere vite. Timorate o “tumorate” che siano.

Vivo in questa terra da un sacco di tempo e qui ho conosciuto persone meravigliose e animi generosissimi, teste giuste e altre sopraffine, cuori grandi e idee ficcanti. Ho bevuto l’esistenza e goduto di aromi e abbracci, di sguardi e nascondigli. Quelle volte che mi sono nascosto, è stato sempre per sfuggire a sguardi, a giudizi, anche a gelosie, ma sempre privati e mai pubblici. E se ho colpito facendo del male, è stato verso una persona singola e per motivi o mancanze personali, mai sociali. Chi invece nasconde per non essere scoperto, e nasconde sostanze che avvelenano o avveleneranno il prossimo, e continua a condurre un’esistenza quotidiana irreprensibile e benemerita, avrà anche tutte le carte ufficialmente in regola, ma merita il disprezzo più totale e più profondo.

A Brescia, da molti anni, da ben prima che io venissi a vivere qui, lo sviluppo economico italiano, il famoso boom, ha trovato terreno fertile (sic!) e uomini pronti a sacrificare ogni cosa, specie quelle comuni o di pertinenza altrui, per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che si erano prefissati. Qui, come nella vicina Bergamo, la classe imprenditoriale espressione dell’alta borghesia e del latifondismo cattolico, già potente e influente di per sé, nel dopoguerra del secondo conflitto mondiale è riuscita anche nella lungimirante impresa di piazzare proprie pedine in Parlamento, nel partito di larga maggioranza relativa e quindi sempre al Governo del Paese, la DC, e nelle altissime sfere della Curia. E così, durante quel boom, il potere politico e legislativo è stato retto da democristiani di varie correnti, la Magistratura pure, mentre sul Soglio Pontificio si sono succeduti Giovanni XXIII e Paolo VI, il primo bergamasco di Sotto il Monte e il secondo bresciano di Concesio. Un caso? Una coincidenza? Roncalli e Montini, sanciscono urbi et orbi la supremazia a centottanta gradi di questa zona ‘bianca’ della Lombardia, fucina di benpensanti e di tutori delle tradizioni, di armaioli e cacciatori, di banchieri e infusori di metalli e di plastica.

A Brescia, da diversi decenni ormai, le ferriere e le altre industrie pesanti producono e smerciano, anche se oggi un po’ meno, manufatti metallici in tutto il mondo. Nei primi anni di questo millennio si stimava che il fabbisogno mondiale, dicasi mondiale, di rubinetti idraulici fosse prodotto in Val Gobbia per oltre il 70%, mentre l’indotto, costituito da altre industrie meccaniche, di riciclaggio e separazione dei metalli e da quelle, più innovative, di stampaggio della plastica, si spargevano e moltiplicavano su tutto il territorio provinciale. Tanto più quando queste ultime, le plastiche, hanno cominciato ad avere una funzione e un mercato in piena autonomia. In quel periodo, nelle provincie di Bergamo e Brescia, detto triangolo d’oro, si registrava uno dei redditi pro capite più alto del mondo, se non il più alto. E non si può certo dire che quel reddito fosse equamente distribuito… Di contro poi, guardando il rovescio della medaglia luccicante, bisogna tener conto del fatto che  tutti questi centri industriali, accanto a manufatti preziosi per l’edilizia e non solo, producevano però un sacco di materiale di scarto. Scarto che, come abbiamo già visto, a volte era smaltibile nell’acqua, inquinandola spesso in modo irreparabile, molte altre non poteva però che essere portato via da grossi automezzi e gettato da qualche parte.

