2. Splendori e miserie della Seconda Internazionale: Germania, 1890-1914

Il problema che cerco di analizzare in questo capitolo è molto semplice, ed è dato dall’opposizione tra la situazione in Germania nel 1895 come era percepita da Engels (cioè l’esistenza di una classe operaia all’avanguardia in Europa, in grado di distruggere il potere borghese e assurgere a classe dominante nel breve-medio periodo), e la realtà di una ventina d’anni dopo, riassumibile nella sequenza del voto socialista ai crediti di guerra nel 1914, del ruolo dell’SPD di garante dell’ordine borghese nel 1919 (con l’uccisione di migliaia di lavoratori in lotta), e della continua adesione elettorale da parte della maggioranza della classe operaia tedesca a questo stesso SPD negli anni ‘920. Come è stata possibile una trasformazione così radicale? Perché il proletariato tedesco, da “combattente” contro la borghesia, si è ritrovato suo servitore? C’erano delle alternative?

Riguardo a questa sequenza di eventi quello che ha suscitato più dibattito e il maggior numero di possibili risposte sul “perché”, sia da parte dei contemporanei sia da parte degli storici, è stata la decisione di votare a favore dei crediti di guerra, presa a maggioranza tra il 2 e il 3 agosto 1914 dall’esecutivo e dal gruppo parlamentare dell’SPD. La posizione più meschina fu quella presa da Kautsky, che nel maggio 1915 scriveva: “chi può affermare che, per quattro milioni di proletari tedeschi coscienti, sia stato sufficiente il solo ordine di un manipolo di parlamentari per fare una svolta a destra in ventiquattro ore e prendere posizione contro i loro precedenti scopi? Se questo fosse vero, questo, certo, dimostrerebbe con evidenza lo spaventoso fallimento non soltanto del nostro partito, ma anche della massa. Se la massa fosse un tal gregge di pecore senza carattere, potremmo lasciarci seppellire”. Il disgusto espresso da Lenin è pienamente giustificato:

potevano pronunciarsi con una certa libertà (vale a dire senza essere immediatamente presi e condotti in caserma, senza cadere in immediato pericolo di fucilazione) esclusivamente il “manipolo di parlamentari” e un piccolo gruppo di funzionari, di giornalisti, ecc. (i parlamentari avevano il diritto di votare liberamente, potevano benissimo votare contro: per questo neppure in Russia si era bastonati, maltrattati e nemmeno arrestati). Ed ora Kautsky riversa nobilmente sulle masse il tradimento e la mancanza di carattere di quello strato sociale di cui lo stesso Kautsky aveva denunciato decine di volte, durante parecchi anni, i legami con la tattica e l’ideologia dell’opportunismo.

In questo scambio di battute Kautsky presuppone che se le “masse” avessero voluto, avrebbero potuto impedire lo scoppio della guerra, e conseguentemente ne deduce che le “masse” avevano lo stesso orientamento a favore della guerra del gruppo parlamentare dell’SPD (o, in alternativa, era “un gregge di pecore”). Ma nel suo ragionamento è il presupposto che è errato, e Kautsky costruisce il ragionamento solo per assolvere se stesso e il gruppo dirigente socialista. In realtà i socialisti europei non credettero mai che una volta scoppiata una guerra generale fosse possibile fermarla – i discorsi più infiammati (non da parte tedesca) che minacciavano scioperi generali e insubordinazioni erano appunto solo minacce per prevenire una guerra (e questo Kautsky lo sapeva benissimo). Il “crollo della Seconda Internazionale” avvenne non perché l’Internazionale non riuscì a impedire la Prima guerra mondiale (era al di là delle sue possibilità), ma perché le direzioni socialiste dei vari paesi benedirono i rispettivi lavoratori obbligati a uccidersi fra loro – lavoratori che certo non gradivano né quello che era loro comandato, né le benedizioni ricevute dall’alto. Per quanto riguarda la Germania (ma la situazione era simile anche in Francia e in Inghilterra) i lavoratori furono “in massa” contro la guerra nel luglio-agosto 1914, e negli ultimi giorni di luglio si è stimato che ben 750mila persone avessero partecipato alle manifestazioni contro la guerra, talvolta scontrandosi sanguinosamente con polizia, esercito, nazionalisti. Quando scoppiò la guerra non vi fu alcun entusiasmo nazionalista, se non da parte borghese e piccolo borghese – i lavoratori avevano piena coscienza della catastrofe in cui venivano gettati. Fu la borghesia che inventò il mito delle “masse” (interclassiste) che salutavano con applausi e fiori dei soldati entusiasti di partire per il fronte (e tutto questo Kautsky lo sapeva benissimo), ma fu un mito molto diffuso e che permane incredibilmente ancora oggi, con gli infiniti e inutili dibattiti sul perché “la nazione si sostituì alla classe” nella coscienza dei lavoratori, o sull’ “integrazione”, positiva o negativa che fosse, dei lavoratori nella rispettiva nazione. Lenin nella sua risposta affronta correttamente il problema: la responsabilità di quanto avvenuto non era delle “masse”, della classe lavoratrice tedesca, ma della direzione del SPD (esecutivo e gruppo parlamentare) che aveva fatto la scelta di appoggiare la guerra. Lenin aggiunge inoltre che il perché di questa scelta stava nell’orientamento riformista proprio di uno strato sociale, la burocrazia del partito (in altri scritti Lenin allarga la platea della base sociale del riformismo, dalla burocrazia di partito e sindacati alla “aristocrazia operaia” – un concetto che già ripercorrendo le vicende del movimento operaio inglese si è visto quanto poco sia operativo dal punto di vista politico, e di conseguenza tralascio questa categoria analizzando le dinamiche del movimento operaio tedesco). L’SPD e i sindacati tedeschi erano riformisti prima del 2-3 agosto 1914? E alla radice della scelta fatta in quei due giorni vi era questo riformismo? E la burocrazia di partito e sindacati non può non essere che riformista? Limitandomi per ora solo alla seconda questione bisogna riconoscere che riguardo al voto sui crediti di guerra il fior fiore del riformismo europeo vi si oppose: Bernstein e Eisner in Germania erano contrari, Turati in Italia non li votò mai, MacDonald in Inghilterra non solo si pronunciò contro, ma formò anche un gruppo parlamentare separato, Jaurès in Francia venne ucciso prima e si possono solo fare ipotesi – ma quella di Rappoport per cui vi si sarebbe opposto poggia su argomentazioni a mio avviso realistiche. E bisogna aggiungere che buona parte dell’élite rivoluzionaria del socialismo europeo invece prese posizione a favore della guerra: per la stessa sequenza di paesi basta fare i nomi (ma ce ne furono tanti altri) di Parvus, Mussolini, Hyndman e Balford Bax, Hervé. Spiegare il voto a favore dei crediti di guerra con il riformismo è quindi problematico, come lo è far riferimento alla burocrazia di partito e sindacati: se in Germania questo strato sociale era significativo, in Francia e in Gran Bretagna era praticamente non esistente o ben limitato (in Gran Bretagna dagli anni ‘890 al 1914 il rapporto numerico tra funzionari sindacali e iscritti si mantenne basso e costante, a differenza della Germania, e la burocrazia di partito non esisteva; in Francia la burocrazia era pressoché inesistente), ma le dinamiche politiche il 4 agosto 1914 in tutti e tre questi paesi seguirono delle strade identiche.

Un’altra spiegazione che è stata avanzata è quella “difensivista”. Secondo questo approccio la scelta del 4 agosto nei vari paesi non deve essere ricercata in qualche “peccato” pre-esistente, ma fu coerente con le posizioni politiche sempre affermate dalla Seconda Internazionale per cui i socialisti di ogni paese avrebbero dovuto difendere il proprio paese a fronte di una aggressione. Che i dirigenti socialisti di allora facessero ricorso a questa argomentazione va da sé. Ma bisogna ritenerli forse troppo mentalmente limitati nel pensare che davvero i socialisti francesi ritenessero che la guerra fosse esclusivamente una guerra franco-tedesca (con i soldati tedeschi sul suolo francese) e che davvero i socialisti tedeschi ritenessero che la guerra fosse esclusivamente una guerra russo-tedesca (con i soldati russi sul suolo tedesco). Per quanto riguarda la Germania, Kruse nel 1993 ha dimostrato in modo inequivocabile che i deputati tedeschi nell’agosto 1914 erano perfettamente a conoscenza della natura non difensiva della guerra, ma votarono a favore perché la guerra, anche se offensiva, avrebbe messo in discussione la nazione tedesca se gli eserciti tedeschi fossero stati sconfitti; come avrebbe scritto (confessato?) successivamente Victor Adler “c’è solo una cosa peggiore della guerra, ed è la sconfitta in una guerra”. Con questa visione tutte le guerre sono difensive per definizione, anche quella lanciata dalla Germania hitleriana nel 1939! Tutto questo non spiega il voto del 4 agosto, ma è solo l’autogiustificazione o la confessione dei vari dirigenti socialdemocratici, per ingannare gli altri, forse anche se stessi, o confessarsi. I dirigenti socialdemocratici non erano un gruppo di idioti. Per dare un’idea delle sottigliezze di ragionamento a cui erano abituati prima del 1914 faccio solo un esempio, pertinente con la discussione sul 4 agosto. Al congresso internazionale di Parigi del 1900 era all’ordine del giorno il problema del “ministerialismo”, cioè dell’ingresso di ministri socialisti in un governo borghese, problema sorto con l’ingresso al governo di un socialista francese (Millerand) sia pur solo a titolo personale. Il congresso votò una risoluzione proposta da Kautsky (poi ribattezzata ironicamente la “mozione-caucciù”) che nelle intenzioni di Kautsky doveva essere una condanna di Millerand, mentre risultò poi nella pratica una mozione di cui i millerandisti si fecero scudo per difendere le proprie posizioni, in quanto la mozione ammetteva una partecipazione ministeriale in casi eccezionali (non specificati). Al successivo congresso internazionale di Amsterdam, nel 1904, venne proposta un’altra risoluzione sullo stesso argomento ben più stringente contro ogni “ministerialismo”, e nel dibattito Kautsky specificò che nella sua mozione di quattro anni prima l’unica eccezione a cui aveva pensato era un ingresso in un governo borghese in una situazione d’emergenza assoluta – a fronte di una guerra di aggressione contro il proprio paese. Una prefigurazione dell’agosto 1914? A livello superficiale parrebbe così, ma bisognerebbe dimenticare che lo stesso Kautsky, due anni dopo, avrebbe scritto un libro per sostenere che era impossibile nella situazione d’inizio ‘900 fare una distinzione tra guerre difensive e offensive (nel senso esattamente opposto a quello che si sarebbe detto nell’agosto 1914, e cioè di abbandonare del tutto il concetto di “guerra difensiva”), e che Jaurès, il gigante del riformismo europeo, indefesso sostenitore del “nuovo metodo” che includeva la partecipazione socialista a dei governi borghesi, così metteva alla berlina l’ “ortodosso” Kautsky in quel dibattito del 1904:

quando ho sentito il cittadino Kautsky ripetere che accettava la possibilità della partecipazione dei socialisti al governo centrale in caso di pericolo nazionale, che accettava che il cittadino Blanqui facesse parte del governo in una repubblica borghese impegnata a respingere l’invasione, mi chiedevo se il ministerialismo diventasse ortodosso purché fosse complicato dal nazionalismo, se fosse più scusabile per un proletario sacrificare la lotta di classe al fine di collaborare alla difesa di questa stessa patria, che è amministrata e soprattutto sfruttata dalla classe borghese. Mi chiedevo se la libertà politica, la libertà individuale, la possibilità di organizzare il proletariato non fosse per il proletario un interesse altrettanto essenziale della patria d’oggi. E sento che, in certe circostanze, non potrò seguire fino in fondo il ministerialismo nazionalista del nostro compagno.

Parole profetiche quant’altre mai! Un anno dopo Kautsky replicò che intendeva la difesa di un paese da una invasione straniera che fosse al contempo la difesa di una repubblica democratica in pericolo – benedicendo così in via preventiva i socialisti francesi del 1914 e condannando se stesso nel medesimo frangente. Tutto ciò complica non poco il tentativo di capire perché quasi tutti i dirigenti socialdemocratici accettarono nel 1914 Union sacrée, Burgfriedenspolitik, War Cabinet…

Haupt, con un approccio che è stato definito genetico, ha sottolineato gli innegabili limiti, teorici e politici, della socialdemocrazia a livello internazionale che resero possibili (o inevitabili?), che favorirono, le scelte del 4 agosto. Anch’io, discutendo di imperialismo, ho fatto mio questo approccio, pur facendo riferimento a limiti in qualche modo diversi da quelli evidenziati da Haupt, ma pur sempre nell’ambito di una incomprensione della dinamica della politica mondiale. Il problema in questo caso è che questi limiti non spiegano la dinamica successiva al 4 agosto – in Germania l’accanita difesa dell’ordine borghese da parte dell’SPD (senza considerare la continua adesione maggioritaria operaia a questo stesso partito). Gli uomini del 4 agosto, i vari Ebert, Legien, Guesde, Vaillant, e così via, diventarono a partire dal 2-3 agosto 1914 delle persone completamente diverse da quelle che erano prima: le loro scelte, il loro modo di pensare e di agire, i valori a cui si ispiravano, tutto cambiò in modo radicale, relegando all’oblio la vita precedente. Un piccolo aneddoto, ma significativo: il Vaillant che aveva studiato anni in Germania, divenuto jusqu’au-boutiste in guerra (in modo talmente estremo da creare addirittura imbarazzi alla direzione del partito), poco prima di morire nel 1915 partecipò alla conferenza della federazione della Senna della SFIO; Rappoport ricorda: “voltandosi dalla mia parte, il leader della frazione blanquista ha detto qualcosa del genere: ‘So che in questa sala ci sono persone intrise di cultura tedesca’. Il rispetto per il vecchio rivoluzionario, venerato dai suoi amici, mi ha impedito di dire ad alta voce all’ex studente di Göttingen o di Bonn e al corrispondente di Ludwig Feuerbach: ‘Ja, Genosse Vaillant’”. Per tanti altri fu lo stesso. Avrò modo di ritornare su questo aspetto. Per queste trasformazioni non sono sufficienti i limiti teorici e politici nell’analisi della politica mondiale, ci dev’essere qualcosa di aggiuntivo. Ma anche per il solo 4 agosto: questi limiti erano condivisi da tutta la socialdemocrazia – perché allora una minoranza si oppose attivamente alla guerra?

Per capire il 4 agosto e i suoi seguiti c’è bisogno sicuramente di ricorrere agli elementi che finora ho ricordato (il riformismo, il ruolo della burocrazia, la “tradizione repubblicana” francese, più o meno blanquista, e quella difensivista in generale, l’incomprensione della politica mondiale) ma con elementi aggiuntivi, e tra loro relazionati in modo diverso. Cerco di farlo analizzando la situazione tedesca, che fu per certi versi la situazione limite, ma penso che le conclusioni siano generalizzabili anche a Francia e Gran Bretagna. E parto da lontano, da quando tutto ha avuto inizio: dal 1895.

