Donne di classe* 

Con l’annuncio del vaccino anti-Covid che dovrebbe essere distribuito anche qui in Italia dall’inizio del 2021, sembra andare a chiudersi questo lungo periodo segnato dalla pandemia mondiale. Si può quindi tirare un sospiro di sollievo e tornare alla “normalità”. Ma quale “normalità”? Quella in cui avviene un femminicidio ogni 3 giorni? Quella in cui le donne hanno salari più bassi dei loro colleghi omologhi maschi? Quella in cui una donna non è libera di decidere le proprie relazioni e sul proprio corpo? Quella in cui, insomma, l’oppressione di genere fa da stampella all’oppressione capitalista? No, grazie davvero!

Durante la pandemia si sono aggravate le condizioni della stragrande maggioranza delle persone, ma per le donne è andata peggio: perché guadagnano di meno, sono più precarie e spesso hanno un doppio carico di lavoro, dentro e fuori casa. Ma anche perché durante il lockdown e la profonda crisi economica e sociale che è conseguita dalle ondivaghe misure restrittive anti-Covid, le donne hanno fatto da “parafulmine sociale” e così la violenza domestica è aumentata e sono aumentati percentualmente i femminicidi a fronte di un calo delle vittime per omicidio, soprattutto durante il lockdown.

La pandemia ha influito in maniera negativa sull’oppressione di genere, a cominciare dal maggiore carico di lavoro scaricato sulle donne per sopperire ancor di più alle inefficienze dello Stato nell’ erogare servizi basilari. Pensiamo alla chiusura delle scuole, che ha significato figli a casa e richiesta di maggior accudimento sia quantitativamente che qualitativamente, aumentando il bisogno di assistenza nello studio e nelle discipline scolastiche. Pensiamo alle carenze della sanità e al precedente affanno nella gestione dell’ordinario a cui si è aggiunto un aggravio straordinario. Il che vuol dire anche qui un maggiore carico di lavoro per l’accudimento di persone malate nonché l’impossibilità di curarsi per il rinvio di visite e screening. Tutto ciò si somma a servizi già carenti e che già ricadono sulle spalle delle donne, prezioso supporto gratuito del welfare. Con lo smartworking poi si è annullato il confine tra lavoro domestico e lavoro “esterno” per cui l’ipocrisia di un lavoro “agile” che concilia i tempi, perché si può fare una lavatrice mentre si è al computer, ha in verità appesantito e non di poco anche il carico mentale delle donne e il carico di lavoro dentro e “fuori” le mura domestiche. Se si lavora da casa, il tempo di lavoro si dilata e si confonde e si sovrappone col tempo di riposo.

La pandemia, in un sistema socio-economico come il nostro, ha portato con sé maggiori condizioni di precarietà, perdita di lavoro, perdita di salario e un forte stress emotivo e psicologico. Per tutto ciò c’è una causa poco naturale e dei responsabili ben precisi, che sono quelli che fanno profitto sulla vita delle persone e il sistema che li sostiene, ovvero il capitalismo. E in questa logica, uno dei meccanismi perfettamente funzionanti del capitalismo è il patriarcato, così succede che la rabbia sociale anziché rivolta verso i padroni, venga indirizzata verso le donne, che assumono così anche il ruolo di valvola di sfogo.

Durante il lockdown, infatti, c’è stato un incremento della violenza domestica, con le donne isolate e confinate insieme ai loro aguzzini dentro casa.

D’altra parte, la maggiore precarietà, la perdita di lavoro e di salario e il forte stress emotivo e psicologico, benché non venga scaricato dalle donne sui loro compagni e mariti, ha coinvolto ovviamente anche loro, forse in misura anche maggiore. Infatti, poiché il lavoro femminile viene considerato “accessorio” a quello maschile è anche il primo che può essere lasciato e, poiché le donne lavorano maggiormente in condizioni di precarietà e senza contratti, oltre ad essere meno tutelate (non possono ad esempio avvalersi della misura del blocco dei licenziamenti), possono usufruire molto meno delle misure sociali, già misere, messe in campo dal governo.

Questa condizione di ulteriore precarietà ha inciso e incide pesantemente anche sui percorsi di uscita dalla violenza, per l’assenza di indipendenza economica, per la mancanza di relazioni al di fuori del nucleo domestico, per il carico psicologico ulteriore che può far aumentare i sensi di colpa e dare la sensazione di non avere la forza sufficiente per uscire da un percorso di violenza.

È evidente quindi come un’ulteriore precarietà di vita e una maggiore povertà per le donne stesse, rappresentino reali ed enormi ostacoli a un percorso di emancipazione e quindi di autodeterminazione, già a prescindere e al di fuori dei percorsi di violenza.