Venti o trent’anni fa, quando l’inquinamento era argomento trattato dagli organi di potere quasi con fastidio e il movimento dei ‘Verdi’ era considerato un ostacolo allo sviluppo e al diffondersi della ricchezza (?), non era in vigore una legge chiara che regolamentasse lo smaltimento dei rifiuti solidi industriali, e in molti casi neppure di quelli tossici. Nel senso che diversi di questi non erano considerati tali, e così venivano prelevati dai siti produttivi e scaricati nei luoghi più disparati, ma tutti appartati, sul territorio. E in modo, purtroppo, lecito o, per meglio dire, non illecito. Erano anni quelli in cui le strade di grande scorrimento provinciale pullulavano di grossi camion ribaltabili, camion di ferro massiccio con provenienza e destinazione ignote. Erano gialli o grigi e sul lato posteriore esterno della grossa vasca rovesciabile avevano stampigliato in fusione un’enorme M verde. Che cosa significava? E che cosa trasportavano? Dove? Per conto di chi? Domande senza risposta. Viaggiavano di giorno e di notte, dappertutto. Sì, anche di notte giravano mastodontici e arroganti e, a volte, li si poteva incontrare anche su qualche strada secondaria, un po’ meno sbruffoni e più guardinghi, mentre cercavano improbabili traverse in salita verso campi abbandonati o pietraie dall’accesso impervio.

Quando le leggi furono promulgate e qualcuno ha avuto l’ardire di farle rispettare, quei grossi autocarri sono quasi del tutto spariti dalle strade e, con essi, il via vai dalle bocche da carico poste a mezza altezza sui fianchi lunghi delle industrie. E i rifiuti? E il loro smaltimento? Se non c’erano più quei mezzi, chi li portava via? C’era chi ipotizzava il loro trasferimento in discariche regolari in altre regioni o, addirittura, all’estero. Ma se così fosse stato, il traffico pesante sarebbe aumentato, non sparito! Ma no, replicavano quelli, le scorie viaggiano su strada ferrata, su treni merci pesanti e lenti. D’accordo, ma chi li porta in stazione o, per lo meno, allo scalo merci? Sta di fatto, al di là di tutte le ipotesi fantasiose formulabili, che le industrie pesanti bresciane e bergamasche hanno continuato la stessa produzione, sia in materiale che in reddito, ma hanno improvvisamente smesso  di produrre anche scorie e di farle uscire. Miracolo, sparite!

Nessun miracolo, nessun prodigio, ovviamente. Semplicemente sotterrate. Mentre i terroni lasciano le bucce d’anguria sui marciapiedi, essendo sporchi e maleducati senza rispetto, qui in Lombardia nascondono veleni chimici e bidoni radioattivi a futuro disastro salutare. Lo fanno perché sono ricchi, puliti, beneducati, colti e perfino cattolici. Non fare al prossimo tuo… Insomma, brave persone. E i loro figli? Tutti geni, tutti futuri salvatori di vite, di banche e del mondo.

Addirittura si vocifera da anni, ormai con tale veridica insistenza  che sarebbe clamoroso scoprire adesso che le cose non stanno in effetti così, che l’Autostrada Brescia-Bergamo-Milano sia stata costruita soprattutto per permettere di interrare nei vari cantieri dell’opera rifiuti illecitamente prodotti e smaltiti quindi senza dare troppo nell’occhio. Del resto, smottamenti e buche profonde a ogni piè sospinto, viavai di camion per lo spostamento terra, gru e altre attrezzature mastodontiche per la costruzione di caselli e svincoli potevano garantire arrivi di mezzi e scarichi di materiali senza che alcuno avesse da obiettare nulla. Era sufficiente riciclare i vecchi famigerati camion con la M verde, riempirli di gasolio e di ogni altra schifezza necessaria e il gioco era fatto. Poco importa se quell’autostrada, in pratica un doppione inutile della vecchia A4, costasse un fottio di denaro pubblico, poco interessa se i tempi e i modi di passaggio dal progetto all’esecuzione fossero stati nebulosi nel rispetto delle norme e ultrarapidi come si trattasse di un’opera urgente e strategica per fronteggiare chissà quali emergenze, tanto che sarebbe stata poi aperta al passaggio pubblico dimenticando di prevedere una sola stazione di rifornimento per autotrasportatori e automobilisti!! Poco importa tutto questo, il manufatto aveva intanto assolto quasi in pieno al compito affidatogli.

