Ilario Salucci

Indice

Introduzione. Due secoli di movimento operaio 1

Il punto di vista di Marx ed Engels

1. “Guardare più lontano, avere una visione più ampia” 5

2. I lavoratori in cattedra, Marx ed Engels nei banchi 11

3. Fatti, parole e polemiche: riformismo – partito – coscienza 19

4. La via al potere 28

Sviluppi storici e problemi interpretativi.

1. Dinamiche della classe operaia inglese, 1838-1914 41

2. Splendori e miserie della Seconda Internazionale: Germania, 1890-1914 64

3. Stalinismo e fascismo: Germania, 1929-1953

4. Movimento operaio e guerra d’Etiopia, 1935. Un case study.

5. De te fabula narratur: dal 1950 statunitense al 1985 europeo

Conclusione. A che punto siamo? (e alcune modeste proposte)

Introduzione. Due secoli di movimento operaio

In quanto segue sviluppo delle considerazioni relative esclusivamente all’Europa occidentale, all’America settentrionale e al Giappone, cioè a quella parte del pianeta terra che tempo fa veniva chiamata “primo mondo”, mentre altri vi si riferivano come l’insieme dei paesi “a capitalismo avanzato”; ancora oggi viene definita come “occidente”. Quanto segue può esser utile solo come punto di partenza, o come termine di confronto, per una analisi dei paesi qui esclusi, analisi che è al di là delle mie attuali competenze.

Sfogliando documenti e scritti del movimento operaio di un secolo e mezzo or sono, di cui molti sono a firma di Marx ed Engels, quanti oggi si definiscono “marxisti”, oppure “marxisti rivoluzionari” per rafforzare la loro identità con le vedute originarie di Marx ed Engels, e militano in quanto rimane dell’odierno “movimento operaio”, proverebbero un sincero sconcerto, una impressione di spaesamento. Effetto della distanza temporale, e della siderale diversità di situazioni?

1864, Londra. Marx partecipa alla fondazione dell’Associazione internazionale dei lavoratori, i cui membri più eminenti in Inghilterra sono un gruppo di sindacalisti membri della direzione delle Trade unions di Londra (London Trades Council – LTC). Questi ultimi combattono aspramente altri sindacalisti di Londra, con collegamenti nell’Inghilterra settentrionale, il cui esponente più in vista era George Potter, che viene bollato dal LTC come “fabbricatore di scioperi”, “trafficante in scioperi” e la sua attività a favore di questa o quella categoria di lavoratori in sciopero viene pesantemente criticata, in perfetta sintonia con la borghesia inglese che lo odia in quanto “strike manager”. Il LTC voleva ridurre al minimo gli scioperi, a favore di arbitrati (oggi diremmo “della concertazione”) e questo era uno dei punti più importanti del suo programma. Per condurre la campagna per l’estensione del suffragio nelle elezioni per il Parlamento i membri dell’Associazione internazionale dei lavoratori fondano la Reform League, mentre i seguaci di Potter fondano una associazione concorrente, la London Working Men’s Association. In queste lotte interne al mondo sindacale e politico inglese Marx si allinea sempre e nel modo più conseguente con il LTC, qualificando Potter come “a rat of men”, “un uomo schifoso”.

1865, Londra, Berlino. Marx scrive a Johann Baptist von Schweitzer, il redattore capo dell’organo dell’ADAV, il partito operaio tedesco fondato due anni prima da Lassalle. La lettera è una dura critica a una serie di politiche dell’ADAV (ostilità o freddezza nei confronti dell’organizzazione sindacale, richiesta di sostegno statale alle cooperative di lavoratori), e si conclude con la frase “La classe operaia è rivoluzionaria o non è niente”.

1871, Londra, Parigi. Dopo la sconfitta dell’esercito di Napoleone III ad opera dell’esercito tedesco sul suolo francese, si sviluppa a Parigi una situazione rivoluzionaria che avrà come sbocco la nascita della Comune. Ma fino alla nascita della Comune sia Marx che Engels non consigliano di “sfruttare” la situazione rivoluzionaria, ma esattamente il contrario: consigliano ai parigini prudenza, pazienza e la ricerca di un onorevole compromesso con Versailles, ovviamente da una posizione di forza, e con guadagni tangibili. Quello che per loro è fondamentale non era “cogliere l’occasione”, ma che i lavoratori francesi avessero il tempo necessario per accumulare esperienze, organizzazioni, conoscenze, forze. Ovviamente dopo la nascita della Comune sono stati i suoi difensori più accaniti, ma anche successivamente in più occasioni hanno messo in guardia i lavoratori dal “cogliere l’occasione”: è come se le situazioni rivoluzionarie, molte volte anche se non sempre, per Marx ed Engels dovessero essere disinnescate nell’interesse dei lavoratori.