Si è visto nella prima parte che Marx ed Engels preconizzavano una sorta di “via parlamentare” al potere nei paesi dove il regime politico era una repubblica democratica (al tempo, Francia e Inghilterra), una “via parlamentare” non gradualista, non pacifica, non legalitaria, forzatamente maggioritaria come tutte le rivoluzioni, pura espressione dell’ampliarsi e dell’approfondirsi della lotta di classe. La Germania era tutto fuorché una repubblica democratica: aveva sì un parlamento del Reich eletto a suffragio universale maschile, con diritto di voto a partire dai 25 anni, ma Cancelliere e governo erano nominati dall’Imperatore, e Cancelliere e governo erano responsabili davanti a lui, non davanti al Parlamento, salvo che per l’approvazione dei bilanci. Inoltre il Reich era una federazione di Stati monarchici ciascuno con una propria legge elettorale, e in molti Stati, a partire dal più importante, la Prussia (più di due terzi del territorio del Reich e più della metà della popolazione), vigevano leggi elettorali censuarie. In Prussia vi erano tre classi di elettori, suddivisi in base al reddito e alla ricchezza, e ogni classe eleggeva un egual numero di deputati: alle elezioni del 1903 la prima classe contava 240mila elettori, la seconda 850mila e la terza 6milioni di elettori – andava da sé che con una simile legge elettorale il tasso di assenteismo era altissimo nella terza classe. Alle elezioni del 1913 l’SPD fu il partito che ottenne il maggior numero di voti (775mila) ed ebbe 10 deputati, mentre il secondo partito per numero di voti, il Centro, ottenne 103 deputati con meno di 500mila voti. Inoltre in diversi Stati (Sassonia, Amburgo, ecc.) in cui inizialmente vigevano leggi elettorali più o meno democratiche, il numero sempre maggiore dell’elettorato socialista spinse le oligarchie al potere a introdurre ex novo dei sistemi censuari. Infine vigendo in generale un sistema elettorale a ballottaggio, anche nelle elezioni del Reichstag, vi potevano essere grandi discrepanze tra voto popolare e rappresentanza parlamentare: così ad es. nelle elezioni del 1907 l’SPD ottenne il 29% dei voti ma solo l’11% dei parlamentari. In una simile situazione una “via parlamentare” al potere era ovviamente impensabile, per il semplice motivo che non c’erano sistemi elettorali democratici e che soprattutto il potere non risiedeva nel parlamento, ma altrove, nei circoli degli Junker e dell’alta borghesia.

In questa situazione Engels propose una particolare “tattica” nel 1895 (già analizzata nella prima parte), sulla base della sua convinzione che la classe operaia tedesca fosse altamente cosciente della sua “missione” e che a breve o medio termine, tra i 5 e gli 8 anni, si sarebbero riunite le condizioni per una rivoluzione vittoriosa. La tattica proposta da Engels poggiava su due aspetti che non erano affatto nuovi: l’utilizzo propagandistico delle elezioni e del parlamento e l’ “infezione” socialista dell’esercito, in modo da minarne la capacità repressiva. Questa “infezione” si sarebbe potuta creare grazie a un lavoro socialista sistematico tra i lavoratori agricoli delle zone a est dell’Elba, in quanto in funzione antisocialdemocratica venivano reclutati nell’esercito soprattutto i giovani provenienti dai distretti rurali, ritenuti più abituati all’autoritarismo e di natura più sottomessi (nel 1911 il 64% delle reclute proveniva da queste zone, dove viveva invece il 42% della popolazione, e un altro 22% proveniva da piccole cittadine). Per Engels “il nostro campo di battaglia decisivo si trova nei territori prussiani a est dell’Elba… [dando ai lavoratori agricoli] il coraggio e la coesione necessari per combattere per i propri diritti”. La tattica proposta comprendeva altri tre aspetti del tutto innovativi, di cui i primi due sostanziavano una “tattica armata”: il primo, che venne censurato dalla direzione del SPD con l’accordo di Engels, prevedeva nella dinamica rivoluzionaria futura la centralità di battaglie di strada offensive (di “attacco aperto”, in opposizione alle vecchie barricate difensive) al culmine della mobilitazione dei lavoratori – uno scenario che si realizzò nella rivoluzione russa del 1905, con l’insurrezione di Mosca a dicembre. Il secondo aspetto prevedeva nella dinamica rivoluzionaria futura la centralità degli ammutinamenti militari – uno scenario che si realizzò nella rivoluzione tedesca del novembre 1918, con l’ammutinamento dei marinai di Kiel che ne fu la scintilla. Il terzo e ultimo aspetto era l’accettazione pro tempore in Germania della legalità, rimanendo nei “confini di ciò che è permesso dalla polizia” pur se contrario alla logica, una clausola che la sinistra del SPD avrebbe successivamente stigmatizzato come “nient’altro-che-il-parlamentarismo” (una stigmatizzazione scorretta per quanto attiene alla proposta di Engels, e invece del tutto corretta per la sua successiva applicazione da parte dell’SPD). Questo aspetto della proposta di Engels era senza dubbio una netta rottura con la sua visione generale della lotta politica di classe, in cui il rafforzamento del partito di classe era visto come espressione della lotta di classe (quando la Luxemburg sostenne che era la lotta di classe che rafforzava l’organizzazione e non il contrario, in realtà diceva quello che era la A dell’ABC del marxismo). Accettare la legalità tout court in Germania, un paese in cui le leggi, i tribunali, la polizia, l’esercito, erano tutti orientati a impedire e reprimere la lotta di classe (Meinecke nel 1910 affermò che la politica del potere di Berlino era “una latente guerra civile contro la socialdemocrazia, condotta con le armi dello Stato di polizia”), significava negare le tesi fondamentali che Engels stesso aveva sempre sostenuto. Il motivo alla base di questa proposta era che Engels vedeva il proletariato tedesco come il “gruppo d’assalto” decisivo dell’ “esercito proletario” europeo che doveva essere mantenuto e rafforzato nel corso del tempo in vista dello scontro finale (“non logorare questo gruppo d’assalto in lotte d’avanguardia ma mantenerlo intatto sino al giorno decisivo”), e il tempo a disposizione doveva essere prolungato il più possibile per un rafforzamento maggiore possibile. Per questo motivo questo aspetto della tattica proposta da Engels era relativo solo ed esclusivamente alla Germania, doveva essere temporaneo e condizionato dall’evolversi degli avvenimenti, e doveva essere in funzione di una offensiva decisiva nel breve-medio periodo. Ma doveva anche essere sempre inteso cum grano salis, considerando che l’elemento portante della tattica di Engels (la conquista al socialismo dei lavoratori agricoli prussiani per minare dall’interno l’esercito) non era possibile in modo legale – a questi lavoratori era vietata ogni possibilità di organizzazione ed erano soggetti a una situazione di semi-schiavitù sanzionata dalla legge. In ultima analisi Engels presupponeva un livello di coscienza da parte del proletariato tedesco e di almeno parte del suo “stato maggiore” (la direzione del SPD) eccezionale, in grado di rafforzarsi in condizioni difficili, sapendo aspettare, nonostante tutte le difficoltà, il momento giusto e una volta arrivato di passare all’offensiva con il massimo di forza e di determinazione, in una situazione in cui le masse sapevano “per che cosa dànno il loro sangue e la loro vita”.

Engels si illudeva riguardo ai lavoratori tedeschi? Dare una risposta non è semplice. Calkins in un affascinante e corposo saggio sul “sogno millenarista” delle socialdemocrazie centroeuropee, afferma che c’era una “vigorosa tensione utopica” nella socialdemocrazia prima della Grande guerra. Per questo storico è difficile oggi immaginare un periodo in cui “uomini e donne apparentemente ragionevoli, inclusi dirigenti capaci ed efficienti di organizzazioni con centinaia di migliaia di membri e con milioni di sostenitori, potessero sinceramente credere non solo che una società davvero giusta potesse essere creata, ma che inevitabilmente sarebbe stata creata in un futuro prossimo”, difficile perché da quel periodo ci separa “un abisso di cinismo, che a volte sembra quasi incolmabile, alimentato da due guerre mondiali, da Stalin e Hitler, da Auschwitz e My Lai”. Per Calkins

ci sono prove considerevoli che suggeriscono che il sogno di un’utopia socialista fosse, in effetti, un fattore motivante estremamente importante per molti socialdemocratici dell’Europa centrale prima del 1914… Come molte altre utopie, la Zukunftsstaat socialdemocratica ha fornito una piattaforma efficace da cui analizzare e criticare la società contemporanea. Funzionava anche come una fonte di speranza e incoraggiamento, tanto necessaria in un momento in cui né la riforma graduale né la rivoluzione immediata offrivano serie prospettive di successo… l’ingenuità promossa dall’utopismo socialdemocratico ha contribuito a contrastare la convinzione altrettanto ingenua che i problemi fondamentali dell’Europa centrale potessero essere risolti gradualmente attraverso negoziazioni e compromessi.

Per i lavoratori socialdemocratici di quel periodo l’ “utopia socialista” non era una “ingenuità”, ma era la loro “missione storica” in quanto classe lavoratrice, e ritenerla oggi tale significa ritenere inevitabile il corso storico successivo, inevitabili “le due guerre mondiali, Stalin e Hitler, Auschwitz e My Lai” – questo sì che è cinismo! Ma una adeguata risposta alla nostra domanda iniziale comporta qualcosa di più – qualcosa come “entrare nella testa” di un lavoratore medio di allora. Per fortuna alcuni indici ci sono. Mi limito a quello più stupefacente. La polizia di Amburgo, dal 1892 al 1910, sorvegliò quotidianamente i pub dei quartieri operai, con delle squadre di poliziotti adeguatamente addestrati e travestiti, non per procedere a sanzioni e arresti, ma per sapere cosa pensavano gli operai, per valutare il grado generale di pericolosità di questo “nemico interno”. Di questo immenso archivio (20mila rapporti) Evans si è avvalso per scrivere un saggio sulle “mentalità proletarie” di Amburgo, giustamente famoso e molto citato. Il pub era il classico luogo di socialità operaia, in cui i lavoratori andavano non per ubriacarsi (non avevano né i soldi, né il tempo, lavorando fino a dodici ore al giorno), ma per vedersi, scambiare quattro chiacchiere, commentare i fatti del giorno. Evans è categorico: “a chiunque voglia sostenere che la classe operaia tedesca fosse consapevolmente rivoluzionaria nelle sue aspirazioni politiche, i rapporti di sorveglianza dei pub di Amburgo hanno a prima vista una quantità sorprendente di prove da offrire. Soprattutto nella prima metà degli anni Novanta dell’Ottocento, c’erano discussioni su discussioni sulle tattiche da adottare quando ci sarebbe stata la rivoluzione, ed era opinione diffusa che ci sarebbe stata presto… e questi lavoratori avevano ben chiara la differenza tra una rivolta e una rivoluzione”. L’intelligenza dei lavoratori precedeva quella di Engels: prima della pubblicazione del suo saggio sulla “tattica”, il 6 marzo 1895 un “carpentiere sosteneva che le reclute socialdemocratiche nell’esercito avrebbero effettuato un coup d’état”. Oppure lo seguivano, ma di certo senza averlo letto: così il 12 ottobre 1895 un lavoratore diceva che il partito si sarebbe dovuto concentrare a reclutare i lavoratori agricoli. Ma, aggiunge Evans, questi calcoli e queste aspettative diventarono via via più rare nella seconda metà del decennio, per cessare del tutto con la fine del secolo, sostituite comunque dalla aspettativa e dalla certezza della vittoria finale. “L’idea di abbandonare l’obiettivo a lungo termine della rivoluzione, di lavorare semplicemente all’interno del sistema politico guglielmino per una riforma sociale, politica ed economica, era inaccettabile per i lavoratori, non da ultimo perché, diventando socialdemocratici, la loro esperienza era quella delle ingiuste discriminazioni e del rigetto da parte degli organi dello Stato”. Il senso di classe era fortissimo, e i burocrati erano stigmatizzati non in quanto tali, ma perché erano degli intellettuali della classe media. Così un lavoratore si esprimeva nel 1902: “nel ventesimo secolo i lavoratori sono abbastanza illuminati da essere in grado di giudicare ogni questione per conto proprio e non hanno bisogno di correre dietro ai leader come un gregge di pecore”. Non posso qui riassumere questo saggio ampio e articolato (con le varie opinioni sulle donne, sulla prostituzione femminile, sugli ebrei, sulle colonie, sull’internazionalismo, sugli immigrati e su altro ancora), che purtroppo non è mai stato tradotto in Italia, ma mi limito a riferire solo una audace intuizione (che lo “stato maggiore” non ebbe mai): “il sostegno russo ai serbi era visto nei pub di Amburgo fin dal 1909 come un elemento che minacciava di portare alla guerra”. La sorveglianza poliziesca dei pub si allentò di molto dal 1903, e quindi non è possibile dare una valutazione esatta della “mentalità proletaria” amburghese negli anni successivi. La conclusione di Evans è comunque che il marxismo “ha contribuito a dare ai lavoratori dignità e speranza. Corrispondeva anche all’esperienza soggettiva di povertà e insicurezza, ineliminabili nelle loro vite quotidiane. Non c’è alcun segno che abbiano mai abbandonato la loro convinzione che una rivoluzione alla fine avrebbe portato loro diritti politici, sicurezza economica e uguaglianza sociale… I lavoratori hanno continuato a insistere sul movimento operaio come il loro movimento, a rifiutare la cooperazione con la borghesia e ad usare un linguaggio enfatico, a volte violento [forte, pungente e assertivo] che era molto lontano dalle educate circonlocuzioni della società borghese”. Si può così concludere, almeno a titolo provvisorio, che Engels non si faceva delle illusioni a riporre la sua incondizionata fiducia nel nerbo rivoluzionario del proletariato tedesco.

Per quanto attiene invece allo “stato maggiore” della classe lavoratrice tedesca il bilancio è invece meno univoco. Importanti sviluppi analitici ma con stupefacenti silenzi su aspetti chiave, eccezionali progressi del partito e del sindacato ma al contempo lo sviluppo di un approccio che minava le finalità stesse del partito e del sindacato, e infine (e soprattutto) una catastrofica “appropriazione” della tattica di Engels. Per valutare forze e debolezze dello “stato maggiore” è necessario analizzare separatamente il suo livello teorico sulla questione dello Stato e della “Repubblica democratica”; i suoi risultati organizzativi e il funzionamento interno effettivo del partito; e la sua linea politica, la sua “tattica rivoluzionaria”.

Marx ed Engels pur tenendo in altissima stima la “repubblica democratica” non si facevano certo illusioni su quella borghese. Uno storico (Sperber) ha affermato che “per Marx, l’ipocrisia, la menzogna e la corruzione costituivano l’essenza della casta politica al potere in Inghilterra”: è vero, ma l’apprezzamento era generalizzabile, e gli strali più violenti Marx ed Engels li hanno riservati agli Stati uniti d’America, che erano sì “la forma più alta d’autogoverno del popolo oggi realizzata” (1861), ma pur sempre “una repubblica borghese”, e conseguentemente “una palude di corruzione”. Negli Usa “l’intrigo domina sovrano”, “i politici di mestiere” sono “speculatori e cricche [che] si sono impadroniti degli organi legislativi e la politica è divenuta un affare”, “la repubblica borghese è la repubblica degli uomini d’affari capitalisti, dove la politica è solo un affare commerciale come qualsiasi altro”, e non stupisce quindi che uno scandalo segua l’altro. Negli Usa

ognuno dei due grandi partiti che si alternano al potere è diretto a sua volta da persone che fanno della politica un affare, che speculano sui seggi nelle assemblee legislative dell’Unione come su quelli dei singoli Stati, oppure che vivono facendo propaganda per il proprio partito e che, dopo la sua vittoria, vengono ricompensati con dei posti… due grandi bande di speculatori politici che s’impadroniscono a turno del potere dello Stato e lo sfruttano con i mezzi più corrotti e per i più corrotti fini; e la nazione è impotente di fronte a questi due grandi cartelli di politicanti che pretendono di essere al suo servizio ma, in realtà, la dominano e la saccheggiano.

È passato quasi un secolo e mezzo da queste parole, ma quanto ancora sono attuali… Bernstein, mentalmente prigioniero delle categorie astratte di “democrazia” e di “giacobinismo” (con questo termine intendeva la violenza rivoluzionaria) ricordava: “Il generale [Engels] ha risposto più volte alle mie obiezioni in questi termini: noi non siamo dei democratici”. L’incomunicabilità era completa. Kautsky invece si era liberato da queste categorie astratte, e riprese l’analisi della “Repubblica democratica” in una serie di opere che si snodano dal 1893 al 1911. Kautsky era paladino del “parlamentarismo”, cioè di un sistema democratico rappresentativo (come lo era il sistema consiliare, vigente in brevissimi periodi storici), ma analizzò in specifico come operava il “parlamentarismo” nei regimi borghesi tra la fine dell’ ‘800 e l’inizio del ‘900, Per Kautsky c’era una progressiva decadenza morale delle classi dominanti:

vediamo che, quanto più i problemi della politica si complicano, esigono dagli uomini di Stato sempre maggiore conoscenza, coscienziosità, capacità di ampie vedute e fermezza, tanto più nelle classi dominanti il chiacchiericcio superficiale si sostituisce alla serietà scientifica, l’incoerenza alla coscienziosità, l’arrivismo e il gusto dei piccoli intrighi al perseguimento conseguente di ampi scopi, l’incertezza permanente fra una brutalità provocatoria e le ritirate vili alla fermezza tranquilla e decisa. E contemporaneamente, avidità profonda e corruzione… Naturalmente la decadenza morale delle classi dominanti si produce in settori che sono inaccessibili alle masse popolari. Ci vuole una catastrofe… per scoprire tutto il putridume del sistema.