Vivo in questa terra dal 2005 e voglio concludere questa mia lunga invettiva, che però forse è una denuncia, raccontando una storia, una specie di favola in ambito sportivo. Una favola che probabilmente è successa davvero, anche se in contesti e modalità diversi da quelli che mi accingo a narrare, ma che ha veramente uno stretto riferimento a ciò di cui abbiamo parlato fin qui.

Dunque, una quindicina d’anni orsono, un avvocato della provincia bresciana, noto per la simpatia, la signorile generosità, il talento in tribunale e lo spirito d’iniziativa, ma pure per la spregiudicatezza nel cercare clienti e per la sfrenata ambizione, decide di buttarsi  nel mondo dello sport. Nel mondo del calcio. Aldo Pezzoli era stato buon giocatore in gioventù, un centrocampista di buona prospettiva, ma il solito infortunio carogna, quando giocava appena sedicenne già titolare in Serie C, gli aveva stroncato la carriera sul nascere. Una vicenda come mille. Di pallone non ne aveva più voluto sentir parlare fino a quando, pare stimolato dal fratello Giulio, politico di buona potenza e influenza regionale, verso la metà della prima decade del duemila, comincia a interessarsi delle sorti di una vecchia ma piccolissima società del basso Sebino la cui squadra milita in Prima Divisione.

Un ritorno di fiamma strano quanto affascinante e la notizia che il noto principe del foro si sia avvicinato in modo imprenditoriale a una società calcistica, sia pure di basso livello ma di passato glorioso, incuriosisce non poco la stampa locale, sportiva e non. Perfino quella politica si interessa della faccenda, anche se di sfuggita, dato lo spessore di Giulio Pezzoli. La tendenza generale, comunque, pare quella di attribuire a quella sortita una valenza legata alla promozione di una nuova immagine sociale del protagonista, forse in procinto di tentare un’avventura politica a fianco del fratello. Anche se, con minor vigore, c’è chi preconizza per Aldo un assalto a una società calcistica di ben altro livello e che questa con l’Intersebina sia solo un riscaldamento, un allenamento per capire ambiente e mosse.

Ma non è così. Aldo Pezzoli mostra subito essere un Presidente attento e un patron scrupoloso sia verso la squadra, sia verso tifosi, invero scarsi, e territorio. Per un paio di anni la compagine, che gioca le partite di casa a Paratico, vivacchia nella categoria, senza infamia e senza lode. Ma quando tutti si sono abituati alla situazione e non  fanno più congetture astruse sulle intenzione dell’Avvocato, ecco che Aldo improvvisamente mette la mano sul cambio, e nel portafogli, e comincia a virare verso le marce alte. Emulo del collega torinese, e dimostrando competenze insospettabili, mette in opera una campagna acquisti formidabile e allestisce una squadra di livello nettamente superiore alle rivali di categoria. Tanto che non pochi osservatori si chiedono come facciano certi giocatori di nome e di valore ad accettare di militare in un campionato così infimo. La risposta, sulla bocca di tutti, è sempre la stessa anche se formulata quasi in chiave di quesito: chissà quanto prendono di ingaggio… chissà quanto gli scuce l’Avvocato. Il quale Avvocato, è giusto dirlo, tratta sempre benissimo quei giocatori che man mano escono di scena per manifesta inferiorità e inadeguatezza rispetto i progetti. Fin da quella prima estate di ambizione, i vecchi giocatori ricevono o una forte buonuscita o la possibilità di rimanere nell’ambiente con qualche mansione di contorno, ma sempre utile. E così sarebbe stato, appunto, anche gli anni successivi.

Inutile dirlo, quel campionato di Prima Divisione è una vera e propria passeggiata, puntellata di successi perfino imbarazzanti nel punteggio, e chiuso senza nemmeno una sconfitta, un solo pareggio e poi soltanto vittorie. Miglior attacco, capocannoniere, miglior difesa ecc. Sulla stampa sportiva si fa sempre più strada il concetto di piccolo miracolo sportivo, ma gli osservatori più attenti fanno giustamente notare come la rosa a disposizione dell’allenatore Galimberti, l’unico elemento rimasto dalle stagioni precedenti, sia almeno da Serie C, due categorie sopra, per qualità e per ampiezza. Quindi, chi si attende che il torneo successivo sia affrontato dagli stessi giocatori, rimane letteralmente a bocca aperta di fronte ai primi colpi di una nuova, faraonica campagna acquisti.

