Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale

Ha il volto ustionato e parla con un filo di voce Ahmed Omar, 26 anni, sudanese, uno dei sopravvissuti al naufragio in cui sono morte almeno 45 persone, mentre prova a raccontare l’inferno a cui è scampato. È stato rilasciato dal centro di detenzione di Zuara, in Libia, in cui era stato rinchiuso dopo lo sbarco e può parlare al telefono, un po’ in arabo un po’ in inglese. “Siamo partiti da Zuara alle quattro di notte, dopo diverse ore di navigazione il motore si è rotto. Abbiamo chiamato l’Italia, Malta e la Spagna. Il gps era rotto, non sapevamo esattamente dove eravamo. Vedevamo una piattaforma petrolifera, ma non capivamo dove fossimo”, racconta Omar. 

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), il naufragio del 17 agosto è stato il peggiore dell’anno in termini di decessi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, che ormai non è più presidiata da mezzi di soccorso. Sono stati recuperati dodici cadaveri. Secondo la ricostruzione dei 37 sopravvissuti, dopo il guasto al motore l’imbarcazione è stata intercettata da alcuni uomini armati a bordo di un peschereccio, che avrebbero promesso di portarli in salvo in cambio dei loro telefoni, del motore e dei loro soldi. Ma in realtà li avrebbero minacciati e gli avrebbero infine sparato contro, provocando il naufragio. 

“Abbiamo incontrato una barca su cui era scritto ‘Captain Salam 181’, a bordo c’erano dei libici e degli egiziani armati. Ci hanno chiesto se avevamo un telefono satellitare con noi, abbiamo detto che l’avevamo, ci hanno detto che se glielo avessimo dato ci avrebbero trainato fino alla costa libica, abbiamo accettato perché eravamo disperati”, racconta ancora il sopravvissuto. “Ci hanno trainati con una corda per quattro o cinque ore, poi ci hanno chiesto di dargli anche il gps, i nostri telefoni e i nostri soldi, ma noi abbiamo detto che non ne avevamo, allora hanno cominciato a minacciare, ci hanno detto che se non gli avessimo dato i soldi ci avrebbero lasciato morire: avevamo finito il cibo e l’acqua”. 

Spari sull’imbarcazione
Secondo il sopravvissuto, a quel punto ci sarebbe stata una sparatoria che avrebbe causato l’esplosione del motore dell’imbarcazione e un incendio. Molte persone sarebbero rimaste ferite, altre ustionate e altre ancora sarebbero cadute in acqua, annegando. Dopo qualche ora sono intervenuti dei pescatori libici, che hanno soccorso alcuni dei naufraghi. “Una quarantina di persone sono morte. Siamo stati riportati indietro in Libia, siamo stati incarcerati, alcuni sono stati rilasciati”, conclude il ragazzo, parlando in una videochiamata, affiancato da un altro sopravvissuto di 19 anni, che ha il volto segnato da profonde ustioni. 

“Non abbiamo ancora visto dei medici”, afferma. Lo stesso racconto è fornito da Yonas Hadu, 26 anni, l’unico sopravvissuto eritreo, che ha entrambe le braccia fasciate e il volto ustionato: “Una volta ritornati a Zuara quelli che avevano ferite ed erano malati sono stati lasciati andare via dalle autorità libiche, mentre i sani sono stati rinchiusi nel centro di detenzione”. Anche Hadu conferma che a bordo dell’imbarcazione c’erano circa ottanta persone e che i morti sarebbero una quarantina. 

I sopravvissuti ricordano anche i nomi di alcuni scomparsi: Muhammad al Mustafa Adam Fadl, di 16 anni, originario del Darfur, e Abdel Wahab Mohamed Youssef, 23 anni, originario di Al Daein, in Sudan, laureato all’università di Khartoum e autore di romanzi. Gli attivisti libici invece hanno diffuso i nomi di un altro morto: Ayoub Mohamed, un richiedente asilo sudanese. 

Un sopravvissuto del naufragio del 17 agosto 2020, Zuara, Libia. - Alarmphone
Un sopravvissuto del naufragio del 17 agosto 2020, Zuara, Libia. (Alarmphone)

L’organizzazione Alarmphone il 15 agosto aveva dato la notizia di un gommone in difficoltà a 30 miglia dalle coste libiche. “Abbiamo contattato tutte le guardie costiere, quella italiana, quella maltese e quella libica, ma non abbiamo ricevuto risposta”, spiega Deanna Dadusc, una volontaria di Alarmphone, che monitora la situazione sulla rotta migratoria più pericolosa del mondo, in assenza di un dispositivo di ricerca e soccorso europeo. “Nessuno ci risponde al telefono”, continua la volontaria. “Stiamo cercando di capire se l’imbarcazione da cui abbiamo ricevuto la chiamata il 15 agosto è la stessa naufragata il 17 agosto”. 

Alcuni elementi della ricostruzione fatta dai sopravvissuti arrivati a Zuara non coincide infatti con quella dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), costruita sulla base delle informazioni ottenute dalla cosiddetta guardia costiera libica: Alarmphone pensa che potrebbe addirittura trattarsi di due naufragi diversi avvenuti nelle stesse ore.

Federico Soda, capomissione dell’Oim in Libia, dice che “il 17 agosto alle 12 alcuni pescatori libici hanno operato i soccorsi e hanno riportato i superstiti in Libia, a Zuara, dove sono sbarcati alle 16.30”. Gli stessi pescatori hanno recuperato dieci cadaveri, mentre due corpi sono stati trovati sulla spiaggia di Zuara. Per Soda la Libia non è un paese sicuro in cui le persone possano essere riportate, perché nel paese sono sottoposte a detenzione arbitraria e a gravi violazioni dei diritti umani. 

Nel 2020 oltre settemila persone sono state ricondotte in Libia, mentre almeno 302 hanno perso la vita lungo la rotta del Mediterraneo centrale. 

“Dal 10 al 17 agosto sono state riportate in Libia 258 persone, mentre 96 hanno raggiunto autonomamente l’Italia e sono sbarcate a Lampedusa e a Pozzallo nella stessa settimana”, conclude Soda. In un comunicato congiunto l’Unhcr e l’Oim hanno espresso “forte preoccupazione per i recenti ritardi nelle operazioni di ricerca e soccorso” e hanno esortato “gli stati a rispondere rapidamente al verificarsi di tali eventi e a mettere a disposizione in modo sistematico e strutturato un porto sicuro per le persone soccorse in mare”. 

Secondo Alamphone ci sarebbero almeno quattro imbarcazioni in difficoltà nelle ultime ore sulla rotta del Mediterraneo centrale e nessun mezzo di soccorso governativo pronto a intervenire. Di un’imbarcazione con cento persone a bordo che aveva contattato i volontari si sono perse le tracce. 

Negli ultimi giorni sono partite dalla Spagna due navi di soccorso private, la SeaWatch 4 e la Astral dell’ong Open Arms, che tuttavia non hanno ancora raggiunto la zona dei soccorsi. La Mare Jonio è pronta a ripartire dopo un periodo di quarantena. Mentre altre due navi umanitarie – la Ocean Viking e la SeaWatch 2 – sono sotto fermo amministrativo in Italia.

Da internazionale.it