Il 6 aprile del 1941 l’Italia fascista e sabauda, insieme alla Germania nazista (e all’Ungheria e Bulgaria) invadeva la Jugoslavia. Dopo meno di due settimane di combattimenti, il paese venne occupato e diviso tra gli aggressori. Gli imperialisti italiani annessero la Slovenia occidentale, parte della Dalmazia (Spalato, Sebenico e Cattaro), il Kosovo e la Macedonia occidentale. In totale quasi 20 mila km2 e oltre un milione di abitanti. La retorica nazionalista e fascista “rivendicava” la cosiddetta “italianità” della Dalmazia occupata (dove gli “italiani” erano meno del 2% della popolazione), stendendo un velo pietoso sul resto delle terre occupate (salvo atteggiarsi a “protettrice” delle minoranze albanesi nelle zone occupate in Kossovo e Macedonia). La resistenza jugoslava però in breve tempo riuscì ad organizzarsi, sotto la guida dei comunisti di Tito, ed a creare sempre più difficoltà agli invasori tedeschi, italiani, ungheresi e bulgari, fino a liberare l’intera Jugoslavia entro il maggio del ’45. Il prezzo pagato dai popoli jugoslavi all’aggressione fu enorme: si parla di circa due milioni di morti (su una popolazione di meno di sedici milioni). Di questi morti circa un quarto furono responsabilità italiana, in particolare ad opera delle camicie nere, degli alpini e dei bersaglieri. Anche per questo, quando si parla delle “foibe”, sarebbe d’uopo guardare la trave nei propri occhi, prima di concentrarsi sulla pagliuzza negli occhi del vicino.

FG