Arrivano campioni affermati, taluni un po’ avanti con gli anni è vero, ma pur sempre campioni. Eppure, quando i giornalisti sportivi chiedono a Pezzoli dove voglia arrivare, lui risponde con studiato candore: ’Io voglio solo riportare i tifosi dell’Intersebina allo stadio e farli divertire’. Quel secondo anno è ancora più trionfale e agonisticamente facile del primo. Nonostante la Serie D annoveri squadre di spessore riconosciuto e preveda trasferte ostiche in tutta la Lombardia, la passeggiata si rivela molto più piacevole: tutte le partite vinte, ogni record storico polverizzato, ogni previsione malaugurante di fine corsa annichilita. Una stagione memorabile, culminata in un incredibile articolo sulla  Gazzetta rosea con tanto di foto di squadra, rovinata però da due piccole storture. L’allontanamento, improvviso e mai del tutto chiarito,  di Galimberti a sei giornate dalla fine del torneo e la notizia che la Serie C sarebbe stata divisa, a partire dalla stagione a venire, in C1 e C2, aumentando quindi di un gradino la scala per l’Olimpo. Ovunque Aldo Pezzoli e il suo staff dirigenziale di vecchi amici lo pongano.

Ovunque lo ponga, il Presidentissimo, come ormai viene chiamato essendo scivolati nell’oblio professione, parentela politica e quant’altro, non si smentisce neppure la terza estate e per giocare a Paratico arriva gente che ha giocato addirittura in Champions. Per conquistare la C1, arriva un calciatore che ha giocato al Mondiale! E dunque la domanda è: Aldo Pezzoli e la sua Intersebina conquistano la C1? Sì, è la risposta, alla solita maniera. Lasciando agli altri briciole e stupore, cominciando a riempire lo stadio fino a farlo apparire insufficiente, costringendo la stampa sportiva nazionale a occuparsi del fenomeno di Paratico quasi con regolarità.

Ora, l’Intersebina è in C1. È all’apice del calcio dei cosiddetti dilettanti, dove sono ammessi ingaggi e premi ma dove le regole le fa la società in modo, diciamo così, assolutistico. Una nuova promozione, anche non trionfale, significherebbe l’approdo in Serie B, l’ingresso nel mondo professionistico, dove i giocatori hanno doveri ma pure diritti, dove gli stadi devono avere una certa capienza ed essere dotati di vari servizi, dove le trasferte sono in ogni angolo della penisola che bisogna raggiungere il giorno prima della partita poiché i calciatori, professionisti appunto, hanno il diritto di dormire non lontani dal luogo della gara. Costi, quindi, che lievitano fino a divenire quasi esorbitanti e ricerca di fondi, tramite sponsor munifici, banche e versamenti di tifosi, sempre più pressante e impellente. Purtroppo, e adesso qualcuno se ne rammarica, una voce di introiti possibili è stata colpevolmente trascurata. Negli anni passati, infatti, nessuno in società si è minimamente occupato di coltivare il settore giovanile e quindi nessun virgulto, talentuoso o meno che sia, può essere ceduto per fare cassa.

Non pochi, alla luce di queste considerazioni e di questi fatti, prevedono a questo punto un ridimensionamento di ambizioni, augurandosi perfino, anche tra gli stessi dirigenti vecchi amici, un drastico taglio alle spese o, in subordine, l’allestimento di una squadra in grado di mantenere la categoria. Prefigurando così la C1, già un super lusso per un paese come Paratico, come Serie di pertinenza stabile per l’Intersebina. Anche per evitare di dover trasferire a Brescia la sede agonistica per le gare in casa, data la non correggibile inadeguatezza dello stadio sul Lago. Ma quando tutto, a pochi giorni dall’inizio della preparazione, sembra far credere che questa soluzione di basso profilo sia quella decisa, ecco il vulcanico Aldo dare segni di irrequietezza e poi di risveglio facendo quindi sgorgare un paio di trovate laviche degne dei Moratti e degli Agnelli negli anni sessanta. Il tutto accompagnato da dichiarazioni ambiziose quanto sportivamente bellicose per cui il puro divertimento dei tifosi lascia il posto all’esplicito tentativo di raggiungere non solo quella cadetta ma, appena possibile cioè subito dopo, la massima serie. E lo stadio? Nessuna paura, si gioca un anno a Brescia, poi si torna a Paratico, anzi a Capriolo, nel costruendo mega impianto che sarà intitolato ad Azeglio Vicini.