Le cronache riportano in continuazione notizie agghiaccianti di violenze perpetrate da parte di uomini che per esercitare un presunto diritto di possesso denigrano, diffamano, aggrediscono, stuprano e uccidono donne. E nella narrazione ufficiale gli uomini che lo fanno sono stati provocati dalle donne (anche solo per il tipo d’abbigliamento), depressi perché sono stati lasciati, in generale brave persone pazienti e amorevoli che però le donne proprio non vogliono lasciare in pace attirando così colpevolmente su di loro l’ira maschile. Ma la realtà è ben diversa e sappiamo che il patriarcato è un alleato prezioso del sistema capitalistico per la ripartizione dei ruoli sociali e di produzione e che la “cultura del possesso” e la violenza ne è parte integrante e irrinunciabile.

La violenza contro le donne e di genere non sono frutto di fattori accidentali, quali un raptus o di un momento di ira o di una devianza, come ha invece stabilito una vergognosa sentenza del Tribunale di Brescia, che ha assolto un uomo dal femminicidio della moglie per “delirio di gelosia”, ma sono parte integrante di un sistema che usa questa violenza come ordinaria amministrazione dei rapporti uomo-donna nella società patriarcale, di cui la violenza fisica rappresenta solo la parte più eclatante e visibile di una scala di violenze, di discriminazioni, di soprusi e di oppressioni che pervadono tutti gli ambiti di vita.

Il ruolo sociale subalterno delle donne in questo quadro risponde a delle esigenze di questo sistema economico-sociale per sfruttare sapientemente il lavoro gratuito estorto alle donne per la produzione e riproduzione della forza-lavoro, attraverso quello che viene spacciato per lavoro “d’amore”, cioè il lavoro di cura, della forza lavoro adulta e della futura forza lavoro.

Negli ultimi decenni il femminismo liberale ha mosso una critica alla cultura dominante, ricercando l’eliminazione delle diseguaglianze di genere con strumenti accessibili solo alle donne che appartengono all’élite. Di qui l’invito a “rompere il tetto di cristallo”, accedere ai livelli di vertice nelle aziende e nelle istituzioni. Dovremmo gioire della nomina ai primissimi posti della politica e dell’economia di personaggi come Angela Merkel, Kamala Harris o Christine Lagarde mentre taglieggiano e massacrano la condizione di vita delle grandi masse con le loro politiche di austerità, gli aggiustamenti strutturali, la violenza neo-coloniale?

Il nostro femminismo non è quello delle donne di potere. È un femminismo che – parafrasando un testo che ha avuto un notevole successo editoriale – potremmo chiamare “per il 99%”, che ci impegna a non separare la lotta per i diritti e le libertà personali dalla necessità di battersi per trasformare le relazioni sociali nella loro totalità. Perciò cerchiamo l’alleanza con gli altri movimenti radicali che lottano contro lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la guerra e il neo-colonialismo, l’inquinamento e l’abuso delle risorse, per l’uguaglianza e la giustizia sociale, per un mondo diverso e migliore per la stragrande maggioranza dell’umanità. D’altra parte le donne sono presenti, in prima linea, in tutti i conflitti sociali, sindacali e politici: esse sono le più colpite dalle crisi che le classi dominanti scaricano sulle grandi masse, ma anche la principale forza per la ripresa di una lotta generale che può aprire una via di uscita positiva dalla crisi del capitalismo, come dimostrano, ad esempio, le recenti proteste in Polonia sul diritto all’aborto o quella messicana contro i femminicidi o quella, meno nota, in Thainlandia per diritti delle donne e naturalmente il movimento contro il femminicidio Ni Una Menos, nato in Argentina nel 2015 e poi diffusosi dapprima nel resto del Sud America per poi estendersi anche oltre.

Diciamo no al patriarcato: respingiamo al mittente ogni attacco al diritto all’aborto e alla Legge 194; respingiamo ogni meccanismo di colpevolizzazione delle donne; diciamo no alla mercificazione dei nostri corpi; respingiamo con forza ogni attacco alla libertà delle donne e ogni violenza, oppressione e discriminazione LGBTQ e di genere.

Costruiamo insieme una società femminista: rivendichiamo autodeterminazione; rivendichiamo di poter decidere sul nostro corpo e sulle nostre vite; rivendichiamo un welfare universale, laico e gratuito; rivendichiamo parità di salario e salari dignitosi per tutt*; rivendichiamo una scuola laica, inclusiva, gratuita e senza stereotipi di genere.

*testo tratto dall’Almanacco anticapitalista 2021pubblicato dalle nostre compagne e dai nostri compagni di Sinistra Anticapitalista (l’Almanacco completo su Un vaccino contro il capitalismo. Ecco l’almanacco anticapitalista da scaricare – Sinistra Anticapitalista)