Qui di seguito pubblichiamo un’intervista a Pablo Stefanoni, storico e giornalista argentino, membro del Centro de Documentación e Investigación de la Cultura de Izquierdas (CeDInCI) dell’Universidad Nacional “General San Martín” e caporedattore della rivista latinoamericana «Nueva Sociedad». L’intervista, curata da Angeline Montoya, è apparsa sul quotidiano francese Le Monde nell’edizione del 4-5 Ottobre 2020. Gli inserti in corsivo fra parentesi quadre sono opera dell’intervistatrice. La traduzione in italiano è stata curata da Cristiano Dan per il sito https://antoniomoscato.altervista.org/

Si dice che l’“onda rosa” latinoamericana manifestatasi alla fine degli anni Novanta si riferisce a due sinistre, una moderata o social-liberale, l’altra più radicale e “populista”. Siete d’accordo con questa distinzione?

In nessun altro luogo tanti Paesi di una stessa regione sono stati contemporaneamente di sinistra. S’era instaurato un “clima” molto critico nei confronti del neoliberalismo. Ma parlare di «due sinistre» significa esprimere un giudizio di valore fra una sinistra “gentile” e una sinistra “cattiva”. Ora, le frontiere che le separano sono esili, e non è facile stabilire se un Paese appartiene all’una o all’altra categoria. Evo Morales [presidente della Bolivia dal 2006 al 2019] era senza alcun dubbio un rappresentante della sinistra populista. E tuttavia, la sua politica economica è stata giudicata prudente, ordinata, senza una eccessiva spesa pubblica. Viceversa, in Brasile, il Partito dei lavoratori [PT] di Luiz Inácio Lula [da Silva, presidente dal 2003 al 2011], inizialmente era stato catalogato nel blocco della “sinistra gentile”, per poi essere giudicato populista. Le manifestazioni, nel 2016, contro la presidente Dilma Roussef [anch’essa del PT, che era succeduta a Lula], lo definivano addiruttura comunista.

Inoltre, i legami fra queste due sinistre sono sempre stati molto forti. I rappresentanti delle varie correnti hanno dato vita a spazi comuni, come il Forum di São Paulo [in Brasile, che dal 1990 raggruppa partiti e organizzazioni della sinistra latinoamericana] o il Gruppo di Puebla [formato da dirigenti progressisti latinoamericani].

Che cosa si intende con la nozione di populismo in America latina?

Non ha la stessa connotazione che ha in Europa, come del resto i termini “destra” e “sinistra”. C’è una tradizione latinoamericana, detta “nazionalpopolare”, legata a un lungo passato antimperialista – e cioè anti-statunitense – a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Peraltro, anche il peronismo in Argentina, l’aprismo [dal nome del partito rivoluzionario APRA] in Perù, il varghismo [dal nome del presidente Vargas, 1930-1945 e 1951-1954] in Brasile, hanno espresso idee nazionalpopolari e sviluppiste, contribuendo così a formare un modo di intendere il ruolo dello Stato nello sviluppo economico. Sono queste tradizioni che sono state riattivate durante la “svolta a sinistra”, e riprese da Evo Morales in Bolivia, Néstor Kirchner in Argentina, Rafael Correa in Ecuador, Hugo Chávez in Venezuela. Mentre le sinistre uruguaiane, cilene o brasiliane sono state meno infuenzate da questa tradizione nazionalpopolare.

Cosa è successo verso la metà del primo decennio di questo secolo, che ha visto la fine del ciclo di sinistra e il ritorno della destra?

C’era da aspettarsi un’alternanza ideologica. La sinistra era arrivata al potere, forte d’una legittimità elettorale, ma i governi progressisti non hanno saputo proporre una visione del futuro, ciò che ha permesso alla destra di presentarsi come il cambiamento. Il Movimento verso il socialismo [MAS] in Bolivia o il PT in Brasile hanno fatto una campagna elettorale basata sui risultati da loro ottenuti in passato.

A volte alcune rielezioni sono state impedite da disposizioni costituzionali, come è stato il caso [dell’ex presidente] Cristina Fernández de Kirchner [2007-2015] in Argentina. Gli esponenti della sinistra all’epoca si sono dimostrati incapaci di proporre candidature alternative. Kirchner, Morales, Correa, eccetera: nessuno di loro ha cercato un proprio successore all’interno del suo partito. Di fronte a loro le destre hanno saputo adattare il proprio discorso, senza dar l’impressione di voler abolire le acquisizioni della sinistra. Per contenere il malcontento sociale, hanno mantenuto alcuni dei provvedimenti presi dai governi progressisti. Il macronismo [dal nome dell’ex presidente argentino, Mauricio Macri, 2015-2019] ha così mantenuto la politica di assegni famigliari del kirchnerismo, per contenere l’impatto della crisi del 2008 e l’aumento dei prezzi delle materie prime.

Il ritorno delle destre è in parte spiegabile anche con il problema della corruzione, che è stato molto politicizzato. Le inchieste per corruzione a carico della presidente Kirchner sono un fattore che spiega l’arrivo al potere di Macri. In Guatemala, le proteste di massa contro la corruzione, nel 2015, hanno portato alle dimissioni del presidente Otto Pérez Molina. In Brasile, l’operazione “Lava Jato” è all’origine della caduta di Dilma Rousseff. Questi casi di corruzione, però, non sono andati a vantaggio solo delle destre: in Messico, Andrés Manuel López Obrador [“AMLO”, di sinistra] è stato, anche lui, eletto in seguito a una campagna centrata sulla lotta alla corruzione. Vi è infine un fattore esterno: i governi progressisti hanno basato le loro politiche sul boom dei prezzi delle materie prime. Quando questi sono caduti, non sono riusciti a uscire dalla crisi.

