(Gianni Sartori)

“Devo vivere in questo modo per la mia attività politica? E’ questa la vita? Viviamo come cani randagi da quattro anni”.
Aggiungendo poi: “Se ritorno in Iran, sarò impiccato. Ma qui noi non abbiamo un riparo, solo i parchi pubblici e le moschee”.

Così aveva esclamato il 18 maggio davanti agli uffici onusiani di Hewler (Erbil) un venticinquenne curdo, rifugiato politico di Bokan (nel Rojhilat, Kurdistan dell’Est sottoposto all’amministrazione iraniana). Per poi immolarsi con il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, sotto gli occhi di numerosi giornalisti da lui convocati.
Con il suo gesto estremo Behzad Mahmudi ha voluto denunciare la situazione in cui versano i rifugiati curdi anche in Bashur (il Kurdistan del Sud, regione semi-autonoma governata dal PDK all’interno dei confini iracheni).

Una protesta, la sua, rivolta sia contro il governo regionale curdo (Mahmudi accusava il PDK di aver “ridotto alla fame i rifugiati curdi”), sia contro le agenzie onusiane per averli abbandonati a se stessi.

Combattente per la libertà e la dignità dei curdi in Rojhilat, aveva dovuto fuggire dall’Iran dopo una condanna alla pena capitale appunto per la sua militanza.
Mahmudi aveva chiesto uno status di rifugiato politico fin dal 2017, ma anche quando si era recato per l’ultima volta presso l’ufficio dell’ONU per chiedere aiuto, la richiesta era rimasta senza risposta.

Rimasto gravemente ustionato, la sua agonia è durata sei giorni. Fino a quando, il mattino del 24 maggio, è spirato nonostante le cure intensive a cui veniva sottoposto.
Gianni Sartori