Sul piano tecnico, nessuna rivoluzione quell’estate, ma solo un paio di ritocchi geniali e costosi, tanto per render chiari a tutti clima e progetti. Arriva a guidare la squadra addirittura Antonio Barone, già pluricampione d’Italia, c.t. della Nazionale e vittorioso persino all’estero. Ancora una volta, come già diverso tempo prima, la domanda è la solita: com’è possibile? Barone in C1? Sia pure in una società ambiziosa? Non tardano presentazione in grande stile e prime dichiarazioni del famoso allenatore, il quale parla esplicitamente di ‘progetto meraviglioso’ e di ‘ambiente sano e vincente’. Obiettivi? Risponde Pezzoli, lesto a rubare il microfono: Europa nel giro di tre o quattro stagioni. Poi, vedremo… Cavoli! Altro che prudenza o ridimensionamento!! Il centravanti stellare, unico acquisto di rilievo, arriva tra l’euforia dilagante e generale ma già proiettata ai futuri trionfi. Lui, che proviene dal Milan, ci rimane un po’ male sulle prime, ma subito si integra in un ambiente comunque generoso e ospitale. È il segno definitivo che anche un approdo come il suo, a Paratico, sia da considerarsi oramai un fatto normale.

Normale come la conferma che, anche quest’anno, l’Intersebina si presenti in campionato con il piglio della più forte e con una serie di primi risultati decisamente in linea con le ambizioni. Tutto procede come sempre, meglio di sempre e nulla pare turbare l’armonia e l’entusiasmo che circonda e che anche procura agli altri questa meravigliosa squadra di calcio, questa fantastica favola di calcio. Nemmeno un paio di piccoli fastidi che sfiorano la famiglia Pezzoli. Uno di questi episodi, in realtà, suscita molto clamore sul momento, ma poi scivola abbastanza velocemente nel solito affollato dimenticatoio che ospita le notizie quando perdono i caratteri cubitali. Esso riguarda il fatto che un politico, compagno di partito e forse amico intimo di Giorgio Pezzoli, sia stato arrestato con l’accusa di organizzare e coordinare un traffico di rifiuti dannosi e pericolosi che, pare, vengano prelevati dalle aziende e poi sotterrati nei cantieri aperti della nuova autostrada Brescia-Bergamo-Milano in costruzione. Accusa aggravata dal fatto che l’arrestato sia stato colto sul fatto, con il sorcio in bocca, come il mariuolo di craxiana memoria. Comincia a farsi strada nella gente il sospetto che sotto i 62,1 km di quella superflua striscia d’asfalto ci possa essere un’altrettanto lunga striscia di veleni pericolosi e di corruzione delinquente, ma nessuno pensa di mettere in relazione queste italiche o lombarde malefatte con i gol a raffica di Calinic, l’ex Milan, o di collegare le strane e frequenti assenze dei fratelli Pezzoli in trasferta, e a volte perfino in casa, allo stadio con l’arresto di quel poco più che anonimo assessore regionale. Il quale, per inciso, oltre a negare ogni addebito, sorprendentemente non nomina Aldo come avvocato difensore. Nessuno, dicasi nessuno, collega niente. E invece…