La corruzione si raddoppia, e a quella parlamentare si aggiunge quella di una burocrazia via via più ampia: “la burocrazia è non meno corrotta della corruzione parlamentare. La prima differisce dalla seconda solo per il fatto che la sua corruzione non deriva da un conflitto tra due bande sul bottino disponibile, ma dal monopolio sicuro di una singola banda”. La democrazia reazionaria (oggi si direbbe “la destra”) mostra “tutta la mancanza di riguardo [data dalla] più grossolana ignoranza di tutto ciò che stia all’infuori dei più ristretti modi di vedere”; la democrazia borghese, il liberalismo (l’equivalente a quel tempo dei nostri odierni “progressisti”), “diventa sempre più pigra e senza carattere, e sa soltanto disarmare la reazione dichiarandosi pronta a fare essa una politica reazionaria, facendola anche quando arriva al potere. Tale è il metodo odierno del liberalismo per conquistare la forza politica”. In assenza di qualsiasi principio e di qualsiasi grandi finalità il parlamento era ridotto a un insieme infinito di intrighi di arrivisti – di qui la degenerazione dei parlamenti, la loro decadenza, la loro impotenza politica e sociale a fronte di esecutivi che si autonomizzavano sempre più. In questa situazione i partiti venivano deresponsabilizzati: le maggioranze parlamentari diventavano più reazionarie dei governi, pur sempre obbligati ai piccoli progressi che le circostanze imponevano, e queste stesse maggioranze si frammentavano via via in piccoli partiti dediti a suranchère politiche e a interessi di nicchia. “Così la candela brucia dalle due parti: i partiti dominanti come i governi condannano i parlamenti alla paralisi progressiva”. Ma non è una decadenza del “parlamentarismo” inteso come democrazia rappresentativa, è una decadenza delle classi dominanti che si riflette nei parlamenti: “il parlamentarismo, ben lungi da rendere impossibile o superflua la rivoluzione, ha bisogno esso stesso della rivoluzione, per diventare vitale”. “Solo il socialismo può metter fine a tutta questa [decadenza] grazie a un sistema come quello che la Comune aveva iniziato a creare”. Senza la lotta indipendente della socialdemocrazia la lotta elettorale tra le cricche borghesi serviva solo a gettare polvere negli occhi degli elettori, ridotti a puro “bestiame votante”: confondere e corrompere i lavoratori era d’altronde una necessità per la borghesia, che poteva dominare solo con il voto dei lavoratori – “meno organizzato, meno istruito politicamente è il proletariato, più sarà alla mercé della stampa” (oggi si potrebbe sostituire “social” a “stampa”). In questa situazione è chiaro che una partecipazione della socialdemocrazia a un governo borghese equivaleva al vendersi alla borghesia, a condurre quelle politiche borghesi che i repubblicani borghesi erano incapaci di portare avanti da soli; e inoltre “lo scambio di cariche e poltrone è una tattica parlamentare necessaria per un partito che vuole partecipare al governo borghese… L’ingresso socialista nel blocco dei partiti di governo non cambia nulla delle vecchie ‘necessità parlamentari’, ma piuttosto sottomette ad esse i socialisti”. Inoltre “vale la pena notare che ogni volta che viene applicata la tattica del socialismo di Stato o la fusione di socialisti e democratici borghesi, ne consegue il sorgere di una corrente antistatalista e antiparlamentare” – gli strati combattivi del proletariato si allontanano dal socialismo.

Le radici dell’ideologia dello sciopero generale antiparlamentare… [sono] nel crescente disgusto per la corruzione parlamentare e il conseguente cretinismo parlamentare, con dei deputati che perdono ogni sentimento e ogni interesse per le masse in lotta e che non misurano le proprie azioni sull’influenza che hanno su queste lotte, ma sull’influenza che possono avere sugli schemi parlamentari… Ma anche se l’antiparlamentarismo di chi sostiene questa ideologia è comprensibile, è comunque completamente sbagliato… il sistema parlamentare è certamente un mezzo di governo borghese che tende a trasformare tutti i deputati – anche quelli antiborghesi – da servi del popolo a servitori della borghesia. Tuttavia, meno il proletariato si occupa dei parlamentari, maggiore diventa questo pericolo, e più il proletariato volta le spalle ai parlamentari con rabbia e disprezzo, più consente loro di operare senza freni… La Terza Repubblica [francese], così come è attualmente costituita, non è uno strumento per l’emancipazione del proletariato, ma solo per la sua oppressione. È solo quando lo Stato francese si trasformerà lungo le linee della Prima Repubblica e della Comune che potrà diventare quella forma di repubblica, quella forma di governo, per la quale il proletariato francese ha lavorato, combattuto e sparso il sangue da oltre centodieci anni.

Lafargue invece intendeva per “parlamentarismo” il concreto operare di quello borghese e poteva quindi affermare tranquillamente (suscitando una indignazione incontenibile da parte di Jaurès) che “sono uno di quelli che hanno sostenuto che il parlamentarismo era la forma di governo propria della classe borghese, quella che mette nelle mani della borghesia capitalista le risorse del bilancio statale e le forze militari, giudiziarie e politiche della nazione. I socialisti non sono dei parlamentari, sono, al contrario, degli antiparlamentari che vogliono rovesciare il governo parlamentare, questo regime di menzogne e di incoerenza”. E spiegava:

Quando ho detto che il parlamentarismo era il regime della menzogna, uno dei nostri amici ha risposto: Ma il regime parlamentare non è forse il regime rappresentativo, il regime che pratichiamo nelle organizzazioni dei lavoratori? Non confondere, gli ho risposto: nelle organizzazioni operaie e nei gruppi socialisti, quando viene scelto un delegato, è in comunione di idee con coloro che lo eleggono, ne rappresenta gli interessi; se sei un muratore, prendi un muratore; se sei socialista, prendi un socialista; questo non accade nelle elezioni legislative. Il collegio elettorale è un organo amorfo che sceglie un individuo qualsiasi, senza preoccuparsi se ha la competenza per difendere i propri interessi. L’incompetenza del regime parlamentare si vede nel modo in cui vengono scelti i direttori della macchina borghese, cioè i ministri. Ci sono uomini più incompetenti dei ministri attuali? Perché è così? Perché la borghesia capitalista desidera avere ministri e deputati che non abbiano opinioni forti, che non abbiano la volontà di portare a compimento questa o quella riforma, né di applicare le loro idee; vuole solo dei commessi flessibili e disposti a obbedire ai suoi ordini.

La forza teorica di queste argomentazioni, approfondendo e articolando i risultati a cui erano giunti Marx ed Engels, è impressionante. Offrono strumenti per capire le dinamiche contemporanee, e alcuni brani potrebbero essere ripresi alla lettera per la situazione italiana e non solo. Marx, Engels, Kautsky e Lafargue non rifuggivano dall’usare espressioni che oggi verrebbero bollate con disdegno “populiste”, semplicemente perché erano vere. Sembra incredibile che con un background del genere i socialisti abbiano fatto certe scelte nella prima guerra mondiale. E illuminano eventi successivi, come il forte antiparlamentarismo del primo KPD nel 1919. Quindi dobbiamo dedurne che la forza teorica dello “stato maggiore” era all’altezza dei suoi compiti storici? Sembrerebbe di sì. Ma… Kautsky affermava nel 1893 che “per la dittatura del proletariato non posso immaginare altra forma che un forte parlamento sul modello di quello inglese, con una maggioranza socialdemocratica che poggia su un proletariato forte e cosciente” – all’opposto di Marx ed Engels, per cui il modello era quello della Comune, ben diverso dal parlamento inglese! C’è stata forse un’evoluzione da parte di Kautsky, considerando che nel suo libro sulla Francia del 1905 (da cui ho qui tratto alcune citazioni) concedeva il dovuto spazio alla Comune (ma con una lunga citazione, senza elaborazioni specifiche)? Ma allora perché nel suo volume sulla “via al potere” del 1909 la Comune scomparve di nuovo? E perché allorquando rieditò nel 1911 il suo vecchio libro sul parlamentarismo (proprio del 1893) non lo integrò con le nuove acquisizioni? È come se la sua opera sulla Francia fosse rimasta una parentesi, dove, visto l’argomento trattato, la Comune e quanto Marx scrisse su di essa non potesse mancare, ma come nulla più che un omaggio letterario. Ancora: quando Kautsky parlava di compiti complessi dello Stato che sarebbero rimasti nella Repubblica sociale, quindi prima della finale estinzione dello Stato, con una necessaria professionalizzazione della gestione pubblica (cioè: maggiore divisione del lavoro) diceva esattamente l’opposto di quello che diceva Marx. Vi erano delle tensioni, delle incongruenze, delle incertezze nell’analisi di Kautsky. È come se avesse compreso l’approccio di Marx ed Engels alla “lettera”, ma senza coglierne il vero spirito, per cui alla fine riproduceva e assolutizzava le regole fondamentali della repubblica democratica borghese, certo depurate dalle degenerazioni indotte dal dominio capitalista, ma in ultima analisi senza alcun salto in una nuova “forma politica”.

La crescita organizzativa della socialdemocrazia tedesca prima del 1914 fu impressionante, facendone il più importante partito di massa della Seconda internazionale. Prima della guerra contava un milione di iscritti che pagavano regolarmente le loro quote (nel 1906 erano 385mila); aveva 96 quotidiani, con una circolazione complessiva di un milione e mezzo di copie, con ogni copia letta da più persone (è stato stimato che Whare Jacob, il giornale satirico del partito, che nel 1912 vendeva 380mila copie era però letto da un milione e mezzo di persone); e alle elezioni del 1912 ottenne 4,25 milioni di voti (il 35% dei voti espressi). I sindacati socialdemocratici avevano due milioni e mezzo di iscritti (il 25% dei lavoratori, come in Gran Bretagna), le cooperative di consumo un milione e 700mila membri, e la galassia di associazioni ricreative ed educative ben più di mezzo milione; sia i sindacati che tutte le varie associazioni pubblicavano a loro volta una densa rete di giornali.

Alcuni commentatori hanno sostenuto che questo ampliamento a dismisura del partito e delle sue organizzazioni avrebbe portato a una sorta di “imborghesimento” o di “integrazione” con la società tedesca guglielmina, con il suo autoritarismo e il suo nazionalismo. Questa tesi è semplicemente ridicola. Aderire alla socialdemocrazia era un atto di sfida ai poteri costituiti e un atto di coraggio. Un lavoratore poteva essere licenziato e messo sulla “lista nera” delle associazioni padronali per una cosa del genere; poteva essere tiranneggiato dalla polizia e perseguitato dalla magistratura. La Germania guglielmina era un insieme di soffocanti Stati di polizia – chi più chi meno, ma di certo uno dei peggiori era il più grande, la Prussia. Le leggi liberticide erano innumerevoli e anche le libertà che erano riconosciute sulla carta erano negate nella pratica dalle autorità del Reich, degli Stati, da quelle locali, dai vertici militari, dalla polizia e dalla magistratura. Dal 1890 al 1912 furono inflitti per motivi politici ai membri socialdemocratici più di 164 anni di lavoro forzato, 1.244 anni di prigione e 18 mesi di detenzione in fortezza, più un ammontare incalcolabile di multe penali. Per esempio in alcuni Stati era un reato penale anche solo esporre una bandiera rossa. La sorveglianza poliziesca era onnipresente. La presenza della polizia si insinuava talvolta anche nelle vite private più intime, ad es. sancendo che la coabitazione tra un uomo e una donna non sposati era un reato penale. Aderire a un partito che era riconosciuto ufficialmente come il “nemico interno” della “vera Germania” non poteva essere certo un segno di pacificazione con questa “vera Germania”, quanto piuttosto un atto sovversivo. Altri commentatori, più sottili, hanno affermato che questa “integrazione” si sarebbe realizzata in questo universo socialista per il tramite dell’associazionismo culturale e del tempo libero dei lavoratori – queste associazioni avrebbero permeato i lavoratori tedeschi con dei valori prettamente borghesi. Ma anche questa tesi non ha basi reali, in quanto la creazione di queste organizzazioni separate per il tempo libero, lo sport e la cultura era in sé un atto politico, che riaffermava l’autonomia organizzativa del movimento operaio socialdemocratico dalle organizzazioni politiche e sociali borghesi. Come ha scritto recentemente Bonnell, “per quanto fosse limitato il successo di queste associazioni culturali nel creare una ‘cultura alternativa’ sotto alcuni aspetti formali, costituivano nondimeno un ambito dove la solidarietà della classe lavoratrice, l’autonomia organizzativa e la socialità potevano esprimersi senza la direzione di politici borghesi o di autorità esterne alla classe”. Molti storici intendono il termine “cultura” in modo particolarmente restrittivo, analizzando le opere rappresentate dalle associazioni teatrali operaie, o le musiche eseguite da quelle corali e musicali, e così via, ma se si intende per “cultura” o “subcultura” il mondo mentale dei lavoratori socialdemocratici come espresso dalle loro conversazioni quotidiane, ad es. al pub, è innegabile che esisteva una “subcultura radicale” specifica, come decenni prima ne era esistita un’altra nell’Inghilterra cartista, indipendente e in aperta opposizione alla società “semifeudale” e borghese della Germania ufficiale, e che si esprimeva anche nella gestione separata, autonoma e autogestita del tempo libero.

