Un breve cenno alla situazione economica

Nonc`è qui lo spazio per un’analisi seria della struttura economica italiana negli anni della guerra e del primo dopoguerra. Sottolineiamo solo che, quella italiana (ancor più di quella tedesca o giapponese) appare una borghesia industriale proiettata soprattutto verso i mercati esteri, per la debolezza di un mercato interno asfittico. Ed essendo “arrivata tardi nella divisione della torta”, sviluppa una notevole aggressività (non solo commerciale!), soprattutto in direzione dei Balcani (il “Progetto Adriatico”), del Mediterraneo e dell’Africa orientale. Durante i mesi della neutralità gli organi di stampa legati alla siderurgia, alla meccanica e ai settori finanziari insistono sulla necessità di inserirsi in un’alleanza, intesa anche come blocco economico. E saranno i gruppi come l’Ansaldo-Banca di Sconto di Perrone, la Fiat di Agnelli, l’Ilva, la Breda, etc. ad ottenere giganteschi profitti dalla guerra (il capitale Ansaldo si moltiplica per 17 volte tra il ’15 e il ’18, quello Fiat per 11, quello Ilva per 10, quello Breda per 7!). La guerra porta con sé un nuovo “interventismo” statale nell’economia, con la “Mobilitazione industriale”, la “Mobilitazione agraria”, l’economia di guerra, una specie di “nazionalizzazione” (non ovviamente in senso “socialistico”) dell’economia. Come lamentava Einaudi, si trattava quasi di un inedito “collettivismo bellico”, con lo Stato che sottraeva al “libero gioco” del mercato molte funzioni economiche e contrattuali. Questa compenetrazione tra stato da un lato e industriali e agrari dall’altro si rivelerà un fatto tutt’altro che contingente, stimolando le classi dominanti a trarre da questa nuova organizzazione socio-economica di guerra gli orientamenti per il dopoguerra, sia in campo economico che politico. Ci si abituerà, per esempio durante il processo di riconversione del ’19, a chiedere allo stato non solo una politica protezionistica (e, contraddittoriamente, un’attiva politica di riapertura di canali per l’export), ma anche l’arbitrato obbligatorio nei conflitti capitale-lavoro (cioè in pratica l’illegalizzazione dello sciopero), o un piano di commesse statali che supplisca alla debolezza della domanda. Sono famose le lamentele degli economisti liberali “classici” (come Einaudi o Borgatta) contro questa “borghesia rapace di arricchiti beneficiari dello stato” (uno stato, non dimentichiamolo, che usciva dalla guerra in preda ad un dissesto finanziario senza precedenti). Ma al di là dei distinguo delle “anime belle” del liberalismo classico, era l’intera Confindustria ad adottare il programma dei settori piú monopolisti e aggressivi.

Questa borghesia arricchitasi velocemente, in pieno, tumultuoso processo di “modernizzazione” monopolistica, con caratteristiche aggressive e avventuriere trova un portavoce nel “Corriere Economico”, che non a caso si entusiasmava per Fiume e spingeva per una politica aggressivamente espansionistica all’estero e una politica “del bastone” all’interno, contro un movimento operaio riottoso. Anche nell’agricoltura, nonostante l’espansione del numero dei piccoli proprietari, le cose erano andate analogamente, con un ruolo ancora più aggressivo dei grandi agrari, soprattutto della Pianura Padana e delle Puglie. L’Associazione per la Difesa dell’Agricoltura Nazionale, vicina ai nazionalisti, userà già nel ’19, anche dove non c’erano fascisti, squadre armate in funzione anti-bracciantile. Questi nuovi assetti produttivi e politici si approfondiranno con la crisi economica del 1921, portando le classi dominanti a scaricare totalmente i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori (al di là dei fallimenti, come nei casi dell’ILVA o dell’Ansaldo), soprattutto con un uso massiccio dei licenziamenti (per esempio, nel tessile, alla fine del ’21, il 20% della manodopera era disoccupato, e più della metà sottoccupato) e con politiche di riduzione salariale. E continueranno anche con la ripresa economica iniziatasi nell’estate del ’22.

