Alla fine il 18 maggio scorso è finalmente arrivato il compromesso franco-tedesco, che ha fatto da apripista all’ulteriore compromesso della proposta della Commissione europea presentata lo scorso 27 maggio, e che verrà ulteriormente riformulata nel Consiglio europeo previsto per il 18-19 giugno, per inserire qualche concessione maggiore ai cosiddetti paesi frugali o rigoristi. Il tutto in un gioco delle parti in cui la Germania guida il suo blocco imperialista e la Francia cerca altrettanto di preservare i suoi interessi imperialistici.

Ebbene, ci piacerebbe davvero molto accogliere questo acclamato risultato con la stessa euforia manifestata in coro pressoché unanime dai commentatori e politici europei, soprattutto in Italia; ci piacerebbe davvero molto dover ammettere che finalmente l’Unione europea si è dimostrata all’altezza della sfida e ha effettuato quella svolta che tanto veniva auspicata. Purtroppo, però, siamo di nuovo costretti a smentire il tutto e a smorzare l’entusiasmo del governo Conte e persino l’eccitazione incomprensibile di pezzi importanti di quel che rimane della sinistra italiana. Anzi, come vedremo, la proposta della Commissione è quanto di più inutile e inadeguato si potesse partorire, nonostante la gravità della situazione richiederebbe ben altro. Per questo, dobbiamo purtroppo riconoscere che con questo risultato l’Unione europea rischia un vero e proprio elogio della follia, un fallimento mascherato da successo di cui potremmo pagare conseguenze terribili

Probabilmente, il governo Conte, il Partito democratico, il Movimento cinque stelle e la Sinistra italiana non si rendono minimamente conto delle condizioni precarie in cui si trova l’Italia. Le misure, assolutamente insufficienti, di sostegno al reddito sono praticamente arrivate, se sono arrivate, al capolinea perché il rubinetto del deficit si è annualmente chiuso, per giunta con la conseguenza di dovere, molto presumibilmente, iniettare negli anni a venire una dose crescente e letale di austerità; peccato che, invece, la crisi non sia affatto terminata.

Le previsioni sulla diminuzione del PIL confidavano su un rimbalzo nella seconda parte dell’anno. Si trattava di un tipico caso di wishful thinking. La fine delle misure di lockdown, ma non quelle del distanziamento sociale, implicano una mancata ripresa della produzione con effetti nefasti sul piano sociale ed economico. Tutte le stime si stanno aggiornando prefigurando scenari molto peggiori di quelli già inquietanti che erano stati elaborati ad aprile. Insomma, senza un intervento deciso e straordinario, attraverso una monetizzazione delle spese sociali a risarcimento del reddito e a tutela delle condizioni di vita, per tutta la durata della pandemia, si rischia una devastazione sul piano sociale che l’Unione europea si ostina ancora a non vedere. Senza una radicale redistribuzione dei redditi e della ricchezza, di cui Conte se ne infischia, la coesione sociale rischia di spezzarsi in modo molto più pesante e drammatico, con conseguenze altrettanto preoccupanti.

I contenuti della proposta della Commissione

Ma torniamo alla decantata proposta della Commissione europea. Come sempre nella storia del dopoguerra, i presunti avanzamenti progressivi della c.d. integrazione europea avvengono sulla base di compromessi franco-tedeschi, sull’onda di interessi materiali settoriali e storicamente determinati. Lo chiamano approccio funzionalista, ma non è altro che il frutto dell’ideologia dominante borghese e imperialista. Poiché sono dettati da interessi imperialistici, persino quei presunti avanzamenti, che risulterebbero a prima vista progressivi, lo sono esclusivamente per gli interessi borghesi e degli stati dominanti creditori, mentre sono estremamente regressivi per la classe lavoratrice e per gli stati dominati maggiormente indebitati. La sinistra radicale italiana ha sempre contestato questo approccio, dal primo trattato liberista di Roma sino all’incubo di Maastricht e Lisbona; oggi, invece, una fetta di essa si sciacqua nel bidet della borghesia.