Altri commentatori hanno invece sostenuto che il processo di burocratizzazione iniziato prima nei sindacati e poi dal 1905 nel partito abbia in un certo qual senso portato a un processo di “sclerotizzazione” organizzativa, restringendo la democrazia interna e autonomizzando questo strato sociale che rispondeva a proprie logiche diverse da quelle specifiche della classe lavoratrice. Che i funzionari, i burocrati (“i pensionati di partito”, come li chiamava Engels) siano costituzionalmente inclini al moderatismo (all’opportunismo secondo la terminologia di Engels) non stupisce certo. La questione decisiva è chi comandava nel partito: la base di lavoratori o questo strato di “pensionati”? Che vi sia stato un processo di burocratizzazione è innegabile: nei sindacati nel 1898 vi erano due funzionari ogni 1.000 iscritti mentre nel 1914 ve n’erano dodici (i sindacati inglesi erano molto meno burocratizzati, mantenendo sempre un rapporto di un funzionario ogni 2.000 iscritti). Nel partito prima del 1905 non c’era praticamente traccia di burocrazia: gli iscritti non erano obbligati al pagamento di alcuna quota, le sezioni locali erano largamente autonome e ogni anno eleggevano in assemblee pubbliche il proprio “uomo di fiducia”, un funzionario che manteneva i legami con la direzione nazionale e con le altre sezioni locali. L’autorità suprema nel partito, sia prima che dopo il 1905, era il congresso nazionale annuale. Il partito era strutturato come un “partito-movimento”, ben diverso dal “modello partito” della seconda metà del XX secolo, ma in quanto “movimento” non era particolarmente democratico. Il sistema degli “uomini di fiducia” si perpetuò come una sorta di oligarchia, riuscendo a manipolare le scelte delle assemblee, e operava talvolta come una seconda direzione, facendo pesare le proprie scelte sulla direzione ufficiale nominata ai congressi annuali. Una ulteriore specificità era che l’ “oligarchia” non era costituita tanto dal gruppo degli “uomini di fiducia”, che ne erano solo il volto pubblico, ma da un “partito nel partito” del tutto clandestino, eredità del periodo delle leggi antisocialiste, e che si mantenne dal 1890 fino al 1905, sia pure in modo diseguale nel corso del tempo e a seconda degli Stati, per salvaguardare il partito nel caso venisse di nuovo messo fuori legge (anche nella conduzione del partito legale vigevano regole ferree fino al 1905 per difendersi dalle autorità: nessun elenco o statistica degli aderenti, distruzione sistematica di tutta la corrispondenza, solo colloqui di persona e non telefonici, ecc.). Questa struttura clandestina si riuniva separatamente, e prendeva decisioni poi fatte adottare dagli iscritti ufficiali – inclusi i nomi degli “uomini di fiducia”. L’SPD prima del 1905 era quindi un “partito-movimento” in sé non molto democratico, e ancor meno per la minaccia reale che il partito dovesse tornare in clandestinità totale. La svolta del 1905 (caldeggiata dall’ala radicale del partito in nome della centralizzazione, al fine di porre un freno alle scelte via via più opportuniste del partito nel Baden e in Baviera), che abolì il sistema degli “uomini di fiducia” e l’organizzazione clandestina, fece nascere e prosperare nel corso del tempo la burocrazia, ma probabilmente anche più democrazia. Le strutture intermedie del partito, tra la sezione locale e la direzione nazionale, acquisirono sicuramente un potere non indifferente nei confronti della base degli iscritti delle sezioni locali, ma il loro potere di manipolazione era comunque inferiore all’onnipresente “partito nel partito” che esisteva precedentemente in ogni sezione locale. Più democrazia, ma non certo perfetta, in quanto venne mantenuto il principio di permettere la partecipazione ai congressi del maggior numero di sezioni locali, distorcendo in tal modo la rappresentatività di questi congressi: l’esempio più estremo fu probabilmente il caso del congresso del Wüttemberg nel 1912, in cui 9.000 iscritti di Stuttgart ebbero 42 delegati (di orientamento maggioritariamente radicale), mentre i 5.000 iscritti delle varie sezioni locali al di fuori della capitale ebbero 224 delegati (di orientamento maggioritariamente moderato), ma la situazione standard era probabilmente quella evidenziata dal congresso nazionale di Jena del 1911, in cui il 52% degli iscritti, appartenenti alle sezioni più grandi, ebbero solo il 27% dei delegati. Ma comunque più democrazia, come evidenziato dal comportamenti dei delegati della grande Berlino al congresso di Jena del 1913 (gli iscritti di queste sezioni erano il 13% di tutto l’SPD, la stessa percentuale di Baden, Wüttemberg e Baviera sommati, e a quel congresso i berlinesi ebbero il 7% dei delegati): non erano per nulla “inquadrati” e a fronte delle due mozioni della sinistra della Luxemburg, della Zetkin e di Mehring (una sulla sciopero di massa “offensivo” e l’altra per censurare il voto del gruppo parlamentare a favore delle tasse a fini militari), solo il 18% votò a favore della prima (in tutto il congresso la mozione ebbe il 30%), ma ben il 45% invece votò a favore della seconda, mentre il 5% si astenne (la seconda mozione ebbe anch’essa il 30% complessivo). Ciascun delegato al ritorno dal congresso doveva render conto del suo comportamento di fronte ai membri del partito che lo avevano eletto. Anche nei sindacati la democrazia non venne mai meno, come dimostra la rivolta di massa degli iscritti nel 1905 contro la decisione presa dal congresso sindacale di Colonia di non scioperare più il primo maggio, facendo far fare marcia indietro alla direzione. A mio avviso l’SPD dopo il 1905 fu un partito in cui, pur se imperfettamente, era la base dei lavoratori che comandava (per Guttsman la partecipazione della base alla vita politica del partito era stupefacentemente alta, limitata più che dall’afflusso degli iscritti dalla grandezza delle sale dove avvenivano gli incontri), e non uno strato di burocrati intangibili e autonominati. Ma non solo: che i burocrati siano costituzionalmente inclini al moderatismo è una cosa, altra che non solo siano “inclini” ma lo siano fattualmente, e quest’ultima cosa non è per nulla scontata. In specifico in Germania essere dei funzionari pagati dal sistema di stampa del partito era un impegno gravoso e pericoloso, visti gli inevitabili periodi di prigione che colpivano i redattori per l’usatissimo “delitto di lesa maestà” da parte dei tribunali (e siccome in Germania c’erano 22 Stati monarchici le probabilità di esser perseguiti per questo “delitto” crescevano proporzionalmente). Alcuni esempi: Kurt Eisner, redattore del Vorwärts, qualificò la legge di lesa maestà come una legge antisocialista camuffata, commento che gli costò nove mesi di prigione. Gustav Wabersky, direttore dell’Hamburger Echo, fu arrestato 27 volte tra il 1897 e il 1906, sempre per lesa maestà o diffamazione, per un totale di due anni di galera. I redattori del Königsberger Volkszeitung furono accusati, sempre per lesa maestà o diffamazione, 64 volte in diciassette anni. C’erano ostacoli concreti in questo settore per passare dall’essere “inclini” all’esserlo di fatto. Guardando all’insieme dei funzionari socialdemocratici Groh ha sottolineato che la proporzione dei revisionisti era “straordinariamente debole” fino al 1914. In un memorabile studio sul “radicalismo operaio” a Düsseldorf tra il 1890 e il 1920 la Nolan ha raccontato come la costruzione di un apparato centralizzato di partito in questa città fu l’elemento decisivo per rompere una situazione di isolamento del SPD, in una città dove i lavoratori, per lo più metalmeccanici di grandi officine, erano divisi per stanzialità e mobilità, per “occupazione e qualificazione, cultura e religione, età e sesso, luogo di nascita… Non condividevano né esperienze comuni né atteggiamenti e obiettivi simili”. Un apparato di funzionari, sia del partito che del sindacato era essenziale per integrare, render consapevoli e integrare i lavoratori altamente mobili, non qualificati, cattolici, donne e giovani: “un certo livello irriducibile di burocratizzazione era dettato dai fatti inalterabili della vita operaia”. La linea politica della direzione cittadina dell’SPD era ancorata all’ala più radicale del partito, su una posizione marxista rivoluzionaria ortodossa come allora era intesa, e contribuì a politicizzare la vita quotidiana dei lavoratori, rafforzando “l’identità dei lavoratori come classe, enfatizzando la centralità della classe per tutti gli aspetti della vita, e consentendo loro di definire consapevolmente tutte le loro attività in termini di posizione di classe”, e contribuendo così alla formazione di “una classe coesa con obiettivi, esperienze culturali e prospettive politiche condivise”. L’SPD a Düsseldorf nel 1912 ottenne il 50% dei voti, nel 1913 si schierò compatta con la sinistra di Luxemburg, Zetkin e Mehring e nel 1914 si schierò contro la guerra, anche dopo il 4 agosto. La Nolan, attraverso l’esperienza di Düsseldorf, ci mostra come dei burocrati rivoluzionari possano fare miracoli. E d’altronde tutti i dirigenti della sinistra rivoluzionaria dell’SPD erano dei “burocrati”, pagati in un modo o nell’altro dal partito. Il problema non è solo, o tanto, di burocrazia – il problema è di linea politica.

Infine altri commentatori hanno sostenuto che nel corso degli anni la base di lavoratori e di lavoratrici del SPD divenne via via meno “assertiva”. Fu Kautsky a scrivere nel 1909 che le masse del partito erano state “addestrate ad aspettare sempre il comando dall’alto”. Bisogna capire cosa si intende con queste parole. Letteralmente la base socialdemocratica non aspettava sempre il comando dall’alto – lo dimostra la sequenza di una serie di epici scioperi in cui la base fu ben troppo assertiva per i gusti dei vertici sindacali, così come la già ricordata rivolta della base sindacale a favore degli scioperi per il primo maggio contro la propria direzione, lo dimostrano le mobilitazioni per il suffragio universale in Sassonia e ad Amburgo nel 1905-06 e in Prussia nel 1910, in cui il vertice del partito sudò le proverbiali “sette camicie” per arginare l’assertività della base, lo dimostra il congresso del SPD prussiano del gennaio 1910 che decise per una “tempesta per il suffragio” usando qualsiasi mezzo, lo dimostra il voto di quasi un terzo della base del partito a favore della sinistra al congresso del 1913. Ma perché allora Kautsky scriveva quelle parole? Per la stessa meschinità espressa nel 1915. Il suo ragionamento era così costruito: solo un’azione sollecitata dalle masse stesse, che parta da queste masse, può avere la forza e la passione necessarie a una lotta seria; ma le masse sono addestrate (da chi? anche da Kautsky? la sua è un’autocritica?) ad aspettare il comando dall’alto; in alto il burocratismo di strette vedute predomina. Uno stallo completo. Che le masse non fossero assertive per Kautsky era l’elemento decisivo per giustificare il proprio immobilismo politico, per non “sollecitare un’azione di massa” – e quindi nessuno poteva criticarlo (come la Zetkin in quel 1909, e l’anno successivo la Luxemburg) per questo.

Nell’SPD non era in corso un processo di “imborghesimento” o di “integrazione” nella società borghese, era un partito fondamentalmente democratico ed era la base che comandava, anche se in modo imperfetto, il burocratismo esisteva ma non era l’elemento decisivo nella vita del partito, e in talune situazioni i burocrati potevano ben essere ottimi rivoluzionari, la base non perse la propria “assertività”, i lavoratori e le lavoratrici socialdemocratici condividevano una “subcultura radicale” che si materializzava nel partito, nei sindacati, nelle cooperative, in una molteplicità associativa. Ma… Qualcosa stride quando si leggono le continue glorificazioni da parte dei dirigenti del partito (Kautsky in primis) della “disciplina” dei lavoratori socialdemocratici. Il riferimento è ambiguo. È la “disciplina” come espressione dell’unità dei lavoratori, che sono “disciplinati” nel loro tendere agli scopi finali di tutta la loro classe? Oppure sono “disciplinati” in senso militare? E agli ordini di chi? E soprattutto per fare cosa? Che la “disciplina” diventi un valore in sé, senza specificare cosa significhi e a quale fine è quanto di più lontano dall’approccio di Marx ed Engels. Quest’ultimo glorificava la “disciplina” dei lavoratori socialdemocratici tedeschi nel combattere lo Stato durante il periodo delle leggi antisocialiste, e raccomandava “disciplina” nel 1895 in funzione di un’offensiva finale contro lo Stato nel giro di pochi anni. Invece nel corso degli anni dal 1895 al 1914 la direzione socialdemocratica sostituì progressivamente all’ideale del partito come “proletariato combattente” l’ideale del “proletariato disciplinato” tout court – il proletariato che “aspetta il comando dall’alto”. Per fortuna solo un “ideale”, perché i lavoratori socialdemocratici non rispondevano molto ai loro desideri… Come è stato possibile? E qualcosa stride quando si leggono le infinite variazioni sul compito dei socialisti nell’ “educare”, nell’ “insegnare” al proletariato, variazioni non solo tedesche ma di tutta l’Internazionale. I lavoratori non (ancora) socialdemocratici, “non organizzati”, erano visti come “arretrati” che dovevano essere “addestrati, educati, organizzati” (Jaurès). Guesde nel 1915 diceva “non ho mai seguito la folla. Sono io che ho fatto l’opinione della folla. Non sono andato alla scuola del proletariato, è il proletariato che è venuto alla mia scuola. Ho passato la mia vita a insegnargli i suoi diritti”. Esattamente all’estremo opposto di Marx ed Engels! Marx ironizzava pesantemente contro i bakuninisti scrivendo che per loro “la classe operaia era una materia grezza, un caos che per prendere forma ha bisogno del soffio del loro Spirito Santo”. Per Engels il partito non doveva “insegnare” niente a nessuno, ma doveva invece infondere nei lavoratori “il coraggio e la coesione necessari per combattere per i propri diritti”; la “diffusione di una dottrina” era compito esclusivo delle sette (come i bakuninisti), che lui disprezzava sovranamente. Leggiamo un Kautsky allarmato, turbato, profondamente preoccupato dall’inizio del “Great Unrest” inglese, nel 1911:

troviamo in Inghilterra il fenomeno per cui in alcuni sindacati i membri non si limitano a protestare contro gli ordini tattici dei loro dirigenti, ma agiscono contro di loro facendo scioperi contro l’avviso dei dirigenti. Si sentono venduti e traditi dai funzionari dei loro sindacati e si ribellano agli accordi sottoscritti da questi funzionari con i datori di lavoro, spesso anche con successo. Ma… la acuta e incolmabile contraddizione tra dirigenti e masse che si sta affermando è in realtà un grande male … Se una tale situazione si ripetesse, allora questo significherebbe… la dissoluzione della disciplina della stessa organizzazione.

Alcuni dirigenti socialdemocratici anziché esser colti dal “cretinismo parlamentare” (c’erano comunque anche quelli) furono colti dal “cretinismo organizzativo” per cui il partito (i “lavoratori coscienti”) si sostituiva alla classe, oppure la direzione si sostituiva alla base del partito, e se la classe lavoratrice, o la base socialdemocratica, si ergeva in piedi senza aspettare il buon volere del partito o dei suoi dirigenti, questi iniziavano a sbattere furiosamente la bacchetta sulla cattedra dell’aula scolastica ordinando a pieni polmoni: “disciplina!”. La socialdemocrazia tedesca (e non solo) aveva perso ogni cognizione dei “movimenti reali della classe lavoratrice”. Si trovava all’esatto opposto di Engels, per cui quello che contava era la lotta di classe reale, “l’autoattività della classe operaia”. Fosse stato vivo Engels sarebbe esploso in una sequela di insulti apocalittici contro questi dirigenti, e avrebbe loro dichiarato guerra aperta. Com’era stato possibile un simile capovolgimento “copernicano alla rovescia” di prospettiva?

La ricezione della socialdemocrazia tedesca del cosiddetto “testamento politico” di Engels fu catastrofica. Quello che era un testo indirizzato al proletariato cosciente di Germania, con proposte momentanee, condizionate e strettamente finalizzate, per Kautsky doveva invece diventare il “programma tattico” di tutta l’Internazionale – una misinterpretazione stupefacente.

La questione centrale per Engels era la conquista dei lavoratori agricoli a est dell’Elba, la chiave di volta per garantire una futura disgregazione dell’esercito e gli ammutinamenti militari che Engels vedeva realizzarsi nel corso della rivoluzione tedesca a venire. Solo per questo chiedeva un altrimenti folle rispetto della legalità. Il problema era che già nel 1893 l’agitazione agraria del SPD aveva fallito e questo aveva portato il partito, al suo congresso di Francoforte del 1894, a non rigettare una strategia riformista di sostegno ai piccoli contadini, rinviando ogni decisione al futuro. La commissione agraria che fu formata dopo il congresso riprese la sostanza di quella strategia riformista stavolta con il pieno sostegno di Bebel, e formulò una proposta di risoluzione che venne sottoposta al congresso di Breslavia, che si tenne poco dopo la morte di Engels. Ma la “tempesta di sdegno da parte degli iscritti” nei confronti di questo orientamento, gli sforzi di Kautsky e della Zetkin, portarono all’adozione a larga maggioranza da parte del congresso di una risoluzione che condannava in modo netto e reciso qualsiasi politica riformista in campo agrario. Ma la condanna del riformismo agrario non ebbe come sbocco un orientamento in positivo di tipo rivoluzionario: semplicemente venne abbandonata qualsiasi politica e propaganda agraria e il partito divenne indifferente ai problemi delle campagne. Su questo terreno a partire dal novembre 1895 vi fu solo “letargo e rassegnazione”. Alle elezioni del 1898 nelle zone rurali (centri con meno di 2mila abitanti), che fornivano la metà degli elettori di tutta la Germania, l’SPD ottenne solo il 14% (ma solo il 2,2% nelle corrispondenti zone a est dell’Elba), mentre nei centri maggiori (con più di 10mila abitanti), che fornivano un terzo dell’elettorato, il SPD ottenne il 45%. La responsabilità di questo orientamento fu della direzione centrale del partito (in primo luogo di Bebel e Liebknecht), che dopo aver visto condannato il proprio orientamento riformista in campo agrario (Bebel disse di esser uscito “maciullato” dal congresso di Breslavia), si disinteressò delle campagne. La politica agraria era fallita e il partito anziché trovare nuove strade semplicemente vi rinunciò. La direzione nazionale delegò il lavoro agrario a est dell’Elba, molto arduo per la legislazione esistente che vietava qualsiasi cosa ai lavoratori agricoli, e che avrebbe dovuto quindi includere aspetti di lavoro clandestino, alle debolissime sezioni locali di Pomerania, Prussia orientale, Prussia occidentale e Posen senza alcun sostegno politico o finanziario. La propaganda venne limitata ai periodi di campagna elettorale, e l’agitazione si ridusse alla distribuzione annuale dei “calendari del popolo”. In questa situazione non stupisce che fallimenti seguirono a fallimenti. Il potenziale di organizzazione e di lotta dei lavoratori agricoli si rivelò nel 1919 quando il loro sindacato passò da 8mila aderenti (tutti della Sassonia perché in Prussia era illegale) a 625mila.