Rivoluzione mancata?

I due anni che vanno dalla fine della guerra all’autunno 1920 sono spesso chiamati “biennio rosso” nella storiografia italiana. Ció non significa che ci sia accordo sul senso da dare a questo periodo. Una volta assodato il fatto che fu un biennio di grandi lotte operaie e contadine (ma anche di episodi di tenore opposto, come l’impresa di Fiume) resta aperto il dibattito sul significato vero di quel “rosso”: si è trattato di una “rivoluzione mancata” (abortita, tradita, etc.) o semplicemente di un movimento rivendicativo radicale senza prospettive reali di una rottura politico-sociale? È indubbio che la “scioperomania” (così la chiamó la stampa borghese dell’epoca) si impadronì delle classi popolari italiane nell’immediato dopoguerra: non solo gli operai e i braccianti (giá piuttosto combattivi e “ribelli” anche prima e, per quanto possibile, durante la guerra), ma anche i mezzadri e i contadini ex combattenti, settori di piccola borghesia urbana (maestri, funzionari, magistrati, etc.) scioperarono, occuparono terre, ingrossarono le file delle organizzazioni sindacali (soprattutto la CGL socialista e l’USI anarchica, ma anche la UIL repubblicana e interventista) e politiche (PSI e Unione Anarchica Italiana soprattutto).

Se non tutti volevano “fare come in Russia” (come recitavano i cartelli e gli striscioni delle manifestazioni) certamente l’esempio dei soviet era contagioso e galvanizzante per le componenti piú organizzate e radicali. La classe operaia e i contadini italiani uscivano dalla guerra con un enorme senso di frustazione: dei 650 mila morti e 450 mila mutilati il 64% erano contadini (contro il 58% della popolazione attiva), il 30% operai (contro il 24%), mentre solo il 6% apparteneva alla piccola, media o grande borghesia (contro il 18% di queste classi nel censimento del 1911). La sensazione di aver pagato da soli (o quasi) il prezzo di sangue e sacrifici, mentre i borghesi si “imboscavano” e s’arricchivano, era diffusissima, e non solo tra quelli che la guerra l’avevano sempre rifiutata. D’altra parte questo rifiuto, o per lo meno estraneitá, era sempre stato diffusissimo, tra gli operai e i braccianti socialisti come tra i contadini cattolici, come riconoscevano tutti gli osservatori (con ammirazione o con disprezzo, a seconda del punto di vista), e come testimonia l’alto numero di processi per diserzione, insubordinazione, “passivitá o codardia di fronte al nemico”, etc. (870 mila, con 15 mila ergastoli e 4 mila fucilazioni!). In Italia non ci furono quasi, al di fuori degli ambienti studenteschi e piccolo borghesi, quelle sfilate di masse di soldati che andavano al fronte cantando sotto una pioggia di fiori. E questo atteggiamento popolare non fu probabilmente estraneo alla scelta “neutralista” del PSI, unico partito socialista di un grande paese belligerante (a parte i russi) a mantenersi tutto sommato fedele al tradizionale “internazionalismo proletario”. La stessa Caporetto fu interpretata, almeno parzialmente, come una sorta di “sciopero militare”.

La stessa composizione della classe operaia italiana si modifica durante la guerra: piú giovane e impaziente di quella protagonista dell’etá “giolittiana”, meno specializzata (grazie all’introduzione, soprattutto a Torino, della fabbrica fordista-taylorista). La stessa sindacalizzazione (limitata al 2-4% della manodopera nel 1914) cresce durante la guerra, nonostante la restrizione delle libertá sindacali, fino a superare per la prima volta il 5% dei salariati e ad arrivare (come nel caso della FIOM) a quadruplicare il numero d’iscritti nel 1919.

