Difficile trovare articoli seri su quanto sta accadendo in Myanmar dopo il colpo di stato militare. Pubblichiamo questo articolo dell’istituto per gli studi di politica internazionale, che ovviamente non ha la nostra impostazione di analisi sociale, ma che da interessanti elementi di conoscenza.

Di Francesca Baronio da ISPI

Manifestano nelle strade del Myanmar giorno e notte, sfidando apertamente il coprifuocoimposto dalla giunta militare. Sono i giovani della generazione Z, cresciuti in sostanziale libertà negli ultimi 10 anni e non più disposti a farne a meno. La tensione tra le forze militari e i manifestanti continua a salire e gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da scontri sempre più cruenti.  Yangon, la capitale commerciale del Paese è oramai un campo di battaglia, carri armati presidiano gli incroci della città deserta e invasa da posti di blocco. Solo nella giornata di domenica 14 marzo i morti sono stati 60, senza considerare i feriti gravi e i dispersi. I manifestanti reagiscono dando fuoco alle barricate e alle fabbriche, per lo più cinesi.  Rispondono all’appello di Mahn Win Khaing Than, il vice Presidente del CRPH (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw), il comitato che rappresenta il Parlamento democraticamente eletto lo scorso novembre. Khaing Than ha autorizzato il popolo del Myanmar a rispondere alla brutalità dell’esercito, di fatto un via libera alla resistenza armata. Coltelli e armi artigianali contro un esercito professionista e armato fino ai denti. 

Dopo un iniziale atteggiamento più tollerante, i militari sembrano ormai aver perso ogni forma di pudore. Il loro scopo è quello di normalizzare la situazione entro il 27 marzo, giornata nazionale del Tatmadaw (l’esercito birmano). Le armi utilizzate per combattere il proprio popolo vanno dalle mitragliatrici leggere RPG, fucili di precisione MA-S calibro 7.62 mm, alle mitragliette di tipo Uzi e fucili semiautomatici MA-1, le stesse utilizzate dall’esercito per sopprimere i gruppi etnici armati nei conflitti decennali che hanno caratterizzato la recente storia del Myanmar. 

“Non si tratta di nuove tattiche”, dice Joanne Mariner, direttrice del Crisis Response Team di Amnesty International, “ma è la prima volta che i massacri sono stati trasmessi in livestream al mondo”.

La forza dei social e la paura del passato

Ed è probabile che sia la forza dei social, unita alla fame di libertà a dare la forza al movimento di continuare le proteste, nonostante gli arresti, le morti, e le torture costantemente documentate online. La risposta del Myanmar al colpo di Stato è stata corale, il Paese ha dato vita al più massiccio movimento di resistenza civile – CDM, Civil Disobedience Movement – della storia recente. Partito dal sindacato dei medici di Mandalay, il movimento si è via via allargato a ingegneri, insegnanti, avvocati e a tutta l’amministrazione pubblica, di fatto provocando la paralisi dell’intero Paese. All’interno del movimento, molti sono i ragazzi della generazione Z: lavoratori o studenti. Sono animati da un forte senso di sacrificio, quasi a voler rendere giustizia ai loro genitori e nonni uccisi e torturati, nel passato, dagli stessi aguzzini di oggi. Raccontano online come i propri familiari vennero portati via con violenza dalle proprie abitazioni, proprio come succede in questi giorni e scendono in strada pronti alla morte, con il gruppo sanguigno tatuato sul polso.

Non ci arrenderemo

“A costo della nostra vita non siamo disposti ad arrenderci” ci ripetono le nostre fonti sul terreno.  D’altronde anche Min Ko Naing, ex ragazzo della Generazione 88, e forse la figura più rappresentativa del Fronte di resistenza birmano, lo ha detto recentemente in una delle sue rare apparizioni via YouTube: “Non so quando arriverà la nostra vittoria fisica ma abbiamo già vinto psicologicamente perché abbiamo l’unità”. È indubbio, infatti, che il CDM sia riuscito nell’intento di mettere in crisi i generali bloccando un intero Paese. L’amministrazione pubblica è completamente immobilizzata, le banche sono chiuse, persino la banca centrale non è più in grado di erogare contanti e c’è difficoltà a garantire la corrente elettrica ; senza contare la paralisi degli ospedali, ormai semi occupati dai militari che cercano di contrastare l’attivismo del personale sanitario.

Non è andata come volevano i militari

Le cose non sono andate secondo il copione che avevano in mente i generali, che tendeva a ripercorrere l’esempio della Tailandia. A Bangkok il Primo Ministro Prayut Chan-o-Cha, al potere grazie al colpo di Stato del 2014, è riuscito a mantenere la sua posizione alla guida del Paese dopo le elezioni del 2019.