Nessun governo di sinistra s’è discostato dal modello “estrattivista” come strategia di crescita economica: la Bolivia ha puntato tutto sul gas, il Venezuela sul petrolio, l’Argentina sulla soja… Come spiegare questo fatto?

V’è stato uno scarto fra un discorso di trasformazione e di rifondazione nazionale e le capacità effettive di fuoruscire da questo modello. Si è trattato di un’illusione sviluppista. La Bolivia ne è un buon esempio: la retorica governativa [di Evo Morales] parlava di industrializzazione, senza che ciò si traducesse in una politica pubblica. La dipendenza dalle materie prime è rimasta pressoché totale.

Si deve fare una distinzione anche fra varie destre?

Innanzitutto, occorre distinguere sulla modalità del loro arrivo al potere. Vi è stata una destra che ha vinto in seguito a elezioni democratiche, come in Argentina (2015), in Cile (2018) o in Uruguay (2019). Vi sono poi i casi in cui la sinistra ha perso il potere in seguito a mobilitazioni e azioni istituzionali di carattere controverso, come in Paraguay, con la destituzione di Fernando Lugo (2012), o in Brasile, con quella di Dilma Rousseff (2016). Oltre che, naturalmente, con l’allontanamento di Evo Morales in Bolivia (2019), sulla natura del quale ancora si discute.

Le differenze fra la destra brasiliana di Jair Bolsonaro, quella cilena di Sebastián Piñera o quella peruviana di Lacalle Pou sono grandi. E per il momento i loro bilanci sono piuttosto negativi: in Argentina Mauricio Macri non è stato rieletto e il centrosinistra è tornato al potere nel 2019, dopo soli quattro anni, con il peronista Alberto Fernández. Anche la destra non è riuscita a operare una “svolta” equivalente a quella della sinistra degli anni 2000: Bolsonaro è incapace di costruire una destra a livello regionale, e l’Uruguay è un Paese troppo piccolo per questo ruolo… In Bolivia, il ritorno della destra va relativizzato: gli avversari del MAS speravano che questo partito sparisse dopo la débâcle del 2019, ma i sondaggi dicono che potrebbe assicurarsi la presidenza già nel primo turno delle elezioni del prossimo 18 ottobre.

Come interpretare i movimenti sociali del 2019 – definiti «primavere latinoamericane» – che hanno interessato l’Ecuador, il Cile, la Bolivia, la Colombia?

Si può parlare di un nuovo ciclo, benché molto diversificato quanto a orientamenti ideologici. Nel caso del Cile, le dimostrazioni hanno cancellato l’immagine che il Paese aveva di sé stesso: il presidente Piñera aveva parlato di una «oasi» nel panorama del populismo regionale. Facendo le debite proporzioni, c’è una somiglianza con quanto avvenuto in Argentina nel 2001: una rimessa in discussione totale d’un modello economico, ma anche del potere e delle gerarchie sociali. Solo il referendum sulla riforma costituzionale, previsto per il 25 ottobre, sarà in grado di realizzare i mutamenti rivendicati. Al contrario, in Bolivia la contestazione è legata al dibattito elettorale del 2016, al tentativo di Evo Morales di ripresentarsi a qualunque costo, che ha rilanciato la polarizzazione e provocato l’esplosione.

Come spiegare le tre eccezioni rappresentate da Nicaragua, Venezuela e Cuba, e il fatto che in questi Paesi i governi continuano a beneficiare del sostegno di una parte della popolazione?

Per le sinistre Cuba è ancora un ideale sentimentale, e della situazione nell’isola non si parla nella regione. Si tratta di una sorta di eccezione, estranea ai cicli. Se il regime cubano riesce a sopravvivere, è grazie all’appoggio del Venezuela.
Il Venezuela e il Nicaragua, quanto a loro, sono diventati dei regimi autoritari. Il nazionalpopulismo ha bisogno di vincere le elezioni e di avere il sostegno popolare. Dopo la sua sconfitta nelle elezioni legislative del 2015, il chavismo è in crisi: l’Assemblea nazionale è stata messa da parte e un’Assemblea costituente ha assunto il potere de facto e governa, senza però occuparsi di redigere alcuna Costituzione, mentre gli oppositori sono perseguiti. Tuttavia, la figura di Chávez conserva ancora parte della sua popolarità, e anche i detrattori di Nicolás Maduro non si spingono a sostenere l’opposizione, che è vista come troppo oligarchica. La società, demoralizzata, non crede più né al governo né all’opposizione, e si concentra sulla propria sopravvivenza. Il governo appare come l’unico attore, che distribuisce il cibo, concede aiuti – un po’ come “alla cubana” – e risolve i problemi che lui stesso ha creato.

Perché nessuna alleanza d’integrazione regionale è riuscita a funzionare?

L’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America [ALBA] si fondava soprattutto sulla petrodiplomazia venezuelana. Ma anche le organizzazioni che non erano state create su base ideologica, come l’Unione delle nazioni sudamericane [Unasur] sono rimaste vittime, alla fine, della polarizzazione ideologica, con problematiche del tipo: «La destituzione di Dilma Rousseff è stata un colpo di Stato?»

Come reazione, sette Paesi allora governati dalla destra hanno abbandonato questa organizzazione per fondare [nel 2019] il Forum per il progresso dell’America del sud [Prosur], anch’esso su base ideologica. A livello geopolitico l’Americana latina è diventata insignificante. Lo si è visto al momento dell’elezione [12 settembre] del presidente della Banca interamericana di sviluppo: Mauricio Claver-Carone, cooptato da Donald Trump. Non solo la regione non ha saputo opporvisi, ma non è stata nemmeno capace di presentare un proprio candidato.