Ed anche gli scioperanti crescono, soprattutto a partire dal ’17: sono scioperi in generale non coordinati (anche per scelta delle direzioni sindacali, in generale legate all’ala riformista del PSI) ma combattivi, e vedono aumentare il peso dei metalmeccanici, soprattutto di Torino (che sta sostituendo l’Emilia e la Toscana come nuova “capitale rossa”), come testimonierá la rivolta dell’agosto ’17 (conclusasi col massacro di oltre 40 manifestanti). Nonostante l’aumento della domanda di manodopera durante la guerra, nel 1918 il potere d’acquisto dei salari è diminuito (grazie alle misure di militarizzazione) e il miraggio delle 8 ore è ben lontano (la settimana lavorativa legale rimane di 55 ore, con in piú 10-15 di straordinario). Tra i pochi risultati positivi c’è la diffusione delle Commissioni Interne e della contrattazione nazionale, oltre alla solita contrattazione aziendale.

Anche nelle campagne la guerra ha introdotto cambiamenti, dovuti alla chiamata alle armi di oltre la metá degli uomini. E, al di là della propaganda del mito ufficiale del fante contadino buono e paziente, contrapposto all’operaio ribelle e “imboscato” (quel mito ruralista e antioperaio diffuso dalla chiesa cattolica, ma anche da intellettuali interventisti come Jahier, e che non pochi danni creerá nelle relazioni proletariato-contadini) l’ostilitá contadina alla guerra permane, e la mobilitazione nelle campagne, grazie soprattutto alle donne, cresce, a cominciare dalle prime occupazioni di terre in Lazio nel ’15, alle lotte del ’17 (500 manifestazioni in 5 mesi) fino ad arrivare alla grande ondata della primavera del ’19, quando decine di migliaia di contadini (a cui la stessa propaganda ufficiale aveva promesso la terra dopo Caporetto) occupano le terre nel centro-sud, esperienza ripetuta e ampliata durante l’estate. Sottolineiamo che queste occupazioni di terre ebbero caratteristiche in gran parte “spontanee” (o al massimo organizzate dalle associazioni di ex-combattenti), poichè il PSI e la Federterra-CGL furono piuttosto tiepidi con le rivendicazioni di “divisione della terra”, preferendo insistere per la “socializzazione” della stessa. Una parola d’ordine che poteva attrarre le grandi masse bracciantili senza terra, ma che difficilmente poteva far breccia nella massa dei piccoli contadini e dei mezzadri. E mentre i contadini occupavano le terre, gli operai metalmeccanici strappavano la giornata di 8 ore (febbraio 1919) estesa nei mesi successivi a quasi tutte le categorie. Durante l’estate si susseguivano tumulti annonari e assalti ai negozi, e in autunno riprendevano gli scioperi e le occupazioni di terre: alla fine dell’anno si calcolavano in oltre 1,3 milioni gli scioperanti extra-agricoli, e in oltre 1 milione quelli agricoli.

Anche settori della piccola borghesia, come giá ho detto sopra, si mobilitarono, di solito nell’ambito del combattentismo: le loro confuse e spesso velleitarie motivazioni (contro i “pescicani di guerra”, ma spesso anche contro il proletariato “senza patria” e “materialista”) lasciavano probabilmente giá prevedere la futura involuzione reazionaria, ma all’inizio, almeno, sembrava possibile uno sbocco, quantunque confusamente, anticapitalistico. Il movimento socialista guardava con sospetto questi “movimenti demagogici e populisti” (espressioni usate da Serrati persino per giudicare le occupazioni di terre), aprendo la strada a quei “dirigenti” del combattentismo piccolo-borghese (tra i quali Mussolini e i suoi) che facevano del livore anti-operaio e anti-socialista il punto centrale della loro battaglia politica.

Piú in generale il gruppo dirigente socialista si dimostró restío ad accettare (e sfruttare ai fini rivoluzionari) molte delle novitá introdotte dalla guerra: tipico l’esempio dei Consigli di Fabbrica, nati a Torino nel 1919 e diffusisi l’anno seguente un po’ in tutto il nord. Queste organizzazioni unitarie di classe, pur non sconfessate, furono osteggiate dall’ala riformista del PSI e della FIOM, e furono viste con scarso entusiasmo dalle altre componenti, se si esclude il gruppo torinese dell’Ordine Nuovo.

