Cgil Cisl Uil sono state convocate agli Stati Generali. Dal tavolo, come era prevedibile non esce nessuna risposta ai problemi veri dei lavoratori e delle lavoratrici. Varie promesse (perlopiù titoli senza un reale riscontro), tante omissioni (anche sul rinnovo dei contratti pubblici e sulla rivalutazione delle pensioni), poca chiarezza (in particolare su scuola e sanità) e nessuna certezza (soprattutto sulla questione cruciale della proroga del blocco dei licenziamenti). L’incontro di oggi con Confindustria non può che peggiorare questo quadro.

La Cgil si è presentata al tavolo con una serie di proposte, molte delle quali più che condivisibili (in foto lo schema della relazione del segretario generale al tavolo). Ma anche se non le condividessi o le condividessi soltanto in parte, il problema credo sia un altro: cioè come essere conseguenti a queste richieste e alla relativa insoddisfazione per le non risposte del governo.

Per essere conseguenti anche soltanto a metà delle nostre richieste, alla chiusura da parte del Governo e, d’altra parte, alla aggressività di Confindustria, la Cgil dovrebbe avere il coraggio di lanciare una grande campagna di mobilitazione, fino allo sciopero generale. Se Cisl e Uil ci stanno meglio, altrimenti anche da soli. Tutt’altra che invocare la mediazione sociale, come il segretario ha dichiarato alla stampa proprio a ridosso degli Stati Generali. Mai come in questo momento, con questa Confindustria, è il tempo del conflitto.

Una mobilitazione più ampia possibile, a partire da temi centrali di scuola e sanità. Sulla scuola, non è accettabile che non si abbia ancora certezza nemmeno sulla riapertura a settembre e va detto con quanta più forza possibile che non si può nemmeno lontanamente pensare di affidarsi ancora alla DAD perché aumenta le disuguaglianze sociali e limita l’autonomia e la libertà di insegnamento.

Sulla sanità, non è nemmeno concepibile, dopo tutto quello che è successo, che si tagli l’Irap per abbassare le tasse alle imprese, cioè proprio la tassa che finanzia la sanità pubblica.

Che poi, scuola e sanità sono problemi che, come su altri, ci trasciniamo dal DL rilancio. E già allora è mancata da parte della Cgil il coraggio di mobilitare il paese, invece che accontentarsi di raccogliere «le briciole cadute dal tavolo».  Anzi, diciamo pure che sono problemi che ci trasciniamo da ben prima del Covid. Perché i tagli ai posti letto e al controllo sanitario del territorio, come le classi pollaio e gli edifici fatiscenti non sono un problema che è uscito con il Covid. Il Covid ha reso esplosivi problemi strutturali che già avevamo. E che non risolveremo finché non ci porremo il tema del contrasto più fermo e deciso possibile alla privatizzazione di questi settori o finché continueremo a non opporci a finanziamenti a scuola e sanità privata.

La Cgil dovrebbe mobilitarsi su scuola e sanità, quindi. E su tutte le altre richieste a cui, agli Stati Generali non abbiamo avuto uno straccio di risposta: il blocco dei licenziamenti, il reddito di emergenza, i contratti pubblici, la riduzione dell’orario di lavoro, la rivalutazione delle pensioni, soltanto per citare i più importanti. Compreso il fatto che centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici non hanno visto ancora un centesimo della cassa integrazione.

E poi c’è il tema più generale delle donne, che gli Stati Generali rimettono sotto le politiche per la famiglia. È una cosa «infame», non ho altro modo per dirlo. Perché ci riporta indietro di 50 anni e oltre. E perché durante il picco dell’emergenza, la maggior parte dei problemi sono stati scaricati proprio sulle nostre spalle. Sia dal punto di vista del lavoro riproduttivo dentro casa (smartworking compreso), sia da quello del lavoro di cura in sè, che è proprio quello che non si è mai fermato durante i mesi del lockdown – quello che abbiamo finalmente considerato essenziale (la sanità, le pulizie, i servizi di cura, la produzione e la distribuzione alimentare: tutti settori a larga maggioranza femminili). Spostare ora, dopo tutto quello che è successo, il tema delle donne dentro a quello delle famiglie piuttosto che in una sacrosanta valorizzazione del nostro lavoro, davvero, è inaccettabile.

Nelle prossime settimane ci saranno, è vero, iniziative di alcune categorie. Ma nessuna unificante. E in ogni caso, senza sciopero, rischiano di essere poco più che simboliche.

In realtà, si continuano a produrre carte, analisi e proposte (come già il Piano per il lavoro e la Carta dei diritti). Ma cosa altro serve per capire che non è proprio più il tempo delle elaborazioni ma della mobilitazione. L’analisi la abbiamo già fatta, non è quella che manca. Manca la lotta! Altrimenti non otteniamo nemmeno mezza di quelle proposte, al limite nemmeno quelle che io non condivido.

Il governo e i ministri ci chiamano ai tavoli e ci ringraziano pubblicamente per quanto siamo stati responsabili nell’emergenza! Con i ringraziamenti però non ci facciamo proprio niente, né noi né i lavoratori che rappresentiamo. Anzi, i rigraziamenti sono il segno che siamo stati troppo buoni e pazienti. Mentre le nostre controparti non hanno avuto il benché minimo scrupolo nell’esprimere la loro aggressività. Compreso fare lobby per impedire la chiusura della Val Seriana quando l’ISS lo riteneva urgente ed era in gioco la nostra vita e la nostra morte.

Se non è il movimento dei lavoratori a occupare lo spazio della mobilitazione e del conflitto su questi temi rischiamo di lasciarlo alla destra e ai Pappalardo di turno. La Cgil non deve permetterlo. Lo abbiamo già visto quale è il rischio, come quando negli anni passati abbiamo lasciato a Salvini il terreno di mobilitazione sulle pensioni. Non possiamo ripetere quell’errore storico, tanto più a fronte della crisi economica e dei licenziamenti che rischiano di franarci addosso. È in gioco il futuro democratico del paese.

Quindi, più coraggio, finalmente. E basta continuare a dire nei gruppi dirigenti e ai giornali che «non si esclude niente» per il futuro, mentre si propone assai poco per il presente.

Eliana Como – portavoce nazionale di #RiconquistiamoTutto