1879, Londra, Zurigo. Engels scrive a Bernstein, in esilio in Svizzera, sulle vicende operaie inglesi, e in sostanza sostiene che ci sono sì scioperi in vari settori, ma di nessun interesse in quanto senza alcuna connotazione politica indipendente, e che di conseguenza questi scioperi, anche se vittoriosi, non facevano fare alcun passo in avanti. In Inghilterra, per Engels, non c’era alcun “movimento operaio”.

1881 e 1882, Londra, Zurigo, Lipsia. Engels scrive due lettere, la prima a Bernstein e la seconda a Bebel, sul tema delle “statalizzazioni” – oggi noi diremmo “nazionalizzazioni”. Nella seconda lettera critica un dirigente socialdemocratico tedesco, Singer, perché ritiene qualsiasi nazionalizzazione una misura “semi-socialista” o almeno “pre-socialista”, ed Engels qualifica queste teorie come “frottole”, “ereditate dalla lotta eccessivamente unilaterale contro il liberalismo” (oggi diremmo “liberismo”). Queste teorie avrebbero facilitato “il gioco del dibattito” negli ambienti borghesi e “acculturati”, dove avrebbero trovato largo seguito. Nella prima lettera Engels afferma che “è una mera falsificazione interessata da parte della borghesia di Manchester” (cioè quella “liberale” o “liberista” che dir si voglia) definire come ‘socialismo’ le intromissioni dello Stato nella libera concorrenza”, come le nazionalizzazioni, e aggiunge che noi “dobbiamo combattere tutto questo”, cioè combattere contro le nazionalizzazioni, e “non crederci”, cioè non credere che queste misure siano invece socialiste (nel 1891 Engels scriverà che “sino a quando le classi dominanti restano al potere, ogni nazionalizzazione non è una soppressione ma solo un mutamento di forma dello sfruttamento”). Nel 1882 Lafargue stigmatizza i “possibilisti” francesi di Brousse, fautori delle nazionalizzazioni (“servizi pubblici”, nel linguaggio politico francese dell’epoca) scrivendo che il “comunismo” di Brousse è “un comunismo su misura per i borghesi, modesto, poco compromettente”. “I socialisti non devono reclamare che nuove industrie diventino servizi pubblici”, perché in tal modo aumenterebbe la potenza corruttrice dei politici borghesi. Cinque anni dopo torna sull’argomento, affermando che l’ipotesi di trasformare tutto in “servizi pubblici”, piano piano, un pezzo per volta, è una illusione fatta per far addormentare il popolo, e che se fosse davvero realizzata sarebbe un incubo senza pari, con funzionari statali che conducono come bestiame il popolo lavoratore, disciplinato e gerarchizzato – una sorta di Paraguay dei gesuiti in piena Europa: “bel socialismo! Ma a questo si arriva prestando fede ai borghesi, credendo a ciò a cui essi stessi non credono ma danno solo a intendere: Stato = socialismo”, aveva già scritto Engels nella sua lettera del 1881. Lafargue conclude dicendo che il primo obiettivo è la conquista del potere politico da parte dei lavoratori, e solo una volta che abbiano il potere in mano si potrà procedere a nazionalizzazioni nel loro interesse.

Ultimo esempio: le continue, infinite occasioni in cui sia Marx che Engels mostrano una fiducia senza riserve nella capacità dei lavoratori, della massa dei lavoratori, a trovare la giusta strada storica per farla finita con il capitalismo (i commentatori hanno infinite volte parlato dell’ “ottimismo” di Marx, mentre Engels avrebbe avuto una visione “romantica” delle masse). Non solo: secondo Marx ed Engels, sempre in continue, infinite occasioni, la lotta decisiva tra lavoratori e borghesi si sarebbe svolta in una “repubblica democratica”, che sola avrebbe permesso il pieno dispiegamento della lotta di classe, senza intralci di sorta, fino alla conquista del potere (i commentatori hanno invariabilmente sottolineato la totale erroneità di questa supposizione, facendosi forti dell’evidenza storica: la “repubblica democratica” attenuerebbe in realtà la lotta di classe, riuscendo a “incorporare” i lavoratori).