Comunque, al di lá di errori e tentennamenti, il PSI fu il vincitore delle “elezioni rosse” del novembre 1919, triplicando i suoi seggi, ottenendo un terzo dei voti ( e la maggioranza assoluta o quasi in Emilia, Piemonte, Toscana, Lombardia, Umbria), diventando il primo partito d’Italia.

E il successo elettorale si riprodusse nelle amministrative del ’20, dove conquistò quasi il 40% delle province e quasi tutte le grandi cittá. Questi successi non potevano offuscare peró il fatto che le grandi mobilitazioni operaie e contadine, diversamente che nel 1919, non si concludono con vittorie (come il famoso “sciopero delle lancette” dell’aprile a Torino, o la rivolta d’Ancona di giugno). O, diciamo meglio, nonostante alcune conquiste parziali, la sensazione che si diffonde tra gli scioperanti è piú simile a quella di una sconfitta. Cosí sará soprattutto per la famosa “occupazione delle fabbriche” del settembre 1920. La proposta di contratto della FIOM, piuttosto moderata (non dimentichiamo che la dirigenza FIOM era nelle mani dell’ala destra, riformista, del PSI), incontra un’inaspettata intransigenza nel padronato. La Confindustria, insoddisfatta delle “mediazioni” di Giolitti (come s’era giá capito in giugno ad Ancona), vuole lo scontro aperto, è disposta a giocare “duro” per ottenere il “ritorno alla disciplina” in fabbrica e nella societá (come ammetterá con stupore e timore il sindacalista riformista Buozzi, dopo il fallimento dell’incontro con i padroni). Risponde con la serrata allo sciopero. A questo punto scatta la risposta operaia: la Romeo di Milano viene occupata. Si issa la bandiera rossa sullo stabilimento, si forma una guardia operaia armata, si decide di continuare la produzione sotto controllo operaio. In pochi giorni il movimento si diffonde a Torino e in tutto il “triangolo industriale” (ma anche nel centro-sud, in misura minore). La posta in gioco non è più tanto il contratto, quanto “chi comanda in fabbrica” (e nella societá): è un problema di potere politico, che non puó essere risolto con la mediazione. Si aprono due prospettive: una rivoluzionaria (che significa allargamento del movimento, sciopero generale insurrezionale e presa del potere da parte del PSI, dei Consigli, della CGL (dell’USI?) o una reazionaria, con l’intervento dell’esercito per ripristinare il “leso diritto di proprietá”. La Confindustria punta su questa seconda soluzione, la “frazione comunista” del PSI e gli anarchici sulla prima. I riformisti e Giolitti puntano invece a gettare acqua sul fuoco, sperando che tutto torni alla normalitá. E il grosso del PSI, quella corrente massimalista così amante delle frasi rivoluzionarie, si limita a “salutare l’eroica lotta dei lavoratori italiani”, auspicando una futura rivoluzione socialista…ma senza organizzare nulla, se non una campagna di stampa di solidarietá, e rifiutando di prendere la direzione del movimento. In poche parole, spaventati, i massimalisti giocano a perdere, sperando che sia qualcun altro a scottarsi le dita. A fine settembre industriali e sindacalisti riformisti, con la mediazione del governo, firmano il contratto: sembrerebbe la vittoria delle posizioni giolittiane e turatiane (né rivoluzione nè reazione). Ma gli industriali escono frustrati da questo scontro, in cui le bandiere rosse hanno sventolato impunemente sulle loro fabbriche, e hanno esaurito la loro giá scarsa fiducia nelle istituzioni liberali, incapaci di garantire “ordine e disciplina”. E gli operai si sentono delusi e sconfitti: non si occupano le fabbriche per settimane, imbracciando un fucile e organizzando la produzione, solo per firmare un contratto sindacale. Nelle settimane successive inizia il tracollo del movimento operaio, con diminuzione dei tesserati e del numero di scioperanti.