Il bilancio settennale europeo 2021-2027 aumenta di soli 18 miliardi di euro, da 1082 miliardi a 1100 miliardi di euro. Tuttavia, accanto al finanziamento ordinario, si prevede l’istituzione di un fondo straordinario denominato NextGeneration EU pari a 750 miliardi di euro. Nel complesso, il bilancio dell’UE aumenta a 1850 miliardi di euro, pari su base annua al 2% del PIL di tutti i paesi membri. La presunta novità è che le risorse del NextGeneration EU saranno finanziate attraverso l’emissione di obbligazioni della Commissione europea. Sia chiaro, innanzitutto, che non è affatto una novità l’emissione di titoli da parte di istituzioni europee: lo fa la Banca europea degli investimenti già da tempo, lo ha fatto il vecchio fondo EFSM e il successivo fondo salva-stati ESM, lo fa anche, in casi particolari e specifici, la Commissione europea, la quale lo farà, per esempio, anche per le risorse necessarie al nuovo fondo SURE, la c.d. Cassa integrazione europea.

Tuttavia, l’emissione di titoli ha sinora sempre seguito la formula nota del c.d. back to backlending, ovvero di finanziamenti collegati direttamente all’erogazione dei prestiti agli stati membri: in questo modo, le emissioni dei titoli rappresentavano immediatamente un indebitamento degli stati membri, sui quali ricadeva direttamente l’onere degli interessi e del rimborso. Stavolta, invece, una parte seguirà la strada dei prestiti agli stati membri, ma un’altra parte sarà trasferita come sovvenzione agli stati membri, mentre l’impegno del pagamento degli interessi e del rimborso ricadrà sul bilancio dell’Unione europea, attraverso la costituzione di nuove entrate europee.

Insomma, il presidente Conte può cantare vittoria per aver conquistato qualcosa di simile agli eurobond. Tuttavia, come avevamo più volte ribadito negli articoli precedenti, di fronte a questo tipo di crisi, l’emissione di debito comune europeo non è affatto una misura sufficiente se non è accompagnata dalla monetizzazione del disavanzo, per mezzo degli acquisti garantiti dalla Banca centrale europea. Come vedremo, infatti, sempre di deficit da rimborsare, da parte degli stati membri, si tratta, indipendentemente se sia imputato al bilancio degli stati o a quello dell’Unione.

Molti lo hanno persino definito come il momento hamiltoniano, dal nome del segretario al Tesoro americano che creò il debito federale incorporando i debiti dei singoli stati. In verità, non si tratta affatto della mutualizzazione del debito pubblico pregresso degli stati membri, che sarebbe vietato dall’articolo 125 del Trattato; anzi, è espressamente prevista la natura eccezionale, transitoria e addirittura condizionata dell’emissione comune europea di debito. Soprattutto, si prevede immediatamente che il rimborso, da effettuarsi a partire dal 2028, anche se la maturità massima dei titoli sarà soltanto trentennale, e il pagamento degli interessi, siano effettuati con le ulteriori risorse proprie dell’Unione e cercando di rispettare il peso percentuale del PIL di ciascuno stato membro.

In altri termini, per l’Italia aumenta il debito per la componente che viene prestata direttamente e aumenta pure il contributo finanziario che si dovrà versare per pagare la quota parte del finanziamento delle sovvenzioni per il pagamento degli interessi e il rimborso successivo. Di fronte allo stress finanziario di un paese come l’Italia, che nel 2020 deve già versare 60 miliardi per il servizio sul debito, e lo dovrà fare sempre di più visto l’incremento vertiginoso del debito pubblico, almeno al 160% sul PIL, tutto ciò non sembra affatto rassicurante. Inoltre, i mercati finanziari peseranno comunque in modo complessivo l’esborso totale necessario, con conseguente aumento del costo del debito sovrano; se si aggiunge che la BCE distrarrà risorse per acquistare i Recovery Bond, verrà persino ridotta la copertura sui titoli di stato italiani e la frittata è compiuta per intero: cosa ci sia di tanto esaltante per esultare non lo si capisce davvero.

I pilastri del programma Next Generation EU

Il programma NextGeneration EU si basa su tre pilastri: il primo pilastro, pari a 655 miliardi di euro, sulla Resilienza e sulla Coesione è indirizzato al sostegno delle regioni, delle imprese e dei cittadini degli stati membri colpiti dalla crisi; il secondo pilastro sugli Investimenti e il rilancio del mercato unico, pari a quasi 70 miliardi di euro, è indirizzato esclusivamente alle imprese; il terzo pilastro, pari a circa 25 miliardi di euro, è invece indirizzato alla Sanità e alla cooperazione internazionale.