Con questo decadeva il pilastro della proposta di Engels: se una rivoluzione contro l’esercito era impossibile, ora anche una disgregazione e degli ammutinamenti nell’esercito erano impossibili. Quale tattica rivoluzionaria allora? Di fatto nessuna, e la situazione descritta da Auer nel 1891, quella per cui la socialdemocrazia e il potere erano in uno stato di guerra in cui vi era una “reciproca incapacità di distruggere il nemico”, veniva proiettato indefinitivamente nel futuro. L’unica opzione era sperare per il meglio. Kautsky si difendeva scrivendo che non era possibile creare a nostro piacimento le situazioni storiche, non era possibile prevedere come si sarebbero mossi l’esercito, gli apparati statali, le classi e i ceti sociali. Le forme della rivoluzione potevano essere diverse ed era impossibile prevederle con esattezza. La “generale incertezza”, la visione imprecisa che ne risultava erano inscritte nella realtà. Ma se la storia è la storia della lotta di classe e il partito è il “proletariato combattente” tutto ciò significava solo abdicare a qualsiasi tattica, rivoluzionaria o riformista che fosse, che potesse incidere sul comportamento dell’esercito, degli apparati statali, delle altre classi e dei ceti sociali. Era riconoscere che era solo il nemico a condurre il gioco. Il gesto di sfida di Engels: “sparate per primi, prego, messieurs les bourgeois!” mentre il proletariato conquistava a sé l’esercito, diventava la patetica tattica dell’immobilismo che prescriveva una vera battaglia, con uno sciopero generale politico, se e solo se la classe dominante si fosse mossa contro le istituzioni democratiche o le libertà politiche. Se realmente il potere avesse “sparato per primo”, in una situazione in cui poteva contare sull’esercito, ingaggiare uno sciopero generale politico difensivo sarebbe stato un puro suicidio. Ma erano solo discorsi, era la tattica della lotta solo minacciata, sperando che fosse sufficiente per convincere il potere a stare immobile, e sperando che convincesse anche la base degli iscritti, pur stanchi di stare immobili. Era il “radicalismo passivo”. I revisionisti pensavano di aver trovato una soluzione chiedendo al partito di aprirsi a destra trasformandosi in un partito popolare e abbandonando ogni fede nella rivoluzione. Il partito respinse questa opzione, ma senza prospettive rivoluzionarie: la fraseologia rivoluzionaria si manteneva, ma diventava pura fraseologia.

Se da un lato la direzione abbandonò del tutto il lavoro verso i lavoratori agricoli, invece prese e perpetuò la clausola del mantenersi “nei confini di quello che è permesso dalla polizia” pur se contrario alla logica, trasformandola da condizionata, momentanea e finalizzata, a strutturale e permanente, perché evitare qualsiasi vero scontro con il potere era la conditio sine qua non per preservare il partito, l’unico legame tra la pratica quotidiana e l’obiettivo finale. Il “feticismo del partito” trova qui le sue radici, nella totale mancanza di una qualsiasi prospettiva rivoluzionaria che non fosse del tutto esogena, data da un qualsiasi Kladderadatsch [grande cataclisma]. La “tattica pacifica e antirivoluzionaria a tutti i costi” di Liebknecht fustigata da Engels nel 1895, divenne una sorta di principio costitutivo del partito.

La visione di Engels di una rivoluzione fatta dal proletariato tedesco, cosciente e determinato, che, organizzato in partito, avrebbe scelto le circostanze e le forme più favorevoli alla propria vittoria, non si realizzò. La Germania non fu per il proletariato europeo quello che fu invece la Francia dal 1789 per la borghesia europea.

In ultima analisi quindi Engels si sbagliò nel riporre la sua fiducia in almeno una parte dello “stato maggiore” del proletariato tedesco. Ma cosa successe allora? Quale fu il “movimento reale” della classe lavoratrice tedesca nei vent’anni tra 1895 e 1914? Cosa comportò la catastrofica “appropriazione” da parte dell’SPD della “tattica” di Engels?

Per otto-nove anni, fino al 1903-04, non vi furono tensioni specifiche tra l’esperienza della classe lavoratrice tedesca e la dinamica dell’SPD e del sindacato. A livello di mobilitazioni politiche la base socialdemocratica aveva introiettato il precetto dell’autocontrollo e dell’autodisciplina, inibendosi qualsiasi “processo di apprendimento” attraverso la pratica e l’esperienza. Talvolta autocontrollo e autodisciplina si tramutarono in un senso di impotenza e rassegnazione, come nel 1896 in Sassonia, quando venne discussa e approvata una controriforma della legge elettorale sulla base del modello prussiano. Dopo alcune manifestazioni subito represse dalla polizia seguì una sorta di apatia, e fu proprio Bernstein (non ancora “revisionista”) a scrivere che il partito avrebbe dovuto “non essere troppo parsimonioso” nel minacciare la rivoluzione. Il suo consiglio non venne seguito, e il popolo sassone rimase “tranquillo come un topolino”.

Sul terreno delle lotte economiche invece vi fu un effettivo “processo di apprendimento” che procedette in modo incrociato tra classe e partito e sindacato, con significativi afflussi di lavoratori in questi ultimi. Significativo è il declino dopo il 1900 dei sindacati “localisti” che si opponevano al modello centralizzato e industriale dei sindacati diretti da Legien. Le loro teorizzazioni, adeguate in un periodo come quello della grande depressione, potevano esercitare ben poca influenza in anni di boom economico:

Se il movimento sindacale ha successo, se porta al lavoratore ciò che spera… questo gli dimostrerebbe che può sperare di costruire una vita migliore sulla base dell’ordine presente, e la necessità di una rivoluzione sociale sembrerebbe meno reale… il movimento sindacale ha un effetto rivoluzionario quando dimostra l’impossibilità pratica dei suoi obiettivi. È sorto solo per svanire: non può mai essere fine a se stesso, ma solo un mezzo. È rivoluzionario nel senso che risveglia speranze che non potrà mai soddisfare. Illumina. Le sue sconfitte sono la sua propaganda.

Per quanto riguarda il “processo di apprendimento” incrociato, cito brevemente solo due esempi, lo sciopero di undici settimane dei portuali di Amburgo del 1896-97 e lo sciopero di ventidue settimane delle operaie e degli operai tessili di Crimmitschau del 1903-04. A quei tempi la durata media di ogni sciopero era di qualche settimana (i due citati ebbero una durata eccezionalmente lunga) e quindi uno dei prerequisiti standard perché si potesse scioperare era la disponibilità di una cassa sindacale in grado di mantenere i lavoratori coinvolti. Questi due scioperi ebbero un inizio completamente diverso: il primo fu iniziato in modo spontaneo dai lavoratori esterni al sindacato, che vi aderì solo una volta iniziato, il secondo invece fu lungamente preparato dalle direzioni sindacali. Entrambi si conclusero con un totale fallimento.

Lo sciopero dei portuali di Amburgo fu proclamato dai lavoratori non specializzati e occasionali in assemblea, a cui aderì la minoranza privilegiata di lavoratori stabili, per lo più specializzati. Il sindacato socialdemocratico era molto debole, radicato esclusivamente tra i lavoratori stabili, mentre un’organizzazione concorrente, altrettanto debole, era l’ “Associazione 1892 degli stivatori”, formata da lavoratori non specializzati, che nell’estate 1896 aveva organizzato due scioperi parziali vittoriosi, improvvisi e brevi. In risposta alle speranze e alle aspettative risvegliate, l’Associazione iniziò a chiedere salari più alti per tutti gli scaricatori, iniziando un processo che portò al grande sciopero di tutti i portuali. L’Associazione disdegnava i fondi di sciopero (“i capitalisti non possono essere combattuti con il denaro”) e aveva una fondamentale avversione alle strutture centraliste delle grandi federazioni sindacali e all’impiego di funzionari retribuiti, avendo vissuto di persona lo stile arrogante dei dirigenti più alti della Federazione sindacale dei lavoratori portuali. I lavoratori occasionali e quelli stabili condussero in piena solidarietà lo sciopero, e il movimento operaio socialdemocratico diede prova dei suoi meriti, sostenendolo incondizionatamente con la stampa dell’SPD e con quella sindacale, e mettendo a disposizione degli scioperanti sia i propri fondi di sciopero, sia raccogliendo fondi di solidarietà. Il sindacato prese questa decisione perché una scelta diversa avrebbe portato a una divisione tra i lavoratori, con anni di dissensi che avrebbero reso impossibile qualsiasi lavoro organizzato: “per mantenere la solidarietà tra gli scioperanti e conquistarli all’organizzazione dopo lo sciopero era necessario lasciare che gli stessi scioperanti concludessero l’azione”. Dopo alcune settimane, a fronte dell’inflessibilità dell’associazione padronale, iniziarono pesanti scontri contro i crumiri fatti affluire da fuori città e contro la polizia, inviata dalle autorità cittadine allineate alle posizioni imprenditoriali. Il sindacato negò, nonostante l’evidenza, che in questi avvenimenti fossero coinvolti i lavoratori del porto; la magistratura processò più di 500 lavoratori. I lavoratori fecero ricorso a numerosi atti di sabotaggio, ovviamente negati a livello pubblico. Per ben due volte l’assemblea dei lavoratori votò la prosecuzione dello sciopero, contro il parere dei dirigenti sindacali. Dopo undici settimane, nonostante gli scioperanti avessero goduto dell’appoggio di settori di opinione pubblica, e nonostante l’eccezionale slancio di solidarietà di cui furono oggetto, i portuali di Amburgo dovettero cedere. L’esperienza di questo sciopero dimostrò ai lavoratori la giustezza di quanto da sempre aveva affermato il sindacato: perché uno sciopero di larga scala e offensivo fosse vittorioso doveva essere lungamente preparato, l’organizzazione doveva essere la più ampia possibile, dovevano essere attentamente valutati sia il momento in cui lanciare lo sciopero (situazione economica generale e degli imprenditori coinvolti, altri scioperi in corso che potevano diminuire i fondi sciopero disponibili), sia le richieste, soppesate in modo da guadagnare il più ampio appoggio dell’opinione pubblica e delle amministrazioni locali. In due parole: organizzazione e moderatismo. Solo così si potevano piegare i padroni. Quindi era giusto che la decisione per questi scioperi offensivi e di larga scala venisse presa non direttamente dai lavoratori coinvolti, ma dai vertici sindacali che avevano tutte le informazioni a loro disposizione per poter prendere la migliore decisione. I portuali di Amburgo affluirono in massa nel sindacato, e anche l’Associazione si affiliò al sindacato.

Lo sciopero dei tessili di Crimmitschau, in Sassonia, fu interamente gestito fin dall’inizio dalle direzioni sindacali. Fin dal 1899 vi erano forti richieste da parte delle operaie e degli operai di entrare in sciopero per ottenere le dieci ore, in considerazione del peggioramento delle condizioni lavorative e dell’intensificazione del lavoro, ma il sindacato rinviò sempre l’inizio dello sciopero fino all’estate del 1903, quando venne ritenuta abbastanza solida l’organizzazione in fabbrica, con circa la metà degli 8.000 lavoratori membri del sindacato, con la cassa di sciopero ampia, e gli ordinativi alla ditta al massimo, in modo da rendere lo sciopero più incisivo, e più inclini i padroni a cedere. La relativa moderazione delle richieste e la propaganda sindacale ottennero il sostegno da parte dell’opinione pubblica liberale, e anche il governo cercò una mediazione. Ma gli imprenditori non cedettero e rispedirono al mittente la proposta di mediazione. La svolta si ebbe a dicembre, quando i fondi di sciopero si esaurirono, e venne lanciata una campagna di sottoscrizioni di solidarietà in tutta la Germania, che fu un magnifico successo. Questo innestò un processo analogo da parte opposta, con la progressiva formazione di un’associazione nazionale degli imprenditori in funzione antioperaia (fino ad allora queste associazioni erano sempre locali o regionali, e sempre divise per settore). Lo sciopero di Crimmitschau divenne una questione politica nazionale: al centro non vi erano più delle limitate misure redistributive (le 10 ore, il 10% di aumento delle retribuzioni a cottimo, l’accettazione di corti arbitrali), ma una difesa della “libera autodeterminazione” degli imprenditori, uno scontro tra “capitale e lavoro”, tra le “forze che mantengono lo Stato” e i “socialdemocratici nemici della patria”. Inoltre le autorità acconsentirono che l’impresa reclutasse crumiri in un’area amplissima e resero di fatto illegali i picchetti. A fronte di queste dinamiche i sindacati decisero in modo improvviso, a gennaio, di interrompere lo sciopero. L’associazione nazionale degli imprenditori venne inaugurata nell’aprile 1904, e in progressivamente nel corso degli anni successivi, in modo sempre più ampio e sempre più aggressivo utilizzò lo strumento delle serrate per piegare il sindacato. A fronte di scioperi anche estremamente limitati per numero di lavoratori coinvolti, e talvolta anche in modo preventivo, prima che venisse proclamato un qualsiasi sciopero, gli imprenditori procedettero a delle serrate che coinvolgevano il numero massimo possibile di lavoratori, con l’obiettivo di distruggere le finanze sindacali e piegare i lavoratori al proprio volere. Fu una vera “epidemia di serrate” che colpì i lavoratori tedeschi nel decennio prima della Grande guerra. L’esempio più estremo fu forse quello di Niederlausitz del luglio 1914: a fronte dello sciopero di 52 follatori l’associazione padronale rispose mettendo in serrata 30mila lavoratori.

Ci vollero alcuni anni, tra il 1904 e il 1908, perché la nuova realtà della lotta di classe in Germania fosse evidente: per il padronato ogni minimo scontro sindacale era direttamente uno scontro politico, in cui tutte le risorse padronali nazionali venivano gettate nella lotta. Le lezioni che ne trassero i lavoratori e le direzioni sindacali iniziarono a divergere, e nel corso del tempo questa divergenza si ampliò sempre più. Una serie di scioperi e di serrate al porto di Amburgo nel 1907, culminati con una serrata da parte dei padroni, che rifiutavano qualsiasi intromissione sindacale sul posto di lavoro, nei confronti di 5.000 stivatori per sei settimane, terminò con una nuova, durissima sconfitta. A fronte dell’intransigenza e della forza padronale, organizzazione e moderazione si erano dimostrati per i lavoratori una via anch’essa fallimentare, e i portuali abbandonarono in massa il sindacato, che si ritrovò più che dimezzato. Le direzioni sindacali invece ne trassero la lezione opposta: organizzazione e moderazione si erano rivelati fallimentari perché non erano stati adeguatamente applicati. Quello che ci voleva era più organizzazione, più centralizzazione, più disciplina, più moderazione.