Il “biennio nero”

La sconfitta delle speranze rivoluzionarie (non interessa qui analizzare se fondate o no) segna l’inizio del riflusso, ben presente agli occhi dei contemporanei. Mussolini definirá “liquidato” il bolscevismo in Italia in un articolo sul suo giornale del luglio 1921 (ma giá nel ’20 aveva previsto l’esito della battaglia, visto che conosceva bene quel PSI che avrebbe dovuto fungere da “guida della rivoluzione”). D’altra parte le cifre sono impietose: da 1 milione di scioperanti nelle campagne nel 1920 si passa a 80 mila nel ‘21 ; e, nell’industria, si passa da 1,2 milioni a 650 mila nel ’21 e a 200 mila nel ’22. Calano parallelamente gli iscritti ai partiti e ai sindacati operai. In questo contesto avviene la scissione di Livorno (gennaio ’21). La “frazione comunista” del PSI, formata dai vari gruppi comunisti unitisi a novembre a Imola rompe con la maggioranza del partito, rifacendosi alle famose “21 condizioni” decise dal Komintern per l’adesione (condizioni non del tutto accettate dal PSI, che era comunque la sezione italiana della III Internazionale). I 58 mila voti congressuali della frazione comunista si ridurranno ai 40 mila iscritti al nuovo PCd’I, in cui il peso del gruppo di Bordiga è preponderante, rispetto alla componente “ordinovista” di Gramsci (che non si differenzia, per ora, dai bordighisti) e alla sinistra massimalista di Graziadei. Il nuovo partito nasce quindi perdendo la battaglia per la conquista dell’unico partito socialista occidentale che aveva aderito all’IC, con un radicamento quasi solo nel centro-nord, e caratterizzato da una rigiditá settaria nei confronti delle altre forze del movimento operaio (non solo riformiste o “centriste”, ma anche anarchiche e sindacaliste). Il PSI non si riavrá piú da questa scissione, anche se manterrá il grosso dei voti del ’19 (e una parte importante degli iscritti). Alle elezioni del 1921 l’80% degli elettori socialisti del ’19 sceglierá il PSI, contro il 15% al PCd’I. Ma è un peso “inerziale”: con le forze piú vive e radicali (la gioventú socialista sceglierá maggioritariamente il PCd’I) passate ai comunisti, con il sindacato in mano ai riformisti turatiani (che si scinderanno dal PSI nel ’22, per dar vita al PS Unitario), il “centro massimalista” di Lazzari e Serrati (destinati a passare piú tardi anch’essi ai comunisti) perde rapidamente peso nella vita politica italiana. Anche le altre componenti della sinistra italiana, come gli anarchici dell’USI (che avevano avuto una crescita spettacolare nel ’19-20, persino superiore, in termini relativi, a quella socialista) e i repubblicani, conoscono un declino accentuato nel ’21-22. Mantengono invece la loro forza i cattolici del PPI, fondato da Sturzo nel ’19 (secondo partito dopo il PSI sia nel ‘19 che nel ’21): le divisioni interne (tre correnti: la destra integralista e clericale, che confluirá piú tardi nel fascismo; il centro di Sturzo, radicalmente antimarxista e quindi disposto a collaborare con liberali, nazionalisti e fascisti, ma senza confondersi con essi; la sinistra di Miglioli – il “bolscevico bianco”- legata al sindacalismo contadino, destinata a scontrarsi col fascismo e ad essere emarginata e repressa tra il ’21 e il ’25), non impediscono al gruppo dirigente sturziano di giocare un ruolo simile a quello dei liberali nel preparare la soluzione mussoliniana alla crisi italiana.

