Quando si viene tirati su come una secchia dal pozzo e si diventa Presidente del Consiglio non di uno ma di due governi, ritornare allo stato di quiete non è facile. Fallito il triplo salto governativo, a Giuseppe Conte, rimasto senza incarichi politici, Beppe Grillo, garante dei Cinquestelle, offre il posto di “presidente” del Movimento, e lui accetta con riserva dando seguito alla promessa fatta al momento di lasciare Palazzo Chigi: “io sono e ci sarò”. L’“avvocato del popolo”, così si definiva nei primi mesi ruggenti della presidenza, che forse sognava un proprio partito, ha raccolto l’invito e ha promesso di mettersi al lavoro nella ristrutturazione di quella che rimane la prima forza parlamentare, dilaniata dal “sì” al governo Draghi e decimata da fughe ed espulsioni. Entrati nella legislatura con 338 parlamentari, in tre anni ne hanno persi per strada già una novantina, gli ultimi in queste settimane, epurati ed espulsi dal Movimento oltre che dal gruppo parlamentare.

Siamo al punto d’approdo di una vicenda esemplare. Nel 2018 saliva al potere un partito che non apparteneva a nessuna famiglia politica, che teorizzava la “non alleanza” con altri, per poi allearsi con chiunque: destra, centro, sinistra e poi tutti assieme a sostenere il governo Draghi. Grillo e Draghi si sono rappresentati in questi anni come poli magnetici opposti. Per il comico fattosi capo politico, e per i grillini, l’altro era descritto come un Dracula che succhiava sangue dal popolo alle banche, un “figlio della troika debole coi forti e forte coi deboli”, un dittatore buro-tecnocratico. Ricorrendo alla figura di Conte, il Movimento pensa di ritrovare un orizzonte vago e indefinito, dopo un percorso politico eccezionale durato dal marzo 2018 al marzo 2021. Tre anni vissuti pericolosamente, tra discese e risalite. Il consenso che passa dal 32,7% alle politiche del 2018, al 17 alle europee del 2019, mentre la leadership di Conte, indefinita e leggera nel governo giallo verde, si consolida nel corso del secondo incarico coll’appoggio del Pd nel governo giallorosa. Una solidità che ora vuole diventare partitica-movimentista. Si tratta di manovre di facciata risultato di una politica liquida, dove contano più le collocazioni negli schieramenti che i programmi, e s’improvvisa provando a cogliere gli umori passeggeri dell’elettorato, il che disorienta i loro stessi seguaci, rende le forze politiche fragili (vedi le recenti dimissioni del segretario Pd Zingaretti) e la fragilità si riverbera sulla democrazia. Nei sondaggi Conte gode di una maggioranza consensuale bulgara tra gli attivisti del partito, paragonabile a quella di Grillo. Il suo ingresso è considerato un’opportunità per frenare gli attriti interni e aprirsi a un pubblico di elettori più ampio dell’area dei Cinquestelle, pescando però nell’area del Pd. La nuova collocazione del Movimento, europeista, quel tanto ambientalista che fa fine e non impegna, moderata e liberale-liberista, lo precipita nell’area dei voti detti progressisti del centro sinistra suscitando un certo allarme nel Pd e nei settori alla sua sinistra come Liberi e eguali. È l’ennesimo cambio di camicia che ha suscitato più che legittime ironie, dati i trascorsi e sul quale è legittimo nutrire dubbi sulla sincerità di certe conversioni da parte di una “religione” che cala dall’alto nuove verità, senza preavviso alcuno, come quella di cambiare in parte il nome del Movimento. È lecito sospettare che dietro tale proposito, si celi la necessità di saltare all’azzeccagarbugli la questione del terzo mandato parlamentare, assolutamente proibito dalle regole attuali. Così pure le recenti espulsioni significano anche la volontà di un taglio netto con un certo recente passato, con quella che si credeva fosse l’essenza del Movimento.