Nella giornata del 13 agosto, Israele e Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la normalizzazione delle loro relazioni, mediata dagli Stati Uniti. Secondo il comunicato congiunto, Israele si impegna a “sospendere le annessioni nei territori della West Bank e si concentra piuttosto sull’espansione dei legami con altri paesi del mondo arabo e islamico”.

L’annuncio della normalizzazione delle relazioni tra Israele e Emirati Arabi Uniti certifica una tendenza in realtà già in corso da tempo. Quella dell’avvicinamento tra Israele e i paesi del Golfo nel nome di interessi tattici comuni. L’ufficializzazione di queste ore deriva solamente dall’esistenza di una finestra temporale favorevole acciocché i paesi coinvolti – EAU, Israele, con la mediazione USA – possano presentare la normalizzazione delle loro relazioni come una grande vittoria diplomatica. È evidente infatti che i paesi del Golfo guardano con timore alla probabile dipartita dell’amministrazione Trump, che in questi quattro anni ha dato loro carta bianca, e con eguale preoccupazione a una sempre più probabile amministrazione Biden. Gli Emirati, ma c’è da scommettere che nei prossimi mesi seguiranno altri paesi, in primis Bahrein e Oman, possono salvare la faccia dalle accuse delle piazze arabe di avere tradito la causa palestinese, presentando l’impegno israeliano a non procedere all’annessione come una importante concessione.

Trump, dal canto suo, può salvare la faccia facendo implicitamente marcia indietro rispetto al suo piano di pace, il “piano del secolo”, destinato a fallire, e al contempo presentarsi alle elezioni con una tanto agognata eredità in politica estera. Israele ottiene lo sdoganamento definitivo, il “premio” per non avere proceduto con le annessioni (cosa che comunque difficilmente avrebbe proceduto a fare, date le potenti – e pericolose – implicazioni del gesto).

Insomma, un grande compromesso al ribasso, nonostante i comunicati roboanti. Soprattutto, nel provare a delineare le possibili implicazioni, occorre tenere presente che cosa questo atto non è: non è premessa di pace, non è riconoscimento dei diritti dei palestinesi, che infatti mancano dal tavolo negoziale.

Le implicazioni – e le motivazioni – della normalizzazione delle relazioni non riguardano infatti la Palestina o i palestinesi (l’annessione di fatto continuerà indisturbata) bensì il riassetto degli equilibri dell’intera regione mediorientale. In quella che potremmo definire una sorta di riedizione della politica del “doppio pilastro”, gli Stati Uniti hanno benedetto in questi quattro anni l’avvicinamento di Israele e paesi del Golfo allo scopo di consolidare un blocco anti-iraniano al quale affidare il contenimento della Repubblica islamica. La dottrina Nixon faceva di Arabia Saudita e Iran i “guardiani” degli interessi Usa nel Golfo, in un momento in cui i pesanti costi inflitti dalla guerra in Vietnam imponevano agli Usa di razionalizzare la loro presenza, delegando a partner locali la protezione della regione dalle mire dell’Unione Sovietica. Oggi, in un contesto di graduale disengagement dal Medio Oriente nel nome del confronto prioritario con la Cina, gli Usa cercano pilastri locali ai quali affidare la gestione della regione. Se il progetto obamiano era però quello di aprire all’Iran e includerlo, in ragione del suo peso geopolitico, in una nuova architettura di sicurezza multipolare, il progetto di Trump è piuttosto una conventio ad excludendum, allo scopo di contenere la Repubblica Islamica.

Tuttavia, se il contenimento dell’Iran è obiettivo prioritario di Israele, gli Emirati hanno invece dimostrato negli ultimi mesi una parziale apertura al dialogo con Teheran. Per loro, infatti, la vera posta in gioco è il rafforzamento dell’asse anti-Turchia e anti-Fratellanza musulmana, sulla base dei principi che li hanno visti attivi, insieme all’Arabia Saudita, nel contrastare movimenti riconducibili alla Fratellanza dall’Egitto alla Libia (dove sono i principali sostenitori del generale Haftar e dei suoi sforzi di sovvertire l’ordine auspicato e patrocinato dalle Nazioni Unite).

In conclusione, se è ancora troppo presto per valutare l’esatta portata dell’annuncio, è possibile affermare che esso sancisce una tendenza in corso già da tempo: la creazione di un asse anti-Iran e anti-Turchia, e il rafforzamento degli autoritarismi nella regione nel nome della repressione dell’Islam politico. Ciò ha implicazioni per l’intera regione, in tutti i focolai di crisi aperti: dalla Libia al Mediterraneo orientale all’Iran, si formalizza l’esistenza di un asse compatto che si oppone alla Turchia e ai movimenti legati alla Fratellanza musulmana (nel caso degli EAU) e all’Iran (nel caso di Israele), e che è pronto a sostenere con ogni mezzo i propri obiettivi.

Non sono, queste, le premesse di inclusione e ascolto delle istanze popolari di cui la regione avrebbe invece bisogno per arrivare, finalmente, a un nuovo ordine che possa effettivamente garantire stabilità e sicurezza. L’Europa dovrebbe prenderne coscienza, dal momento che in molti di questi focolai di crisi, Libia e Mediterraneo orientale in primis, sono in gioco i propri stessi interessi.

Da ispionline.it