Cosa direbbero Marx ed Engels guardando oggi all’Italia? Che i lavoratori, nonostante tutte le apparenze, sono ottimi combattenti rivoluzionari (in questo caso verrebbero sottoposti d’ufficio all’alcol test), oppure che il movimento operaio non esiste per quante lotte sindacali si possano avere oggi o domani, oppure che semplicemente non esiste più la classe operaia? E questo addirittura dopo ben più di 70 anni di “repubblica democratica”! Disprezzerebbero come negli anni ‘860 i lavoratori e sindacalisti combattivi e si metterebbero insieme ai bonzi sindacali che inneggiano alla concertazione? Rifiuterebbero con indignazione ogni proposta di nazionalizzazione?

Sconcerto e spaesamento sono senza dubbio effetto della distanza temporale, e della siderale diversità di situazioni. Si può aggiungere che procedendo a contestualizzare questa o quella presa di posizione di Marx ed Engels si capisce meglio la logica del loro approccio (per es., Potter non era affatto il radicale che talvolta poteva apparire). Si può aggiungere che alcune prese di posizione fossero dettate da fattori caratteriali, psicologici, come per via del presunto “ottimismo”. Si può anche aggiungere che vi possono essere dei fraintendimenti sul significato delle parole – si v. l’associazione, che viene naturale dopo un XX secolo a dir poco tumultuoso, tra “rivoluzione” e “insurrezione”, mentre per Marx si aveva una “rivoluzione” quando una classe subentrava al potere a discapito di un’altra classe (borghesia verso aristocrazia, proletariato verso borghesia), e come giustamente specificava Kautsky si può ben pensare a rivoluzioni pacifiche (per quanto possano sembrare improbabili…) e invece a riforme, senza mutamento di classe al potere, strappate con insurrezioni violente e sanguinose. E infine si può semplicemente affermare che Marx ed Engels si sbagliavano, e noi possiamo ben dirlo dopo più di 120 anni di esperienza storica accumulatasi dopo la loro morte (ma per fare questo passo “marxisti” e “marxisti rivoluzionari” sarebbero ancor più a disagio…).

Van der Linden, in un saggio pubblicato nel 2020, abbraccia la posizione che i nostri due tedeschi si sbagliavano davvero. Prima definisce quella che lui nomina “l’ipotesi Marx-Hess-Engels” (a partire da “L’ideologia tedesca” – per questo inserisce anche Hess): “la classe lavoratrice sarà più importante nelle future rivoluzioni, che presto sfoceranno nel sovvertimento delle relazioni capitaliste”. Le conclusioni di van der Linden sono che “durante il ventesimo secolo il ruolo [del lavoro] non è mai stato così grande come l’ipotesi di Marx-Hess-Engels ci avrebbe fatto credere. Da nessuna parte una rivoluzione è culminata in una società stabile basata sugli interessi dei lavoratori. Certo, la ‘classe più bassa’… a volte è salita al potere (ad es. in Russia), ma non è mai riuscita a mantenere questo potere a lungo”. Inoltre “le rivoluzioni del ventesimo secolo hanno tutte avuto luogo in paesi pre-industriali o in via di industrializzazione, e mai in società capitaliste pienamente sviluppate. Alcuni potrebbero considerarla una coincidenza, ma la sistematica mancanza di rivoluzioni dal basso da parte della classe lavoratrice nei paesi a capitalismo sviluppato suggerisce una ragione strutturale”. A riprova il fatto che “controistituzioni di doppio potere non sono mai sorte nelle democrazie parlamentari consolidate”. In sintesi, “sotto il capitalismo avanzato, con circostanze che secondo l’ipotesi Marx-Hess-Engels dovrebbero essere le più favorevoli per una rivoluzione proletaria, questa non ha avuto luogo”, e di conseguenza la loro teoria della classe lavoratrice “è stata in parte confutata dall’esperienza storica”. Come dargli torto?

Le considerazioni per dar conto dello sconcerto provato sono di buon senso, ma nonostante questo lo sconcerto rimane (o addirittura aumenta), e rimane quello che implica questo sconcerto: e cioè che la situazione attuale e quella di 150 anni or sono non sono commensurabili, che non si può avere una “teoria generale” del movimento operaio applicabile al XIX, al XX e al XXI secolo, che possa dare intelligibilità a differenze e a continuità, che possa essere una guida a un presente che riguadagnerebbe una logica storica, ma solo contingenze più o meno durature, variabili nel tempo e nello spazio. Oppure sì? Sbarazzandoci di Marx ed Engels, o emendandoli in modo radicale, alla van der Linden, o rivalutandoli in un’altra ottica?