Invece quell’arresto decreta lo sgretolamento, nel giro di pochi mesi, del sogno pedatorio chiamato Intersebina, il novello Chievo mai concretizzato. Procediamo però con ordine. Intanto per dire che Aldo Pezzoli reagisce alle debolissime illazioni, se mai le abbia poi fatte qualcuno…, alla sua solita maniera da Presidente dai fondi inesauribili: fa arrivare un paio di elementi di nome altisonante ma assolutamente non necessari alla rosa e giustifica nel contempo la propria lontananza dai campi con un piccolo intervento chirurgico perfettamente riuscito. Il fratello, però, continua a latitare, ma le continue crisi politiche al Pirellone paiono giustificarlo ampiamente. Il campionato prosegue e l’Intersebina è di nuovo, o come sempre, in testa alla classifica a suon di gol e di record infranti. Gli arresti, la politica e l’autostrada si perdono nei fumogeni dei tifosi giallorossi che invadono festanti gli stadi dell’Italia settentrionale. E quando, poche settimane dopo, accade un episodio in apparenza banale e quasi di routine, ma che si rivelerà il piccolo sasso che darà inizio alla frana, ancora una volta nessuno si preoccupa di collegare gli eventi.

Accade che un giocatore della rosa sterminata dell’Intersebina venga allontanato. ‘Per motivi tecnici’, recita lo stringato comunicato ufficiale della Società. Un giocatore buono ma non essenziale, uno che trova poco spazio e che, al massimo, entra dalla panchina. Uno che ‘chissenefrega se è andato via’, dicono i tifosi. Ma il caso vuole che Tandioli, il difensore cacciato, sia vecchio buon conoscente di un collaboratore minore di uno dei giornali locali, un certo Michele Foggia. Non che si frequentino o che si sentano spesso, ma sono legati a sufficienza perché il corrispondente sportivo decida di telefonare al giocatore per sentire come si sia svolta la vicenda. Risposte vaghe, dissapori con lo staff tecnico, qualche screzio con i compagni, insomma banalità e reticenze. Amen, niente che valga la pena di un articolo, nemmeno di colore o di varia umanità. Passano poche ore e il cellulare di Foggia squilla. È un numero privato, ma quando risponde la voce di Tandioli risuona: ‘Sono io, Michele. Sono Carlo e ho deciso di dirti tutto. So che ne ricaverai un pezzo per il tuo giornale, e mi sta bene. L’unica condizione che ti pongo è quella di poter leggere l’articolo in anteprima per autorizzarne la pubblicazione. Dovrai mandarmelo via mail cosicché io possa farlo vedere al mio legale. La questione è, sentirai e capirai, molto, molto delicata’.

È così che Foggia viene a conoscenza delle sopraggiunte quanto improvvise tribolazioni economico finanziarie, di bilancio e soprattutto di cassa, di Pezzoli e di tutta la sua società sportiva. Tandioli gli rivela, per esempio, di non essere stato affatto allontanato, ma di essersi lui ammutinato non ricevendo lo stipendio da diversi mesi e di non aver accettato compromessi umilianti pur di rimanere in gruppo. Non solo, ma aggiunge anche che molti altri elementi di squadra e staff, perfino di fornitori e affittuari di appartamenti in cui alloggiano gli atleti, sono nella identica situazione, ma che non sa quanti di questi abbiano accettato di accomodare le pendenze o di aspettare. Una bomba! Foggia, ricevuta l’autorizzazione, pubblica l’intervista limitandosi a riferire solo il caso personale di Tandioli, ma facendo chiaramente capire che sotto questa crepa potrebbe già esserci una voragine. Deflagrazione della bomba!