Nel corso del grandissimo sciopero dei minatori della Ruhr iniziato nel gennaio 1905 in modo autonomo dai lavoratori, la direzione sindacale si comportò come ad Amburgo nel 1896, sostenendo con tutte le proprie risorse lo sciopero (che comunque finì anch’esso con una sconfitta di fatto). Ma negli anni successivi iniziò un processo per cui le direzioni sindacali si arrogarono tutte le decisioni sugli scioperi non solo offensivi e di larga scala, ma anche difensivi e di minor portata, sistematizzarono la regola che i non organizzati non dovevano aver alcuna voce in capitolo sulla conduzione degli scioperi, limitarono le rivendicazioni sindacali a salari e orari, escludendo qualsiasi altra rivendicazione (come il reintegro di lavoratori licenziati per il loro impegno) e dal 1908 per sostenere il loro orientamento i leader sindacali si scontrarono apertamente con i lavoratori in lotta – a Mannhein in una fabbrica metalmeccanica nel 1908, nel settore delle costruzioni nel 1910, nei porti nel 1910 e nel 1913 – fino a negare il fondo degli scioperi ai lavoratori scesi autonomamente in lotta, a partire dalla mobilitazione dei minatori ancora nel 1908 e ancora a Mannhein, e poi più e più volte negli anni successivi. Per quanto riguarda la moderazione, ancora il 1908 è l’anno chiave, con la “luna di miele” tra Legien e Gompers, il segretario dell’AFL americana, il modello del sindacato reazionario e antisocialista. Il ruolo di disciplinamento del sindacato venne rivendicato apertamente – così nel 1911 a fronte degli scioperi spontanei dei portuali inglesi, il sindacato dei trasporti tedeschi (in cui erano confluiti i portuali) dichiarò:

Questa volta le scintille dello sciopero non hanno preso fuoco in Germania. I datori di lavoro nel settore dei trasporti tedesco lo devono, non al proprio potere o tattica, ma unicamente all’organizzazione dei lavoratori, l’odiata federazione tedesca dei lavoratori dei trasporti. Rendiamolo chiaro ai signori. La nostra associazione non ha assolutamente alcun interesse a fermare l’intera economia come è successo in Inghilterra… Mentre la Federazione tedesca dei lavoratori dei trasporti farà tutto ciò che è in suo potere per risparmiare la Germania dalle catastrofi economiche che l’Inghilterra ha dovuto affrontare, non esiterà nemmeno a difendere gli interessi dei suoi membri in modo efficace e senza paura e con tutte le sue forze se necessario.

Ma a fronte delle continue sconfitte un’ondata di malcontento di un tipo prima sconosciuto si diffuse tra le fila dei lavoratori, esprimendosi nell’aumento degli scioperi spontanei, “passionali”, “a gatto selvaggio”, nella rinascita del localismo e delle tendenze sindacaliste. Nel 1909 nel più grande sindacato di Germania, quello metalmeccanico, si formò una opposizione alla direzione esistente: il suo dirigente Dittmann qualificava questa direzione come una “guardia pretoriana”, paragonandola ai giannizzeri del medioevo. Un convegno straordinario di questo sindacato convocato nel 1913 per approvare la negazione dei fondi di sciopero ai lavoratori dei cantieri navali in lotta seguì le indicazioni della direzione, ma a una maggioranza ristrettissima. Il problema era che anche l’opposizione non aveva una alternativa tattica chiara. Ma anche la direzione sindacale doveva in qualche modo prendere atto della realtà. All’ultimo congresso prima della guerra i dirigenti sindacali esaminarono criticamente gli eventi dei quattordici anni precedenti e ammisero che l’inflazione aveva praticamente annullato i successi della contrattazione salariale e che la riduzione dell’orario di lavoro era inferiore all’aumento dell’intensità del lavoro, e che quindi lo sfruttamento si era incrementato. “La strategia dei sindacati non solo li aveva portati in un vicolo cieco a causa delle condizioni economiche e politiche; li aveva anche privati di tutte le prospettive e le possibilità di oltrepassare i limiti del sistema esistente” ha scritto Groh.

I lavoratori in modo progressivo a partire dal 1904 comprendono che “organizzazione e moderazione” sindacale non funzionano in una situazione in cui il padronato trasforma ogni vertenza economica in una questione di potere. Per questo la crescita sindacale, tumultuosa fino al 1906 (in otto anni gli iscritti erano cresciuti del 132%), pur continuando a progredire, rallenta in modo lampante: negli otto anni tra il 1907 e il 1914 gli iscritti crescono del 47%. All’opposto è l’adesione al partito che diventa tumultuosa: negli stessi otto anni dal 1907 al 1914 la crescita è del 105%. Il rapporto tra iscritti al partito e quelli al sindacato, che quando decadeva la legge antisocialista nel 1890 era probabilmente di uno a 3, diventa nel 1906 uno a 5, e nel 1914 passa a quasi uno a 2. Se nel decennio iniziato nel 1896 era il sindacato ad essere più attrattivo agli occhi dei lavoratori, dal 1907 (e forse anche dal 1905, ma non sono disponibili i dati relativi) lo diventa invece l’SPD. L’SPD era un partito di lavoratori manuali: a seconda delle località erano tra il 78 e il 94% del totale degli iscritti. Ma ai lavoratori la direzione dell’SPD aveva solo da offrire “la vecchia e collaudata tattica”, e cioè campagne elettorali che tenevano luogo della lotta di classe, legalità a ogni costo e nessuna prospettiva rivoluzionaria concreta. Ma la rivoluzione russa del 1905 cambiò i parametri della situazione politica mondiale, e aprì nuove possibilità di risveglio rivoluzionario e nuovi rischi internazionali. Nel corso dell’anno 1905 e per tutto l’inverno 1905-06, sull’onda dell’entusiasmo per la rivoluzione russa sembrò che tutto potesse cambiare. Lo “sciopero politico di massa” era lo slogan all’ordine del giorno, quello che catalizzava la volontà d’azione dei lavoratori. I lavoratori socialdemocratici volevano finalmente utilizzare la loro forza e il loro potere per avere dei risultati. Questa forza e questo potere era stati magnificati da anni in innumerevoli discorsi dei dirigenti, ed erano stati quantificati ad ogni successiva elezione al Reichsteig. Per la grande massa dei membri, le distinzioni sullo “sciopero politico di massa” tra Kautsky, Bebel, Bernstein o la Luxemburg erano troppo sottili. Quello che leggevano dagli articoli e sentivano dai discorsi era la volontà di agire: la volontà di opporsi al deterioramento dei diritti elettorali, e la volontà di imporre il miglioramento di quelli esistenti, non solo con riunioni e risoluzioni. Così voci, ma anche appelli aperti, per uno sciopero politico di massa erano diffusi tra i lavoratori di Amburgo nel maggio 1905, e c’era chi scommetteva sul fatto che l’esercito non sarebbe stato affidabile contro il “nemico interno”. In autunno, alla base del partito e del sindacato, uno stato d’animo che spingeva all’azione, si diffuse sempre più, coinvolgendo settori via via più ampi. In Sassonia, a dicembre, quando il partito convocò delle assemblee per protestare contro il suffragio a tre classi, si svilupparono in modo spontaneo delle manifestazioni di piazza, contro la volontà dei dirigenti. Ne seguirono sanguinosi scontri con la polizia. Stesso identico scenario il 17 gennaio ad Amburgo, dove il partito aveva indetto uno sciopero generale politico di alcune ore per protestare contro la riforma reazionaria della legge elettorale (fu l’unico sciopero politico nella Germania guglielmina). Le lotte elettorali si andavano intensificando anche in Prussia, e minacciavano di trasformarsi in scioperi politici e in manifestazioni militanti. A febbraio in un incontro segreto tra direzione dell’SPD e direzione del sindacato, Pfannkuch, un membro dell’esecutivo del partito, dichiarò che l’atmosfera ad Amburgo, in Sassonia, in Prussia e soprattutto a Berlino, sollecitava uno sciopero di massa. Quale fu la reazione della direzione del partito a fronte del protagonismo e della volontà di azione della propria base?

Anziché analizzare la nuova situazione per trovare e sperimentare nuove tattiche per ridurre al minimo gli spargimenti di sangue, ma approfondendo e allargando il processo spontaneo di radicalizzazione, anziché comportarsi da “stato maggiore” di un esercito in guerra, la reazione della direzione fu semplicemente di panico. Per la prima volta dalla fondazione del partito la direzione ebbe paura della propria base, e lo stato d’animo radicale in Sassonia e in Prussia lo fece virare a destra. Da qui iniziò anche nel partito uno sviluppo divergente dei “processi di apprendimento” tra direzione del partito e classe lavoratrice, in parallelo a un identico sviluppo nei sindacati. L’8 dicembre l’esecutivo decise che uno sciopero politico di massa “al momento non era fattibile”. La stessa ala dei revisionisti che si erano dichiarati a favore dello “sciopero politico di massa” per strappare dei diritti democratici, con Bernstein in testa, fecero marcia indietro, stigmatizzando il “pernicioso romanticismo della rivoluzione”. L’unica parola d’ordine dell’esecutivo era: frenare, spegnere l’incendio. E il partito aveva “compagni provati che sanno frenare in modo eccellente”, anche mettendo in gioco la propria popolarità. Le manifestazioni di piazza dovevano essere evitate a tutti i costi e si doveva reindirizzare lo stato d’animo radicale ed esplosivo di molti membri socialdemocratici verso l’azione “classica”: agitazione da parte della stampa di partito, raccolta firme su delle petizioni, distribuzione di massa dei volantini e disciplinate assemblee di protesta che si dovevano concludere con l’adozione di risoluzioni preparate in precedenza. L’azione di controllo, di contenimento e di incanalamento della direzione del SPD riuscì. Da quei giorni la direzione del partito cercò in modo sistematico di eliminare tutti i possibili fattori che potevano radicalizzare in modo incontrollabile il movimento operaio socialdemocratico.

Perché la direzione dell’SPD fece questa svolta? Semplicemente perché non aveva nessun tipo di tattica rivoluzionaria, e di conseguenza la rivoluzione poteva esser solo il frutto automatico di “grandi avvenimenti”, del tutto indefiniti, su cui il partito non aveva alcuna influenza, e di conseguenza in attesa di questi “grandi avvenimenti” l’unica cosa da fare era rafforzare il partito e la sua disciplina, in modo da esser nelle migliori condizioni per affrontare le sfide future. Solo l’esistenza e la crescita costante dell’organizzazione garantivano il raggiungimento dell’ “obiettivo finale”, per cui il lavoro organizzativo e l’agitazione, precondizioni per l’azione, si sostituirono all’azione politica. Le conseguenze dell’assenza di una qualsiasi tattica rivoluzionaria furono implacabili, fino all’adozione dell’ideale di “proletariato disciplinato”, e la radicata, rabbiosa avversione per qualsiasi azione extraparlamentare non tradizionale e per qualsiasi azione spontanea. Tutti gli sforzi erano diretti a “disciplinare” chi era troppo ardente e militante, e i giovani socialdemocratici lo scoprirono a proprie spese. Fino al 1905 questa dinamica non era emersa semplicemente perché il partito non aveva dovuto confrontarsi con delle dinamiche di radicalizzazione di massa. Il 1905 consentì il venire alla luce del capovolgimento “copernicano al contrario” dell’approccio dell’SPD rispetto a quello engelsiano che prima citavo. Dal corso sanguinoso delle manifestazioni in Sassonia, la dirigenza del partito concluse che, per mancanza di disciplina, non era ancora possibile condurre uno sciopero politico di massa, e per questo si doveva a tutti i costi frenare. Frenare, perché altrimenti le autorità avrebbero fatto scorrere ancor più sangue, avrebbero arrestato membri e dirigenti, e forse messo fuori legge lo stesso partito. L’invincibilità del potere guglielmino era un dato assodato, interiorizzato da tempo dai dirigenti socialdemocratici, ed era un semplice corollario dell’assenza di qualsiasi tattica rivoluzionaria, assenza che comportava ipso facto l’invincibilità del potere costituito. L’invincibilità del potere veniva ipostatizzata per giustificare l’assenza di una tattica rivoluzionaria. Pensare che il potere costituito potesse essere spezzato senza alcuna tattica rivoluzionaria sarebbe stato puro avventurismo. Alla base di questo approccio della direzione socialdemocratica vi era l’assunzione per cui il partito e il “proletariato combattente” fossero sinonimi, ed è per questo che Kautsky nella sua definizione di situazione rivoluzionaria nel 1909 non includeva il protagonismo delle masse lavoratrici ma si limitava al partito. In modo ironico proprio questa assunzione fece sì che invece partito e “proletariato combattente” iniziarono a divergere.

Il “processo di apprendimento” della direzione del partito in realtà non fu tale – non apprese niente, se non frenare e cercare disperatamente di evitare qualsiasi discussione al suo interno sul “che fare” che potesse portarlo alla disgregazione. Nient’altro che avere più iscritti, più abbonati, più elettori, e nessun dibattito vero. Il dibattito sullo sciopero politico di massa al congresso di Jena nel 1905, con le divisioni tra favorevoli e contrari, e tra quelli che lo ritenevano uno strumento difensivo e quelli che pensavano dovesse essere offensivo, tra chi lo intendeva come uno strumento rivoluzionario e chi invece lo vedeva come uno strumento per strappar riforme, vide alla fine l’adozione alla quasi unanimità di una risoluzione che diceva tutto e niente, che era intesa per disinnescare il crescente radicalismo della base, e che invece ottenne esattamente l’effetto opposto. Nei congressi successivi, e fino al 1912, la direzione cercò di evitare dei dibattiti che avrebbero potuto dilacerare il partito, con Bebel che mediava con la destra e Kautsky che mediava con la sinistra. Il dogma era quello dell’ “attendismo rivoluzionario”. Il volume di Kautsky del 1909, “La via al potere”, è a questo proposito paradigmatico. Kautsky prediceva che una rivoluzione era imminente, ma non dava alcuna indicazione concreta su cosa si sarebbe dovuto fare per ottenere il potere; identificava il prossimo compito della socialdemocrazia tedesca nella lotta per il suffragio uguale e universale in Sassonia e Prussia, ma non specificava con quali mezzi. In questa situazione qualsiasi proposta d’azione, qualsiasi dibattito su quali tattiche da adottare, qualsiasi dibattito teorico o di principi che potevano tramutarsi in opzioni diverse sulle strade da seguire, doveva essere evitato nel più accurato dei modi. La guida del partito, a fronte delle divergenze tra le ali di destra e di sinistra che permanentemente risorgevano a fronte degli eventi politici concreti, interni ed esteri, diventava sempre più complessa, e la composizione delle divergenze richiedeva continue manovre e assorbiva una parte sempre più crescente delle energie dei gruppi dirigenti. La sinistra, della Luxemburg, di Parvus, e così via, si lasciò mediare da Kautsky fino al 1910, e l’astro nascente della destra, il badense Ludwig Frank, si lasciò mediare fino a poco prima della grande guerra, pur infiammando la base del partito ai quattro angoli della Germania nel 1913 reclamando a gran voce lo sciopero politico di massa per democratizzare lo Stato guglielmino, e rendere così poi possibile una via graduale e riformista al socialismo.

E la sinistra? Proclamava che erano necessari scioperi politici di massa offensivi, e in questo era perfettamente in sintonia con ampi settori della base. Era quindi estranea all’ “attendismo rivoluzionario” della direzione. Ma sottoscrivendo alla direttiva kautskiana che lo sciopero politico di massa poteva sorgere solo spontaneamente, e non essere una iniziativa del partito (in una situazione in cui il partito in realtà organizzava una quota ben grande della classe!), e limitando quindi la propria tattica rivoluzionaria all’agitazione dello sciopero politico di massa in attesa che le masse spontaneamente lo facessero proprio, non riuscì a essere una alternativa complessiva e concreta alla direzione. Anche la sinistra non riuscì a trovare una nuova tattica rivoluzionaria: in attesa della spontaneità delle masse, si precluse in una certa misura il ruolo di “stato maggiore”, di direzione concreta, specifica, anche sperimentale, nelle specifiche congiunture; e non trovò nuove vie per minare dall’interno gli strumenti repressivi dello Stato, pur sviluppando una coraggiosa battaglia antimilitarista, e mai pensò a una “via militare” al potere per il tramite di ammutinamenti. La soluzione su come minare l’esercito lo trovarono i lavoratori tedeschi da soli nel novembre 1918, ed era la centralità della marina militare, dove era altissima la presenza di lavoratori specializzati, e quindi in larghissima parte socialdemocratici – fu l’ammutinamento di questo settore chiave a scatenare la rivoluzione. La sinistra socialdemocratica fu l’espressione di una radicalizzazione di massa che cercava, con prove e a tentoni, una nuova via al potere, ma questa sinistra non fu in grado di elaborarne una e di metterla alla prova; fu l’incarnazione del fallimento della “vecchia tattica” e della esplicita necessità di trovarne una nuova.