Certo è che il caos e l’instabilità in cui versa il Myanmar hanno infastidito la Cina, il più potente dei suoi vicini. Tanto più che Pechino ha molto investito nella ex Birmania per l’agognato sbocco al mare, specie con il China-Myanmar Economic Corridor, parte integrante della nuova Via della Seta (BRI). Attraverso il porto di Kyaukpyu nel Golfo del Bengala transitano il greggio e il gas naturale che riforniscono una parte importante della Cina meridionale. Un oleodotto e un gasdotto, di costruzione cinese, partono dalla Birmania, giungono a Kunming, capitale dello Yunnan, e arriveranno secondo i piani di sviluppo, fino alla provincia di Guizhou e alla regione autonoma di Guangxi.

Il disappunto di Pechino

A ridosso del golpe il “Global Times”, il giornale del partito comunista cinese edito in lingua inglese, aveva liquidato il golpe birmano come poco più di un rimpasto. Secondo la miglior tradizione la Cina non si immischia negli affari interni degli altri Stati, ma con il crescere dei disordini sono arrivati i distinguo. Lo scorso 16 febbraio l’Ambasciatore cinese in Myanmar Chen Hai ha dichiarato che « quanto accade nel paese delle cupole d’oro non è quanto la Cina voleva vedere”. Un concetto ribadito dal Ministro degli Esteri Wang Yi, che, nel corso di una conferenza di fronte alla stampa internazionale, ha manifestato disponibilità a mediare fra le parti. Infine, il 9 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha condannato “fermamente” le violenze contro i manifestanti anti-golpe. La dichiarazione è stata adottata dai 15 membri del Consiglio, e quindi anche da Cina e Russia, tradizionali alleati dei generali birmani. Il Myanmar è stato anche al centro dei colloqui della riunione ASEAN dei Ministri degli Esteri (2 marzo), anche se ufficialmente il meeting non era stato indetto sul caso birmano. Si tratta un tassello importante di un puzzle estremamente complicato. Non è usuale, infatti, che si parli dei problemi nazionali in questi vertici, anzi le questioni interne sono piuttosto un tabù in tutto il Sud-est asiatico. Su questa linea si muovono soprattutto Tailandia, Cambogia e Laos. E’ invece inusuale la netta condanna del golpe del Ministro degli Esteri di Singapore, stretto partner commerciale – nonché importante investitore – del Myanmar. Critici con i generali anche Malesia e Indonesia, i due Paesi a maggioranza musulmana del Sud-est asiatico. Alcuni parlamentari malesi hanno chiesto in un documento ufficiale che l’ASEAN sospenda la partecipazione del Myanmar dall’Associazione. L’Indonesia è stato il primo Stato a tentare una mediazione, attraverso la sua Ministra degli Esteri Retna Marsudi. Mediazione che appare però assai complicata anche per il ruolo di Aung San Suu Kyi.

La difficile trattativa e il ruolo di Aung San Suu Kyi

Se da un lato il CDM non è infatti disposto a rinunciare alla Lady, vista come la madre della patria e unica vera figura leader nel panorama politico nazionale, dall’altra per i militari è inaccettabile trattare con chi li ha così pesantemente umiliati con due vittorie consecutive (elezioni politiche 2015 e 2020) e non sarebbero mai disposti ad accettarla come controparte in un eventuale quanto improbabile trattativa di mediazione.

Quanto al fronte occidentale, Stati Uniti, Canada e Unione Europea hanno rafforzato le sanzioni esistenti, introdotte a seguito della crisi dei Rohingya nel 2017. Lo spazio di manovra è, però,molto ristretto, i generali non hanno conti bancari e non fanno affari con l’occidente ormai da anni. Le sanzioni occidentali sono quindi, di fatto, armi spuntate.

L’isolamento del Myanmar

L’isolamento in cui si trova il Myanmar è confermato anche dalla notizia che il faccendiere israelo-canadese Ben Menashe è stato appositamente assoldato dal Tatmadaw con l’intento di ricucire i rapporti con gli Stati Uniti. Un segnale che conferma le difficoltà di Naypyidaw con Pechino.

Certo è che la situazione sul terreno è sempre più tesa. Le retate, i pestaggi e le uccisioni si ripetono quotidianamente in tutto il Paese. Le città sono infestate dai cecchini e gli attivisti temono meno la morte degli arresti, divenuti sinonimo di torture. Viste le divisioni interne dell’ASEAN, chi potrebbe avere il potere di avviare una mediazione – per quanto la storia insegni che i generali birmani non sono affatto inclini a mediare – è la Cina. In quest’ottica sono degni di interesse i tentativi del CRPH. Hanno iniziato a strutturarsi creando una sorta di Governo ombra, nominando quattro Ministri e coinvolgendo diverse ambasciate birmane nel mondo che hanno scelto di restare fedeli alla Lega Nazionale per la Democrazia. Allo stesso tempo hanno dato mandato a uno studio internazionale di avvocati (Volterra-Fietta), con sede a Londra, per perseguire penalmente la presa del potere dei militari e le atrocità commesse.

La violenza dilagante e la disperazione di un intero popolo fanno temere che una guerra civile non sia più uno scenario da escludere. Lo spazio di manovra si restringe e la comunità internazionale, pur con pochi strumenti a disposizione, è chiamata ad agire in maniera più incisiva se vuole davvero fermare i massacri.