Centinaia di migliaia di migranti, per lo più etiopici, percorrono ogni anno la rotta che da Gibuti li porta nello Yemen e da qui in Arabia Saudita. Un viaggio gestito da trafficanti disumani nell’inferno di un paese in guerra, fatto di sevizie, torture e schiavitù

Bruna Sironi (Da Nairobi, Kenya)

Secondo un rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) l’anno scorso 138.213 migranti e richiedenti asilo si sono registrati presso cinque punti per il monitoraggio dei flussi migratori sulla costa meridionale dello Yemen.

Un numero davvero notevole, anche considerando le deplorevoli condizioni del paese, dilaniato dalla guerra civile da ormai cinque anni e in preda ad una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi anni, con tutto quello che una simile situazione comporta in termini di insicurezza. E’ un numero probabilmente non complessivo, perché, come su tutte le altre rotte migratorie, una parte dei migranti prosegue verso la sua méta, evitando accuratamente di svelarsi alle autorità competenti.

Eppure, di questo flusso migratotio si parla solamente in occasione di incidenti con numerose vittime. L’ultimo è dell’inizio del mese, quando 34 migranti sono stati costretti dai trafficanti a buttarsi in mare al largo delle coste di Gibuti. 14 sono arrivati a riva e sono stati soccorsi dall’Oim. Degli altri, 8 sono morti e 12 risultano dispersi, e dunque morti anche loro, con ogni probabilità. Secondo i funzionari dell’Oim, tutti sarebbero migranti etiopici che cercavano di tornare a casa non essendo riusciti a proseguire verso la loro méta, l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, a causa del caos yemenita.

In un altro incidente, del gennaio dell’anno scorso, due barche cariche di almeno 130 migranti provenienti da Gibuti, precisamente da un approdo nelle vicinanze di Obock, nel nord del paese, affondarono al largo delle coste yemenite. I morti e i dispersi furono decine. Ma non sono mancati neppure episodi più gravi, in cui le barche dei migranti sono state prese di mira da colpi di armi da fuoco, provenienti talvolta da navi da guerra e perfino da elicotteri da combattimento.

I pericoli non si limitano all’attraversamento del Golfo di Aden, o in corrispondenza del porto somalo di Bosaso o dello stretto del Bar el Mandeb, all’imbocco del Mar Rosso, nel territorio di Obock, appunto. I più gravi, e i meno conosciuti, devono essere affrontati una volta arrivati nella penisola arabica.

Ricorrenti rapporti di Human Rights Watch denunciano abusi di ogni genere sul territorio yemenita. In un documento pubblicato nell’aprile del 2018 si dice che, in un centro di detenzione nel porto di Aden, funzionari governativi yemeniti si sono resi responsabili di ripetute torture, stupri ed esecuzioni sommarie di migranti e richiedenti asilo.

In un altro, diffuso nell’agosto dell’anno scorso, si descrivono invece gli abusi e lo sfruttamento delle reti di trafficanti, che hanno le loro basi nello Yemen, prima del tratto conclusivo del viaggio verso l’Arabia Saudita. Si aggiunge che i migranti e i richiedenti asilo, molti dei quali viaggiano senza documenti legali, non godono di nessuna forma di protezione, né dalle autorità competenti etiopiche, né da quelle yemenite e neppure da quelle saudite.

Ancora in un documento di Human Rights Watch, diffuso nell’agosto di quest’anno, si dice che, durante lo scorso mese di aprile, le autoritá yemenite Houti hanno espulso migliaia di migranti etiopici dal nord del paese, usando come pretesto la pandemia da coronavirus. Li hanno spinti in una zona montuosa ai confini dell’Arabia Saudita. Nell’operazione, molti sono stati uccisi o sono morti di stenti. Migliaia di persone sono state infatti tenute senza cibo e senza acqua per giorni e giorni, mentre le autorità saudite impedivano loro di passare il confine.

Delle condizioni di chi alla fine è stato fatto entrare in territorio saudita, si occupa il rapporto diffuso il 2 ottobre da Amnesty International. Secondo le testimonianze raccolte, i migranti sono concentrati in centri di detenzione in condizioni che mettono a rischio la loro stessa vita. Si trovano in celle sovraffollate 24 ore al giorno, incatenati in coppie e costretti a vivere tra i propri escrementi. La situazione è talmente insostenibile che almeno due persone si sarebbero suicidate. Diversi sono invece i morti finora documentati a causa della scarsità di cibo, acqua e cure mediche.

Ma le condizioni dei migranti etiopici, ed africani in genere, in Arabia Saudita e negli altri stati della penisola arabica, sono sempre state molto difficili. Molti di loro arrivano attraverso reti di trafficanti e dunque non hanno documenti legali né per risiedere nel paese né per lavorare regolarmente. Questo li espone ad abusi e a condizioni di vita e di lavoro non molto dissimili dalla schiavitù. Particolarmente difficile la situazione delle donne a servizio presso le famiglie saudite e di altri paesi della regione. Non sono mancati casi di vittime di punizioni letali.

Eppure, nonostante tutto, i flussi migratori su questa rotta che parte dal Corno d’Africa e si dirige verso le coste dello Yemen per raggiungere la Penisola Arabica e il Medio Oriente, non si sono mai fermati. Secondo il rapporto dell’Oim già citato, l’anno scorso i migranti provenivano per il 92% dall’Etiopia e per l’8% dalla Somalia. Erano in maggioranza uomini, il 72%. Le donne erano il 18% e il 10% i minori (7% maschi, 3% femmine). E questa e un’altra peculiarità di questo flusso migratorio: la presenza costante e rilevante di minori non accompagnati in cerca di lavoro.

E’ però in crescita anche il flusso contrario, soprattutto grazie all’operazione lanciata dalle autorità saudite nell’aprile del 2017, denominata A nation without violations(Una nazione senza violazioni). I migranti irregolari possono lasciare il paese senza incorrere in sanzioni se si registrano per il rimpatrio. Secondo il recente rapporto dell’Oim, l’anno scorso 120.825 etiopici sono stati inclusi nelle liste; il 99,6% dei quali ha dichiarato di averlo fatto non per propria volontà.

Dai numeri di rapporti delle organizzazioni internazionali competenti, emerge dunque una situazione particolarmente difficile e problematica, per di più poco conosciuta da chi si mette in viaggio. Secondo una ricerca dell’Oim pubblicata lo scorso maggio e basata sulle interviste a 2.000 giovani etiopici di passaggio ad Obock e diretti in Arabia Saudita, solo il 30% sapeva che lo Yemen era devastato dalla guerra civile e solo il 50% del pericolo di naufragio durante l’attraversamento del Golfo di Aden.

Erano in gran maggioranza giovani provenienti da villaggi isolati, poco scolarizzati, disoccupati, perciò facilmente manipolabili dalle reti dei trafficanti. Ne emerge che solo politiche volte allo sviluppo umano ed economico possono tentare di battere la tratta. Ma questo è vero per tutte le rotte migratorie del mondo.

Da Nigrizia