E sará proprio questo “outsider”, questo transfugo del movimento socialista, espulso per la sua conversione all’interventismo nel ’14, a rivelarsi il “deus ex machina” della crisi liberale. Il suo movimento, i “fasci di combattimento”, creato nel marzo del ’19, che nessuno riteneva importante (uno dei tanti gruppi e movimenti di ex combattenti, basati su confusi programmi pseudo rivoluzionari, in cui nazionalismo, repubblicanesimo, sovversivismo generico si fondevano in un incoerente mescolanza tinta di plebeismo) era rimasto praticamente nell’ombra, soprattutto nella seconda parte del “biennio rosso” (a parte qualche aggressione, come quella all’Avanti dell’aprile 1919, o alcune “spedizioni punitive” contro organizzazioni proletarie, soprattutto nella Pianura Padana, nell’estate-autunno del ’19). Non era per caso che, nello stesso congresso di fondazione del PCd’I, il neologismo “fascismo” apparisse al massimo una decina di volte. Fu solo nel nuovo clima di riflusso che i “fascisti” cominciarono a crescere seriamente, diventando in meno d’un anno i padroni della situazione nelle zone “rosse” delle campagne italiane. Le loro squadre, organizzate, finanziate e armate dagli agrari (e piú tardi dagli industriali), protette da carabinieri, esercito, magistratura (tranne rare eccezioni) assediarono, e poi espugnarono, una dopo l’altra, le “cittadelle rosse” (case del popolo, sindacati, cooperative, amministrazioni comunali socialiste, etc.). Le organizzazioni operaie reagirono in ordine sparso a questo nuovo, sconosciuto pericolo: il “legalitarismo” dei socialisti si sommava al settarismo del PCd’I (che organizzava un’autodifesa “di partito”, rifiutandosi quasi sempre di dar vita a risposte militanti unitarie ed esponendosi alla repressione da parte degli organi dello stato), e anche le rare proposte di fronte comune (come la proposta comunista di uno sciopero generale fatta a CGL e USI nel luglio ’21) venivano respinte dai riformisti. Solo gli anarchici appoggiarono coerentemente i pochi momenti di autodifesa unitaria organizzata: è il caso soprattutto degli Arditi del Popolo, sorta di milizia unitaria antifascista nata dal combattentismo democratico (con un peso importante degli ex sindacalisti rivoluzionari), cui parteciparono spesso anche i militanti comunisti e socialisti, e che ottenero le poche vittorie contro lo squadrismo (Parma, Sarzana, etc.). La prima crisi seria del movimento fascista (dopo quella seguita all’insuccesso elettorale a Milano nel novembre ’19) fu superata da Mussolini nell’estate del ’21 (che aveva conseguito, in alleanza con nazionalisti e liberali, l’entrata in parlamento di una trentina di deputati), quando la sua nuova tattica di “istituzionalizzazione” (patto di “pacificazione” col PSI, ipotesi di “partito del lavoro” in alleanza con le direzioni riformiste della CGL, inserimento nell’area di governo, etc.) fu messa in discussione dall’ala intransigente del fascismo padano e toscano. Il compromesso ottenuto dal “duce” (no al patto di pacificazione in cambio della trasformazione in partito e della definitiva sedimentazione del programma in senso conservatore-reazionario) gli permise di preparare la mossa successiva: l’accesso al governo, in alleanza con liberali, nazionalisti e popolari, sulla base di un programma economico “privatista” e liberista (ben piú liberista dei governi giolittiani ), espansionista all’estero e autoritario all’interno. La sceneggiata della “marcia su Roma” non poteva trarre in inganno nessuno: la controrivoluzione fascista avveniva con il consenso della corona, dell’esercito, delle classi dominanti ex-liberali. Un misto di “colpo di stato” e di manovra parlamentare che avrebbe portato, in pochi anni, alla nascita di un regime in cui gli aspetti di continuitá con lo stato liberale si mescoleranno alle novitá “corporative” di creazione fascista. La borghesia ex liberale aveva scelto la reazione, ma non per salvarsi dal pericolo di una rivoluzione che, ammesso fosse esistito, era ormai passato da piú di due anni. Come scrisse Salvemini “non la reazione fascista aveva prodotto la depressione socialista: la depressione socialista ha reso possibile la reazione fascista. E la depressione é diventata sfacelo, perché alle spalle dei fascisti manovra…la macchina della polizia, della magistratura, dei comandi militari regionali, che disarmano i socialisti e armano i fascisti”.

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Flavio Guidi