Il “processo di apprendimento” dei lavoratori socialdemocratici venne bloccato nel 1905-06 dalla direzione del partito. Una nuova esplosione di radicalismo della base nel gennaio-marzo 1908, per il suffragio in Prussia e il “diritto alla piazza”, fu una sorta di replay degli avvenimenti di due anni prima, inclusi violenti e sanguinosi scontri con la polizia, e la conseguente azione di “freno” da parte dei dirigenti, anche stavolta un successo per l’esecutivo. Lo stesso scenario, ma ben più ampio e più radicale, si ripeté nel 1910, ancora in Prussia, ma questa volta la scossa che provocò nel partito fu talmente forte da portare alla rottura tra sinistra e centro kautskiano, permettendo finalmente l’aprirsi di uno spazio di confronto e di sperimentazione autonoma nel partito, il cui esito fu il voto sullo sciopero politico di massa e sulla censura del gruppo parlamentare nel voto del bilancio militare al congresso di Jena nel 1913 (alla mozione di sinistra sullo sciopero di massa andò il 30% del voto, ma gran parte della destra aveva fatta propria la posizione della sinistra su questa tematica, ingenerando confusione e captando molti voti dei lavoratori socialdemocratici; i delegati di questa componente al congresso votarono insieme al centro “attendista”). Certo, esisteva nella base del partito un settore che seguiva meccanicamente, a priori, le indicazioni della direzione. Puri filistei socialdemocratici, con una mentalità remissiva e sottomessa all‘autorità socialdemocratica che stava in alto. Era la base delle piccole sezioni locali estranee alle grandi correnti sociali e politiche del Reich, senza vere radici nella classe lavoratrice, che sopravvivevano nella routine. Erano le piccole sezioni rurali, le sezioni di Hannover, di Göttingen, quelle della Pomerania, della Prussia orientale e occidentale, di Posen, e così via. Ma nel complesso erano una minoranza tutto sommato piccola della base dell’SPD. I lavoratori tedeschi in larga parte non poterono applicare “la vitale teoria dell’azione”, per cui “una grande classe non impara mai più rapidamente quanto dalle conseguenze dei propri errori”: lo fecero solo parzialmente e limitatamente, ostacolati fino al 1914 dalla direzione del partito, ostacolati dai compromessi a cui la sinistra soggiaceva fino al 1910, ostacolati dal paradosso di una fraseologia rivoluzionaria combinata al totale immobilismo politico, ostacolati dall’assenza di uno “stato maggiore” di ricambio, ostacolati dalla mancanza di una tattica rivoluzionaria che desse fiducia, coraggio, speranza.

L’immobilismo politico della direzione dell’SPD e la linea “organizzazione e moderazione” dei sindacati socialdemocratici, l’assenza o il restringimento dei “percorsi di apprendimento” sia a livello di direzioni che a livello di massa, ebbero una ulteriore conseguenza nelle dinamiche del “movimento reale della classe operaia”, ben conosciuta da tutti gli storici del movimento operaio tedesco. E cioè che l’assise sociale dell’SPD e del sindacato, nato dai lavoratori specializzati di piccole e medie fabbriche, si ampliò enormemente nel corso degli anni ma non oltrepassò in modo significativo i suoi confini sociali iniziali. Alcune eccezioni vi furono, come a Düsseldorf e in alcune zone minerarie, ma in generale nella grande industria, pesante, di base, o altro, il movimento socialdemocratico non riuscì a far breccia. Già si è visto il bilancio catastrofico nei confronti dei lavoratori agricoli nelle zone a est dell’Elba. La piccola borghesia fu in parte conquistata dall’SPD, soprattutto nelle sue roccaforti, ma la dimostrazione della sua debolezza politica nonostante il suo peso elettorale ne spinse una parte in braccio alla destra antisemita e imperialista. I colletti bianchi, che si andavano moltiplicando con una impetuosa velocità nella grande industria, rimasero sostanzialmente impermeabili alla socialdemocrazia. L’eredità terribile di questo fallimento si rivelò nel dicembre 1918, quando nel giro di pochissimo tempo 400mila volontari si unirono ai Freikorps per schiacciare nel sangue la rivoluzione. Talvolta furono degli errori politici di enorme portata a limitare l’assise sociale socialdemocratica, come il non appoggio alle rivendicazioni nazionali dei polacchi di Prussia, che, emigrati nella Ruhr per lavorare nelle miniere, fondarono un proprio sindacato polacco nazionalista (in questo caso l’antinazionalismo della Luxemburg contribuì in modo sostanziale a questo errore, coprendolo “da sinistra”). Altre volte fu un ottuso legalitarismo – come fece l’SPD e il sindacato adeguandosi alle norme della legge sulle associazioni del 1908, sospendendo del tutto le proprie pubblicazioni in lingua polacca e italiana, dirette ai lavoratori immigrati dall’estero o dalle regioni orientali della Germania.

Alcuni tentativi vennero fatti in direzione della grande industria da parte del sindacato, ma non vi era il clima interno democratico necessario per confrontare esperienze ed esperimenti, elaborare nuove tattiche, e anche in questo caso l’ideologia iperlegalitaria e disciplinatoria non favoriva di certo l’apertura mentale e lo spirito di innovazione necessari – forme di lotta complementari come il sabotaggio o pratiche di scioperi “a gatto selvaggio” erano ovviamente tabù, innominabili. Eppure il potenziale rivoluzionario dei lavoratori della grande industria si rivelò l’elemento determinante per la caduta della monarchia durante la rivoluzione del novembre 1918 – in una tattica rivoluzionaria minimamente degna di questo nome la considerazione di questo settore del proletariato avrebbe dovuto avere la più alta priorità, per cercare di dare a questi lavoratori l’Eigensinn – una combinazione di fiducia in se stessi, autoaffermazione, autorispetto, riappropriarsi di relazioni sociali alienate, al lavoro, per strada, in qualsiasi altro contesto determinato da strutture e processi al di fuori del controllo dei lavoratori. Come diceva semplicemente Engels, dare “il coraggio e la coesione necessari per combattere per i propri diritti”.

L’SPD nel periodo fino al 1914 può essere considerato un partito riformista? Groh ha fatto un’importante distinzione, relativamente al termine “riformismo”: “Eduard Bernstein, Georg von Vollmar, Ludwig Frank, così come Karl Kautsky, August Bebel, Ignaz Auer credevano che il capitalismo non sarebbe durato per sempre. Il compromesso di classe tra capitale e lavoro, che ha costituito la base di quasi tutte le nazioni industriali occidentali a partire dagli anni ‘920, non era solo oltre il loro orizzonte storico in termini di esperienza, ma anche oltre le loro intenzioni”. Una cosa è essere “riformisti” nel senso di essere gradualisti, di cogliere le opportunità che si presentano, facendo compromessi con settori borghesi, per migliorare la situazione dei lavoratori, di pensare che lo Stato è solo un terreno di battaglia tra le classi, un terreno neutrale, e non uno strumento di classe in sé. Questi “riformisti” pensavano che così facendo la classe lavoratrice avrebbe raggiunto la propria emancipazione, e sarebbe infine giunta al suo obiettivo, la scomparsa delle classi e dello sfruttamento, sia pure nel lungo periodo. Questi “riformisti” di prima del 1914 li chiamo “opportunisti”, per differenziarli dagli altri “riformisti”, quelli nati dalla grande guerra e affermatisi dopo la seconda guerra mondiale, i riformisti senza virgolette, la cui ideologia è il compromesso di classe come unico orizzonte, e la gestione “concertata” del sistema borghese.

Di certo nell’SPD vi erano opportunisti – Eduard Bernstein, Georg von Vollmar, Ludwig Frank, e altri. E vi erano anche riformisti ante litteram, come Joseph Bloch e Karl Leuthner, ma questi ultimi contavano poco o niente, per cui li tralascio. Come riconosce Groh nell’SPD gli opportunisti (nella mia terminologia) erano solo pochi leader operai e non molti lavoratori, concentrati soprattutto negli Stati meridionali, Baden, Württemberg e Baviera. Ma la direzione dell’SPD può considerarsi opportunista, magari in modo “inconscio”? Certi aspetti, il disciplinamento della classe, il pensare di non poter avere una tattica rivoluzionaria, la paura di ogni azione autonoma della classe lavoratrice, di sicuro tutti questi aspetti sono delle caratteristiche classiche dell’opportunismo secondo l’ottica di Marx ed Engels. Ma l’ambito è diverso – le aspettative rivoluzionarie permanevano, un fin troppo rigido “operaismo” garantiva in abbondanza l’indipendenza della classe dalla borghesia. Alcuni aspettavano un Kladderadatsch, altri si limitavano a “un grande evento”, altri ancora un’esplosione spontanea della classe lavoratrice, tutti erano dediti a rafforzare l’organizzazione in attesa dei grandi giorni. È vero che Kautsky dal 1910 affermava che l’obiettivo dell’SPD era la conquista della maggioranza dei seggi parlamentari: ma sapeva pur bene che era un obiettivo quasi irraggiungibile (nel 1912 il partito con il 35% dei voti ottenne il 27,7% dei parlamentari, il che comportava che per ottenere il 51% in parlamento l’SPD doveva ottenere il 65% dei voti), e che anche con la maggioranza parlamentare non sarebbe cambiato molto visto che il potere risiedeva altrove… Era solo una boutade polemica ed estremizzata contro la Luxemburg, in difesa della “vecchia e collaudata tattica”, dell’ “attendismo rivoluzionario”. Bebel invece quando proclamava che in una guerra futura sarebbe stato chiaro chi sarebbe stato l’aggressore e l’aggredito intendeva segretamente che la Germania sarebbe stata per definizione l’aggressore: se il potere tedesco del Kaiser e degli Junker era invincibile in tempi normali, l’unica opzione era una sconfitta militare per spazzare via questa Germania prussiana iperreazionaria, e negli ultimi anni della sua vita cercò di favorire questa futura sconfitta collaborando segretamente con le autorità inglesi. Nell’attesa dei grandi e terribili giorni un esperimento effettivamente opportunista venne tentato dall’SPD nel 1912: fece un accordo con i liberali per il secondo turno delle elezioni, con una intesa politica su alcune riforme nel nuovo Reichstag eletto. Il problema è che questo esperimento fu un totale fallimento – alle elezioni i socialdemocratici votarono i candidati liberali nei ballottaggi con i conservatori, ma la base liberale in larga maggioranza non ricambiò come secondo accordo, non votando affatto i candidati socialdemocratici. E appena inaugurato il nuovo Reichstag i liberali ruppero subito l’intesa con l’SPD e si allearono con i conservatori… Il semplice problema è che nessuna tattica opportunista era fattibile nella Germania guglielmina, in quanto non era una repubblica democratica. L’opportunismo sindacale, sistematicamente perseguito fino al 1913, finché disillusione e disincanto emersero nel 1914, nacque proprio per cercare di superare la debolezza relativa del movimento operaio tedesco a fronte del padronato (nonostante vent’anni di immensa crescita economica, interrotta solo dalle crisi del 1901-02, del 1907-08 e del 1913-14) – con i risultati totalmente negativi che si è visto… La storia ha risposto su come si sarebbe comportato l’SPD in una repubblica democratica, ma nel frattempo, durante la guerra, l’SPD aveva cambiato natura – non era diventato opportunista, era diventato qualcos’altro, qualcosa di impensabile nel mondo di prima della guerra, era diventato riformista. Nel 1918-19 non era più improntato all’ “attendismo rivoluzionario” d’anteguerra, ma a un furioso iperattivismo controrivoluzionario, contro la classe lavoratrice. A mio parere la maggioranza dei lavoratori socialdemocratici era sinceramente rivoluzionaria, mentre il gruppo dirigente dell’SPD non era opportunista, ma di certo non era neppure rivoluzionario. Secondo una terminologia che sarebbe nata solo dopo il 1918 era a mio avviso un partito “centrista”. Il “centro” di Bebel, di Kautsky, di Singer, e poi di Haase, di Ebert, opposto all’ala destra, opportunista e revisionista, e all’ala sinistra, rivoluzionaria.

Alla fine il Kladderadatsch, il grande cataclisma, arrivò in tutta Europa, tra il 2 e il 3 agosto 1914. Ma non spazzò via Junker e borghesia, spazzò via invece la socialdemocrazia, sia tedesca che internazionale. Perché? Fu un suo fallimento, oppure la categoria migliore è quella del tradimento?

Il perché a mio avviso è che per i dirigenti socialdemocratici non c’erano alternative pensabili. Tutto precipitò nel giro di poche ore. Tutte le alternative erano un salto in un buio inimmaginato. Tutto quello per cui da più di due decenni si erano spesi – il rispetto della legalità ad ogni costo per non mettere in pericolo l’organizzazione, unica speranza per una futura rivoluzione sempre avvolta nelle brume – tutto crollava in una manciata di tempo. E soprattutto crollava definitivamente qualsiasi status quo, il mondo in cui erano nati e cresciuti, in cui avevano lottato e in cui avevano trovato identità, ruolo e riconoscimento sociale. Adesso si doveva decidere: arresti, morti, messa fuori legge, ingresso nella clandestinità, affrontare da soli un mondo totalmente diverso, mai immaginato, oppure aggrapparsi all’unica ancora di salvezza offerta – l’assenso ai crediti di guerra, l’assenso alla Burgfriedenspolitik, nella speranza di una guerra lampo, una sgradevole parentesi, che permettesse di tornare ai bei giorni andati. Alcuni furono favoriti dal loro radicato opportunismo, come la maggior parte della destra revisionista (i cui parlamentari decisero il 2 agosto che se la maggioranza della direzione non avesse approvato i crediti di guerra avrebbero fatto una scissione) e come la direzione sindacale. Altri, in paesi come l’Inghilterra, dal loro radicato nazionalismo, come Hyndman. L’assenza di qualsiasi linea politica fece emergere il sostrato sociologico: i fautori più entusiasti della guerra furono i dirigenti con un’origine borghese, i più zelanti e i più arroganti furono i burocrati sindacali, che misero tutta la loro puntigliosa perizia al servizio della mobilitazione militare e della pace sociale.

Tutto il mondo mentale dei dirigenti socialdemocratici congiurava per questa scelta. Una tattica rivoluzionaria era indispensabile una volta che un partito operaio raggiungeva una certa soglia di adesioni, e tutti i partiti socialisti dei grandi paesi europei avevano raggiunto questa soglia, salvo il Labour in Gran Bretagna, che tuttavia non era socialista: la SFIO aveva ottenuto il 15,7% alle elezioni del 1914, il PSI il 17,6% a quelle del 1913, e nell’Impero asburgico, in Cisleitania, i vari partiti socialdemocratici avevano complessivamente il 15,1% nel 1911, senza contare i socialdemocratici autonomisti cechi (7,9%). Ma nessuno aveva elaborato una qualsiasi tattica rivoluzionaria. Se la “missione” era la conquista del potere da parte della classe lavoratrice, e su questo i dirigenti socialdemocratici erano tutti concordi, rinunciare ad avere la benché minima idea di come questo avrebbe potuto realizzarsi comportava che l’unico vero orizzonte era l’indefinita proiezione del presente, dello status quo. E se il presente, lo status quo, cambiava in modo radicale, se veniva addirittura capovolto, questi dirigenti si ritrovavano disarmati, senza risorse. E in questo erano coinvolti anche i dirigenti della sinistra, che in non pochi si ritrovarono patrioti dall’oggi al domani. Il feticismo organizzativo e il rispetto assoluto della legalità rendevano inimmaginabile un passaggio alla clandestinità. L’avversione per qualsiasi azione della classe condotta in modo autonomo, la tendenza disciplinatoria nei confronti delle masse dei lavoratori, la progressiva burocratizzazione, tutto distanziava questi dirigenti dallo “spirito proletario”, dal sentire quotidiano, dalle emozioni, dalle aspirazioni, dai timori, dagli odii dei semplici lavoratori. In periodi normali la base poteva e faceva sentire la sua voce, nella manciata di ore tra il 2 e il 3 agosto, con lo stato d’assedio proclamato, i lavoratori erano silenziati, e questi dirigenti poterono esprimersi liberamente, senza costrizioni dal basso. La mancanza di qualsiasi analisi realista delle dinamiche della politica mondiale rendeva infine questi dirigenti completamente presi alla sprovvista dallo sviluppo degli avvenimenti. Rappoport disse che la Seconda internazionale era un grande corpo con idee deboli, l’esatto opposto della Prima internazionale. Tutto questo rese “inevitabile” il 4 agosto 1914, congiunto alla mancanza di coraggio e alla profonda viltà di questi dirigenti, con l’illusione di poter tornare al mondo precedente, di poter “tornare velocemente alla normalità”. Ma la “normalità” non tornò mai più.

