Domenico Quirico

Bisogna fare in fretta. Secondo la legge l’omissione di soccorso a chi è in pericolo è una condotta passibile di pena. E il seme del silenzio germoglia in fretta, bastano pochi mesi perché possa produrre la più radicale negazione, quei morti e quei profughi saranno eliminati dalla storia e il loro nome ridotto in polvere, il loro destino espulso dal passato comune. In fondo, si dirà, quella del Tigrai è una piccola guerra interna, faccende di etnie, di spartizione del potere tra tribù. La storia dell’Etiopia ne è colma, era già così ai tempi di Menelik e nel negus Giovanni. Ci chiederemo: in fondo che volevano quei tigrini per dare in scalmane? L’Etiopia è grande, il gigante dell’Africa, ha enormi possibilità di sviluppo ha costruito una ciclopica diga sul Nilo azzurro, promette buoni affari e stabilità.

I segni ci sono già tutti. L’operazione di ‘’mantenimento dell’ordine’’, così la chiama il suo implacabile stratega il primo ministro etiopico Abiy Ahmed affettando obiettivi di piccolo cabotaggio, si è chiusa sveltamente con la presa a novembre di Makallè, capitale dei ribelli tigrini che contestano il vigore centralista e temono perdita di potere. E hanno avviato la guerriglia. L’accesso alla provincia del nord è ben sigillato, soprattutto per giornalisti e chi vuole indagare, così le richieste di inchieste internazionali viaggiano come sempre al rallentatore. La pulizia si svolge senza testimoni come ben si addice ai delitti di massa. Silenzio si uccide. Son bastati quattro mesi e il Tigrai è già uscito di scena, non ne parliamo più.

Non ascoltate certi pignoli, ripetono ad Addis Abeba: le prove di massacri sono solo immagini di satelliti o vaghi video sui social. Il rifiuto di ficcanaso occidentali come sempre raggruppa con cipiglio nazionalista anche i più tiepidi sostenitori del ‘’Partito della prosperità’’ del primo ministro. ‘’l’Etiopia non ha bisogno di baby sitter’’ ha sintetizzato il portavoce del governo che non usa certo una prosa intorcinata.

L’alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani Michelle Bachelet però parla di ‘’violazioni gravi ‘’ che potrebbero costituire ‘’ipotesi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità’’. Tradotto nella lingua di chi passa in questa valle di lacrime vuol dire massacri di civili, bombardamenti indiscriminati, stupri collettivi, ampi saccheggi. E poi c’è Amnesty con un rapporto sulla città santa di Axum dove i massacri a novembre sarebbero durati due giorni e avrebbero provocato centinaia di morti. Persino gli americani con il segretario di stato nuovo di zecca Antony Blinken hanno timidamente chiesto al governo etiopico di ‘’consentire’’ una inchiesta internazionale. Timidamente. Il consiglio di sicurezza ha aperto un dossier, anche lui timidamente. Tutto inizia con la conta dei morti.

Chi uccide e saccheggia? L’accusa è generale: le truppe eritree messe al servizio dell’amico Abiy dal dittatore di Asmara Afewerki, approfitterebbero per prendersi la vendetta sui tigrini per la guerra del Mareb, anni ottanta, centomila morti; e fare bottino.  E poi ci sono le bande irregolari della etnia amhara, i Fannos, che si stanno riprendendo armi in mano le terre fertili del nord annesse dai tigrini quando erano al potere. Addis Abeba parla di bugie: nessun soldato eritreo combatte nel Tigrai. E denuncia a sua volta un massacro a Mai Kadra al confine sudanese ma compiuto da miliziani tigrini. Perché ci sono decine di migliaia di profughi in campi di fortuna e da due a quattro milioni di persone esposte al pericolo di carestia che avrebbero bisogno di aiuti urgenti. Fantasmi indistruttibili si riaffacciano: anni ottanta il negus rosso l’Etiopia e la fame.

Ma c’è un particolare che ancor più deve farci riflettere. Il signore della guerra sporca nel Tigrai, il primo ministro etiopico, è anche premio Nobel per la pace. Tre anni fa lo immortalarono tra i Giusti per aver firmato la pace con l’Eritrea; una pace firmata da solo, perché non ebbero il coraggio di premiare anche l’altro firmatario Isaias Afewerki, uno dei più bui dittatori d’africa. L’uomo che sta aiutando Abiy a ‘’pacificare’’ il Tigrai…

Concedere un premio è facile ed è facile anche revocarlo: quando il premiato non se n’è rivelato degno, perché si è commesso un errore, perché la Storia ci ha dato una lezione. Le guerre si fanno sempre per amore della guerra. Gli etiopici massacrati nel tigrai da un premio Nobel non hanno diritto a questa revoca? Allora immaginiamo a Oslo una nuova cerimonia del Nobel: riparatoria, sostitutiva ma altrettanto solenne. Con il re la regina, i signori in frac, gli abiti da sera, la musica. Il Nobel ai sopravvissuti, ai fuggiaschi.

Avanzano i nuovi premiati, che saranno iscritti sul libro d’onore al posto di Abiy Ahmed. Anche loro pronunceranno il discorso di accettazione, in tigrinya, la lingua della loro terra. Forse avevano ascoltato il discorso di Abiy nel dicembre del 2019, si erano inorgogliti, commossi:  ‘’…la guerra è l’incarnazione dell’inferno  per tutti coloro che vi partecipano, io lo so perché ne ho fatto l’esperienza  e ne sono uscito’’.  Parole profonde.

Anche loro possono raccontare quell’inferno. Uno viveva nel villaggio di Dengolat, era lì quando sono arrivati i soldati eritrei, difficile distinguere, parlano la stessa lingua, il colonialismo italiano ha messo in mezzo una frontiera. Hanno ucciso oltre cento persone, lui potrà narrare ognuna di quelle morti. E poi sarà la volta una donna, di Axum. Si stringerà nella sua povera futa colorata, e narrerà: ancora gli eritrei, hanno girato casa per casa, non avevano fretta, ah! si sono presi tempo due giorni interi, sparando a vista uccidendo centinaia di uomini. Il sacrilegio di Axum, più antica di Parigi e di Londra, la Gerusalemme d’Africa, la nuova Betlemme dove è nato il Cristo  etiopico, dal viso scarlatto e dai capelli neri e crespi, esperto di magie e di acque sante. E poi un fuggiasco di Wolkait, dove non c’è più un tigrino, solo amhara. E poi ci saranno i fuggiaschi di Humera, di Adigrat con altre violenze e pene infinite. I loro racconti li potrete raccogliere sulle spiagge dei naufraghi, lungo le vie dei migranti. Date loro tempo. Già nei campi dei profughi sciacalli cercano clienti per il viaggio verso nord, offrono passaggi attraverso il Sudan. Un’altra vota ascoltarli ci avvilirà: non è ammissibile… non si doveva permettere. E poi alla fine eccoci qua: abbiamo accettato ogni cosa. Una sola cosa abbiamo imparato la nostra radicale impotenza. Ma almeno il Nobel, per decenza, revochiamolo.  Lo dobbiamo agli uccisi, tutti. Uccisi: come suona grandiosa questa parola esplicita, amica, coraggiosa.

Tratto da: http://www.lastampa.it