Marx aveva una altissima stima per Adolphe Quételet, il matematico belga fondatore della moderna disciplina della statistica, ma affermava nel 1869: “Quételet… ha acquistato grande merito in passato, dimostrando come perfino gli avvenimenti apparentemente casuali della vita sociale posseggano, attraverso la loro ricorrenza periodica e le loro cifre medie periodiche, una necessità intrinseca. Però l’interpretazione di questa necessità non gli è mai riuscita”. Marx pretendeva di aver colto il perché delle necessità della vita sociale nel suo svolgimento storico, almeno nei suoi elementi fondamentali. Anche Thompson riconosce che è possibile interpretare le “necessità” dello sviluppo storico, e che anzi è compito precipuo di uno storico fornire queste interpretazioni:

Che la spiegazione storica non tratti di assoluti e che non isoli delle cause sufficienti è qualcosa che irrita molto alcuni spiriti semplici e impazienti. Essi suppongono che, siccome la spiegazione storica non può essere Tutto, allora è Niente; nulla più di una lunga narrazione fenomenologica in ordine cronologico. È un errore stupido. Perché la spiegazione storica non rivela come la storia doveva svolgersi, ma perché si è svolta così e non diversamente; rivela che il processo non è arbitrario ma ha le sue regolarità e razionalità; che alcuni tipi di avvenimenti (politici, economici, culturali) sono tra loro collegati, non secondo modalità che chiunque può scegliere, ma in modi precisi e dentro determinati campi di possibilità; che alcune formazioni sociali non sono né governate da “leggi”, né sono “effetti” di un teorema strutturale statico, ma sono caratterizzate da relazioni precise e da una logica processuale specifica. E così di seguito. E ben altre cose ancora.

È davvero possibile una “teoria generale” del movimento operaio che dia conto della sua storia, che spieghi “perché si è svolta così”, dimostri che “il processo non è arbitrario ma ha le sue regolarità e razionalità”, e spieghi come gli “avvenimenti (politici, economici, culturali) sono tra loro collegati… in modi precisi e dentro determinati campi di possibilità”? A mia conoscenza vi sono stati solo due tentativi in questo senso, uno totalmente fallimentare, l’altro incompiuto.

Nel 1928 lo statunitense Selig Perlman (con una gioventù da marxista alle spalle) pubblicò un volume intitolato “A theory of the labor movement”. Convinto che la prosperità statunitense degli anni venti fosse un fattore permanente del capitalismo, sostenne che la coscienza organica, naturale, dei lavoratori fosse non di tipo socialista, di tipo rivoluzionario, ma quella espressa dal sindacalismo “puro e semplice” dell’AFL formatosi sotto la direzione di Samuel Gompers. Mentre gli intellettuali di sinistra volevano che i lavoratori si concentrassero sull’obiettivo della rivoluzione proletaria, i veri lavoratori in carne e ossa preferivano un’economia capitalista, in cui avere garanzie del lavoro e con salari, orari e condizioni di lavoro migliori. Solo un anno dopo la pubblicazione del suo libro, la prosperità statunitense si tramutò nella più catastrofica crisi economica che il capitalismo avesse mai conosciuto, e gli anni ‘930 furono gli anni della nascita di un sindacalismo di massa combattivo e radicale, che portò alla rottura dell’AFL, alla nascita della CIO, e alla crescita a livelli di massa del Partito comunista, sia in termini numerici, sia in termini di peso politico complessivo.

Nel 1976 Mandel iniziò a riconsiderare la storia complessiva del movimento operaio, soprattutto del XX secolo (a partire dal 1917). Nella primavera di quell’anno pubblicò un saggio intitolato “25 thèses sur la révolution mondiale” (la versione inglese reca il titolo “On the current stage of world revolution”), e concesse un’intervista a Weber “Sur la stratégie révolutionnaire en Europe occidentale”, che insieme ad altre interviste confluì (in modo ampliato) nel volume del 1979 “Revolutionary Marxism today”. Sempre nel 1976 iniziò a scrivere un libro con un titolo identico a quello di Perlman, “Théorie du mouvement ouvrier”, in cui affermava che questa teoria sistematica non era stata sviluppata da nessuno, e che avrebbe dovuto “render conto della straordinaria diversità di forme e di peripezie del movimento operaio, sia nello spazio… che nel tempo”, e soprattutto “spiegare questa diversità in funzione di una serie di fattori specifici”, grazie a “una dialettica del generale e del particolare” e integrando “l’autonomia relativa del fattore politico e ideologico”. Questa teoria doveva spiegare “il perché delle vittorie e delle disfatte – incluse le vittorie trasformatesi in disfatte, e le disfatte che sono state un preludio a dei nuovi balzi in avanti”, e infine doveva individuare le leggi generali dell’evoluzione storica del movimento operaio. Vasto cantiere! E forse per questo Mandel non arrivò a concludere il libro, scrivendone una bozza corrispondente a circa un terzo di quanto aveva pianificato. Nel volume del 1979, in una integrazione all’intervista di Weber, cita questo suo work in progress, ma con altro titolo: “General Theory of wage labor, the worker movement and socialism”. In realtà si era limitato a stendere un nuovo piano di lavoro senza mai procedere alla nuova stesura. Nel 1994 dichiarava che questa opera “è più importante per il nostro movimento [la Quarta Internazionale] di molti testi che ho scritto finora”, ma la malattia e la morte qualche mese dopo gliene impedirono la stesura. Tuttavia nelle citate integrazioni apportate al volume del 1979 aveva riassunto alcuni sviluppi centrali di questo progetto:

la realtà della lotta di classe nei paesi capitalisti avanzati dalla prima guerra mondiale… non può essere ridotta semplicemente alla formula “il riformismo domina” o all’affermazione opposta che “i lavoratori tendono spontaneamente ad essere rivoluzionari ma i traditori riformisti impediscono loro di fare la rivoluzione”. Entrambe queste proposizioni sono analiticamente assurde. La prima implicherebbe semplicemente che il socialismo è impossibile, la seconda esprime una concezione demonologica della storia. Nessuna delle due è in grado di rendere conto della realtà storica… Lenin ha detto che la classe operaia è “naturalmente sindacalista” durante i periodi di normale funzionamento del capitalismo e “naturalmente anticapitalista” nelle situazioni rivoluzionarie o prerivoluzionarie. I riformisti continueranno probabilmente a mantenere la maggioranza all’interno della classe operaia durante i periodi “normali”, se effettivamente l’espressione ha un significato durante la fase di decadenza capitalista… Che la classe operaia sia spontaneamente anticapitalista durante i tempi prerivoluzionari è stato confermato su vasta scala in un paese dopo l’altro … [le] esplosioni di attività (e coscienza) spontaneamente anticapitaliste hanno effetti meno duraturi sulla coscienza di classe e consentono ai riformisti di riprendere il controllo in tempi relativamente brevi, a meno che non vi siano potenti organizzazioni di massa anticapitaliste come i partiti comunisti dei primi anni venti o non vi sia un’avanguardia operaia di dimensioni significative che sia costantemente diffidente nei confronti degli apparati burocratici.

Mandel, nel 1976-79, viveva in un mondo (nato dalla prima guerra mondiale) di grandi apparati burocratici riformisti, maggioritari nella classe lavoratrice, e di una combattività operaia tenace, con ondate che potevano sconvolgere tutta la società. Mandel, nel 1976-79 (sbagliando, purtroppo) si attendeva una nuova ondata di questo tipo, a breve scadenza, nell’Europa meridionale, dove a suo parere era presente a differenza del passato “un’avanguardia operaia di dimensioni significative costantemente diffidente nei confronti degli apparati burocratici”. Ma a parte la sbagliata previsione congiunturale, a mio avviso il suo errore fu di generalizzare la situazione creatasi con la prima guerra mondiale: la sua analisi, più che pertinente per quel mondo, è venuta a decadere con la trasformazione dei partiti operai riformisti in partiti borghesi tout court, e con il crollo della coscienza di classe in “occidente” a partire più o meno dalla metà degli anni ‘980. Per questo nel 1994 sentiva l’urgenza di riprendere in mano quel suo vecchio progetto, integrando le nuove lezioni – la sua morte è stata una perdita incalcolabile per il marxismo.

Marx ed Engels ritenevano la classe operaia naturalmente e spontaneamente rivoluzionaria. Invece negli anni ‘970 Mandel sosteneva che in periodi “normali” la sua maggioranza avrebbe seguito “naturalmente” un corso riformista, nel decennio successivo Brenner dava spiegazioni sulla permanente vitalità storica della socialdemocrazia, e in quello ancora successivo Mandel si interrogava sugli ostacoli alla coscienza di classe. Oggi non si contano gli studi che ruotano sul “grande sonno” operaio: passività, apatia, quiescenza, conservatorismo, e così via elencando. In Italia (ma il dato è generalizzabile nell’ “occidente”) la curva degli scioperi è da decenni diventata una piatta linea appena percettibile, tant’è che l’Istat, stanca di spendere inutilmente soldi pubblici, ha deciso nel 2008 di non effettuare più alcuna rilevazione sulle ore perse per sciopero, un fenomeno sociale divenuto ormai insignificante.

[segue]