Aldo Pezzoli, avvocato e patron della squadra di un borgo di meno di cinquemila anime che sta andando in Serie B, chiama direttamente il Direttore del giornale e, con i dovuti modi appena alterati, gli esterna la propria profonda contrarietà e gli ricorda, en passant, le modalità, sempre comunque rivedibili, della sua ancora recente nomina a guida del quotidiano da parte di ambienti politici e curiali. Esige smentite immediate, convincenti e soprattutto di firma autonoma e autorevole oltre che, ovviamente, il licenziamento in tronco del Foggia. Le redazioni politiche e in modo particolare le Direzioni dei giornali, soprattutto locali, seppur ancorate ad esse, sentono le vibrazioni delle correnti dei partiti e delle loro alleanze o dei loro conflitti, quasi come la propria stessa pelle. Brividi o calori, spifferi o vampate arrivano spesso prima a questi oscuri organizzatori di notizie e di poteri che a quelli che pensano di incarnare in modo definitivo quegli stessi poteri. E così, il Direttore ascolta con rispetto e attenzione Aldo Pezzoli e poi si siede di nuovo, battendo i tasti del pc per il fondo che sta scrivendo proprio sulla futura Autostrada. Non fa una piega, ben sapendo che il treno del destino è già partito e che gli sbuffi del Presidentissimo appaiono goffi e risibili rispetto a quelli della locomotiva a vapore che lo sta travolgendo.

E così va. La squadra continua la sua corsa quasi per inerzia e, dopo una inspiegabile sconfitta interna contro il fanalino di coda e avvenuta, guarda caso, il giorno della pubblicazione dell’intervista all’ex compagno, riprende marcia trionfale e successi in serie. Mentre alcuni giocatori rilasciano dichiarazioni, spesso anonime, che confermano il disagio e le gravi difficoltà, Aldo Pezzoli continua a ostentare sicurezza e a negare ogni ostacolo: ’Andremo in Serie B, giocheremo un anno a Brescia e poi a Capriolo, nel nostro stadio ‘Azeglio Vicini’, dove Antonio Barone, che è tranquillo, sereno e felice come un bambino, ci porterà in Champions’.

Alla fine di quell’anno sportivo, l’Intersebina viene promossa in B avendo vinto il campionato, questa volta di misura ma con il solito merito. Ma l’estate successiva, l’ultima per la fantastica compagine lacustre e l’ultima anche per la Società di Aldo Pezzoli, i nodi vengono al pettine. Sono dodici, uno più intricato dell’altro. Sono lodi sportivi, cause intentate perlopiù da prestatori d’opera nei confronti di società insolventi. In questo caso, vista l’eccezionale reiterazione, la mano del Giudice del Lavoro Sportivo non può essere che ferma e giusta. La Società viene condannata a pagare tutti i debiti pregressi e il suo Patron e Presidente, dichiarato responsabile e sodale, viene radiato sine die da ogni attività sportiva afferente al CONI. Parimenti, purtroppo, vengono logicamente radiate Società, che perde per sempre il numero di iscrizione all’Albo Calcistico, e squadra che perde ogni diritto di categoria e tesseramento presente e futuro di atleti. In pratica, non potrà mai più esistere e giocare una squadra di calcio che si chiami Intersebina o sia di riferimento ad essa.

Implode in questo brutto modo il sogno sportivo di Paratico e dei suoi, anche pittoreschi, fautori. Un sogno che sembrava il riscatto dei piccoli e che invece si è rivelato l’ennesimo trucco beffardo e senza scrupolo dei soliti grandi, dei soliti potenti. Resta un solo punto da sottolineare meglio. Molti fanno coincidere l’inizio dello sfacelo con la famosa intervista di Tandioli e, in parte, hanno ragione. Ma è bene non dimenticare che la vera crisi di quella Società inizia quando viene scoperto il via vai sospetto di rifiuti tossici e speciali tra il polo industriale bresciano, e in parte anche bergamasco, e i cantieri aperti dell’Autostrada in costruzione. Un traffico che indubbiamente genera un giro enorme di denaro non dichiarabile. Che cosa c’è di più leggero, pulito e perfino soave, oltre che appassionante e perfino socialmente utile, che utilizzare quei fondi nello sport, per lavare le macchie di quelle banconote nel Calcio? Per rinforzare squadre, per regalare gioie, per permettersi campioni inavvicinabili, per poter pagare adeguati rimborsi chilometrici? Che cosa c’è di meno sospetto? E così, guarda ancora il caso, finché il traffico dei camion continua, l’Intersebina gode ottima salute, perfino troppa; quando esso si interrompe perché il collega di partito di Giulio Pezzoli viene pizzicato e arrestato, le casse della squadra si prosciugano velocemente fino a rimanerci. Secche.