Alcuni dirigenti invece si rifiutarono di approvare la guerra, taluni per un radicato pacifismo, come MacDonald in Gran Bretagna e come Bernstein ed Eisner in Germania, taluni grazie alla categoria dell’ “imperialismo” come chiavistello interpretativo degli avvenimenti, ma soprattutto per vicinanza, per simbiosi, per un profondo sentire lo “spirito proletario”, la vita profonda delle masse dei lavoratori, come la Luxemburg, Mehring, la Zetkin, Liebknecht e non pochi altri.

Ma il problema è che il 4 agosto non fu solo la fine della Seconda internazionale, fu anche l’inizio di qualcosa di completamente diverso. Il fallimento del 4 agosto fu la causa che portò dritto al tradimento. Ricordavo all’inizio di questo capitolo la trasformazione radicale che subirono i dirigenti socialdemocratici con l’inizio della guerra, e ho citato il caso del jusqu’au-boutiste Vaillant. Per ciò che riguarda la Germania, guardiamo Legien. Così Moses riassume la sua relazione al congresso sindacale del 1892:

Nel suo discorso di apertura come presidente, Legien diede molto rilievo al fatto che le organizzazioni sindacali da sole non potevano risolvere la questione sociale ma che potevano contribuire in modo essenziale alla lotta dei lavoratori per l’emancipazione. Come i pionieri, i sindacati dovevano spianare il terreno per il raggiungimento di una più alta comprensione intellettuale da parte della classe operaia, conquistando salari più alti e condizioni migliori, proteggendo i lavoratori dall’impoverimento e dalla stagnazione. In questo modo il movimento sindacale avrebbe consentito alla classe operaia di adempiere il compito storico che le spettava. La stessa chiarezza e forza retorica caratterizzarono le conclusioni di Legien a questo cruciale congresso.

Era lo stesso Legien che fin dal 2 agosto 1914 sottoscriveva la Burgfriedenspolitik con il governo, e che negli anni successivi forniva l’elenco dei lavoratori con posizioni radicali al governo in modo che venissero mobilitati, anche se lavoravano in industrie essenziali. Guardiamo Ebert, il copresidente dell’SPD che aveva sempre denunciato il militarismo e l’espansione coloniale della Germania: nel 1919 invece chiedeva che venissero restituite le colonie tedesche, che l’esercito tornasse a essere la scuola nazionale della disciplina da restaurare, non pronunciava neppure più la parola “classe” – se parlava dei lavoratori usava il termine “popolazione lavoratrice”. Tutti questi vari dirigenti se, diciamo nel 1900, avessero potuto vedere se stessi all’opera quindici anni dopo sarebbero, per usare un eufemismo, inorriditi. Com’è possibile che dei sinceri rivoluzionari si ritrovino loro malgrado a pensare e a fare esattamente l’opposto di quello in cui hanno creduto e di quello che hanno fatto per tutta la vita? Quale è stata la tempesta che li ha così allontanati da se stessi?

Qualcosa avevano intuito sia Guesde, sia Rappoport, durante il dibattito sul ministerialismo all’inizio del secolo, quando affermavano che la collaborazione di classe che si realizza con l’ingresso dei socialisti in un governo borghese avrebbe portato questi socialisti, volenti o nolenti, consciamente o in modo inconscio, a diventare dei nazionalisti, a far proprio il bagaglio ideologico del nazionalismo (“unità nazionale, interesse nazionale, ricchezza nazionale”), e ad applicarne “par la force des choses” il programma (“giustificazione delle guerre industriali, approvazione della politica coloniale, carattere sacro degli interessi nazionali… legalità democratica in nome della quale si fucilano gli operai in sciopero”), a rinnegare l’internazionalismo. Bach, un vecchio dirigente guesdista, scrisse dei ministerialisti che erano dei “socialisti borghesi” che volevano diventare degli “ufficiali borghesi dell’esercito proletario”.

Gli opportunisti, i ministerialisti, sbagliavano credendo che lo Stato era solo un campo di battaglia tra le classi, e non anche, al contempo, uno strumento della classe borghese. Non l’aveva capito molto bene neppure l’ “ortodosso” Kautsky, che aveva così mal digerito le lezioni della Comune, che per Marx ed Engels non era più uno Stato in senso proprio. Il problema molto semplice era che lo Stato, in sé, è “lo strumento politico dell’asservimento” della classe lavoratrice, e non può servire ad altro, e chi collabora al suo funzionamento non può che operare per questo asservimento. L’esperienza ministerialista francese era stata troppo limitata a livello personale (i vari Millerand, Viviani, Briand abbandonarono i socialisti e diventarono semplici radicali borghesi), e il socialismo era diviso, con la componente più radicata tra i lavoratori che denunciava in modo veemente il “nuovo metodo” degli opportunisti. Il coinvolgimento dei socialisti nella “macchina governativa”, nello Stato, fu invece, durante la grande guerra, profondo, durevole, e coinvolse i partiti socialisti nel loro complesso – fu questa la tempesta che trasformò persone e partiti. Co-gestendo, integrando lo Stato guglielmino (pur non partecipando formalmente al governo), la direzione dell’SPD divenne borghese “par la force des choses”, e i suoi singoli membri rinnegarono se stessi facendo propri tutti gli ideali, i pregiudizi, i valori borghesi. I dirigenti socialisti vissero sulla propria pelle la dimostrazione della correttezza della teoria marxista dello Stato. Il fallimento politico si era trasformato in tradimento, con il passaggio della direzione socialista nei ranghi borghesi. E quando fu necessario non ci pensarono un minuto a diventare dei furiosi iperattivisti controrivoluzionari. Kautsky, prima della guerra, aveva scritto che “il borghese sarà capace di tutto, e quanto maggiore sarà la sua paura, tanto più selvaggiamente esigerà il sangue” dei lavoratori: aveva totalmente ragione, ma non aveva previsto che il borghese in questione sarebbe stato un “socialista”. Questi personaggi continuarono ad autodefinirsi “socialisti” ma erano “socialisti borghesi”, erano degli “ufficiali borghesi dell’esercito proletario”. L’SPD era diventato un partito borghese-operaio, secondo l’azzeccata definizione di Lenin. Era diventato un partito riformista nel senso proprio del termine, al cui interno c’è antagonismo di classe, tra la direzione e tutto il suo apparato burocratico, e la sua base operaia. Quanta distanza dall’SPD di prima del 1914, quando al più vi era una diversità di opinioni sulla via migliore per raggiungere l’obiettivo comune!

Ma, si potrebbe obiettare, i dirigenti dell’SPD non avevano un potere coercitivo nei confronti dei propri membri, che potevano semplicemente andar via dal partito. Perché la maggioranza della classe operaia tedesca mantenne la propria adesione a questo partito, quantomeno a livello elettorale? Bisogna certo tener conto che nel 1918-19 regnava una confusione enorme, e molti lavoratori sinceramente rivoluzionari pensavano che anche l’SPD lo fosse; che a partire da una certa data, probabilmente dal 1924, l’alternativa del KPD non era particolarmente attraente; che anche prima del 1914 vi era un settore della base dell’SPD che ho definito “filisteo”, e che non pensò certo a cambiar partito; che la direzione borghese dell’SPD mascherava con una terminologia socialista la propria politica, ingannando così la propria base. Ma il problema è più di fondo. L’esperienza della guerra e successivamente quella dei governi con la partecipazione dell’SPD (particolarmente in Prussia, dove rimase sempre al potere, in coalizione con dei partiti borghesi, fino al 1932) aveva spezzato il comune sentire “rivoluzionario” della classe lavoratrice e aveva lasciato in eredità una profonda disillusione a un importante settore di lavoratori. La “missione storica” del proletariato, la certezza che “il futuro è del socialismo”, la sicurezza nella vittoria finale dei lavoratori, tutto questo era di un altro mondo, un mondo che era scomparso negli orrori della Grande guerra. Tutto era cambiato, e in peggio. Come aggiornare le vecchie speranze e le vecchie certezze con la nuova realtà? Molti lavoratori non ci riuscirono, relegarono il sogno di un qualche “socialismo” a una distanza più o meno siderale, e diventarono “realisti” e “opportunisti”. Meglio qualche piccolo passo in avanti, ma concreto, dei sogni che non ti fanno né mangiare né avere un tetto: e l’SPD, “il nostro partito, il partito dei lavoratori”, se è al potere qualcosa te lo faceva avere, un assegno di disoccupazione, una casa popolare… Nel 1902 Rappoport scriveva queste righe, sicuramente corrispondenti alla realtà di quel tempo:

Il proletariato si trova nella posizione di un individuo condannato a restare in carcere per tutta la vita. A volte gli viene offerto di migliorare il suo regime carcerario, di dargli più ore d’aria, un cibo migliore. Per paura di morire d’inedia, non osa rifiutare i miglioramenti proposti. Ma sarebbe criminale e stupido se ne approfittassimo per fargli dimenticare la sua prigionia. Finché il proletariato rimarrà nella prigione capitalista, non smetterà di chiedere il miglioramento del suo regime provvisorio. Ma non dimenticherà, tuttavia, che quello che conta è prima di tutto distruggere la prigione stessa.

Dopo la guerra, dopo tutti i catastrofici e inimmaginabili peggioramenti del loro “regime carcerario”, un settore di lavoratori vide come solo orizzonte realistico il miglioramento di questo regime, e vide come del tutto irrealistica la possibilità di “distruggere la prigione”. Certo, non fu l’unica reazione da parte dei lavoratori tedeschi, ma quella di una parte significativa. Nei partiti socialisti in quegli anni nasceva, insieme al riformismo borghese delle direzioni, una tradizione, un pregiudizio “realista” (“opportunista”) nella loro base operaia: passivizzazione nella militanza politica, delega sul terreno politico ai dirigenti e ai burocrati, attivismo solo sindacale, fiducia che attraverso piccoli passi, riforme più o meno incisive ottenute partecipando al potere, si arriverà chissà un giorno a qualcosa che sarà un “socialismo”, che poggerà sulla “democrazia” conquistata a caro prezzo e sullo Stato. Inizia un periodo storico, che è durato circa settant’anni in Europa occidentale, in cui i riformisti hanno mantenuto la maggioranza all’interno della classe operaia durante i periodi “normali”, e con esplosioni di massa anticapitaliste in periodi eccezionali, “prerivoluzionari”. È il mondo in cui è vissuto Mandel e che ha analizzato con una acutezza straordinaria, ma è stato un mondo con una data di nascita e una data di morte. La tradizione, il pregiudizio “opportunista” della classe operaia aveva radici e cause storiche. Quello che molti odierni commentatori chiamano il “naturale riformismo dei lavoratori” fu invece il frutto avvelenato della Grande guerra, del fallimento della Seconda internazionale e del tradimento delle direzioni socialdemocratiche.

Engels nel 1891 scrisse una piccola pagina di riflessioni. Questa pagina è stata pubblicata per la prima volta nel 2010, in lingua originale (francese), nel 32° volume della prima sezione della Gesamtausgabe di Marx ed Engels, ed è stata tradotta in italiano nel 2020 nel 27° volume delle Opere di Marx ed Engels, edito da Lotta comunista. È uno scritto stupefacente, non a caso mantenuto inedito per 119 anni. A parte le tre righe iniziali il testo è questo:

Ecco le prospettive del partito socialista tedesco – se la pace non viene sconvolta. Perché una guerra europea cambierebbe tutto. La borghesia tedesca, il governo dell’impero sono impotenti di fronte al socialismo. Ma una guerra, la sola possibile oggi, una guerra che avrebbe nella Germania il principale campo di battaglia per dieci-quindici milioni di soldati, sarebbe sufficiente per ridurre, in sei mesi, questo paese nello stesso stato di esaurimento in cui lo lasciò la fine della Guerra dei Trent’anni. Nel 1648 la rivoluzione borghese protestante, vittoriosa in Olanda, Svizzera, Scozia e Inghilterra, nella Germania vinta fu annientata; il protestantesimo tedesco non rappresentò più nient’altro che il diritto dei principi a imporre la propria religione ai sudditi. Se scoppia la guerra, e se la Germania viene vinta, il socialismo tedesco non avrà più valore che il protestantesimo tedesco del 1648; ciò non significherebbe granché se la guerra assicurasse la vittoria del socialismo altrove, ma sappiamo tutti che non può essere così. Guardiamo la cosa da vicino; confrontiamoci con i fatti, che essi siano o no gradevoli per noi. L’Europa è divisa in due campi.

Questi appunti sono coevi alla stesura dell’articolo “Il socialismo in Germania”, in cui Engels affrontava la possibilità di una guerra generale in Europa. Non è qui tanto questione della periodizzazione della fallita rivoluzione borghese in Germania (già seriamente compromessa dall’esito della guerra dei contadini del 1524-26), o nella sottovalutazione delle forze che sarebbero state mobilitate nella successiva Grande guerra (ma sarebbe scoppiata solo un quarto di secolo dopo, e di certo Engels non era un indovino), o della previsione di una guerra combattuta sul territorio tedesco con distruzioni paragonabili alla guerra dei trent’anni – che vi fu, ma solo nella Seconda guerra mondiale, e che fu seguita non da una più che secolare stagnazione, ma da un impetuosa ripresa economica grazie alla congiuntura internazionale. Il punto decisivo è un altro. Engels ragiona per paralleli storici. Sa che la bandiera luterana, e poi quella calvinista, erano il simbolo e l’ideologia della classe borghese in ascesa e in lotta esattamente come il socialismo era il simbolo e l’ideologia della classe proletaria in ascesa e in lotta alla fine del XIX secolo. Se il luteranesimo, il calvinismo, il socialismo diventano, per una serie di fattori storici determinati, delle ideologie sconnesse dalle classi sociali e dalle loro missioni storiche (la conquista del potere), diventano delle ideologie di asservimento per queste stesse classi sociali – nel caso del luteranesimo e del calvinismo a beneficio dei principi feudali grazie alla guerra dei trent’anni. Nel caso del socialismo a beneficio della borghesia, grazie a una guerra generale in Europa? Engels non lo dice, ma è facile presuppore che il parallelo storico porti a una tale conclusione. In un altro scritto Engels aveva affermato che dopo una guerra generale europea il proletariato di un paese vinto aveva l’obbligo di fare la rivoluzione. Qui considera l’ipotesi che questo non accada, come avvenne in Germania nel 1918-19, quando la classe lavoratrice non conquistò il potere. E davvero è successo quello che Engels prefigurava: il socialismo divenne “socialismo borghese”, un’ideologia al servizio della borghesia per asservire la classe lavoratrice. Grazie alla trasformazione della direzione dell’SPD in “stato maggiore borghese” della classe proletaria, quest’ultima venne consegnata alla borghesia in nome del “socialismo”. È una storia che ha avuto conseguenze e ricadute per decenni, ma, come dice Engels, “confrontiamoci con i fatti, che essi siano o no gradevoli per noi”. Se l’Inghilterra ha illustrato i lunghi e dolorosi passaggi per superare un “collasso strategico”, la Germania ha illustrato invece quanto possano essere lunghi e tortuosi i sentieri dell’emancipazione proletaria. E d’altronde, parafrasando Marx, è così che bolle l’infernale pentola della storia.

[fine I parte]