Il primo pilastro, a sua volta, si compone di tre programmi principali. Il primo programma è quello rilevante ed è rappresentato dall’istituzione del Recovery and Resilience Facility (RFF), di 560 miliardi di euro e finalizzato al sostegno degli investimenti e delle riforme degli stati membri nell’ambito del Semestre europeo e delle Raccomandazioni della Commissione europea; il secondo programma, di 50 miliardi di euro, denominato REcovery Assistance for Cohesion and Territories of Europe (REACT-EU), serve a irrobustire la politica di coesione dell’Unione europea di fronte alla crisi della pandemia; il terzo programma, Just Transition Mechanism (JTM), di 45 miliardi di euro, è finalizzato al sostegno della transizione verso la neutralità climatica.

In forma di bozza è stata presentata la simulazione dei trasferimenti delle risorse agli stati membri nell’ambito dei due programmi RFF e REACT-EU. In particolare, come avevamo anticipato, il RFF si compone di 310 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti agli stati membri, in quattro anni. La formula per calcolare la quota spettante (allocation key) delle sovvenzioni per ciascun stato membro dipende da tre variabili: il rapporto tra il PIL pro capite medio dell’Unione e il PIL pro capite degli stati membri (minore il PIL pro capite maggiore la quota); il rapporto tra la popolazione degli stati membri e la popolazione dell’Unione (maggiore la popolazione maggiore la quota); il rapporto tra il tasso di disoccupazione medio 2015-2019 degli stati membri e quello medio dell’Unione (maggiore il tasso di disoccupazione maggiore la quota). Sulla base di questa formula all’Italia va meglio di tutti con il 20,45%, segue la Spagna con il 19,88%, poi la Francia con il 10,38%. Come dicevamo, la restituzione delle somme è simulata negli allegati in base alla quota del PIL dell’Unione, per l’Italia il 12,8%. Il conto del beneficio netto è presto fatto: 20,45% meno 12,8% per 310 miliardi uguale 23,7 miliardi di euro. È vero che il rimborso, ma non già la spesa per interessi, avverrà solo a partire dal 2028, ma resta sempre che a questo si riduce il presunto trofeo, con cui la stampa ha osannato il trionfo politico di Conte.

Tuttavia, la richiesta di sovvenzioni non può procedere separatamente dalla richiesta parallela di prestiti. Una consistente fetta di paesi membri, con PIL pro capite maggiore rispetto alla media europea, ossia Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Austria, Olanda, Svezia, Danimarca, Irlanda e Finlandia, non saranno torturati con i prestiti, ma beneficeranno solo di aiuti a fondo perduto. Non potrebbe essere altrimenti, in quanto a molti di loro il finanziamento per mezzo dell’emissione comune europea costerebbe di più dell’emissione interna, in molti casi con interessi addirittura negativi. Sottraendo il PIL di questi dieci stati membri, residua un ammontare di PIL di circa 5 mila miliardi. Quindi, la quota di PIL concessa tramite prestiti agli stati membri, è il 5%, ovvero 250 miliardi su 5 mila miliardi. Per l’Italia l’ammontare di prestiti è perciò pari a 90,9 miliardi di euro, la componente enormemente più grande rispetto a tutti gli altri stati membri, mentre le sovvenzioni complessive, considerando sia il RFF che la politica di coesione del REACT-EU, ammontano a 81,8 miliardi di euro. Per ogni euro di richiesta di aiuto a fondo perduto bisogna richiederne 1,11 euro di prestito. È vero che sul tasso d’interesse dell’emissione europea l’Italia risparmia circa un punto percentuale, ma, in ogni caso, per un paese già largamente indebitato non pare proprio che ci sia questo grande affare.

La bufala dell’assenza di (pesanti) condizioni

Fin qui le belle notizie, si fa per dire. Infatti, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Sia le sovvenzioni che i prestiti saranno strettamente condizionati alle riforme previste dalle Raccomandazioni-paese della Commissione europea, nell’ambito del Semestre europeo, alle quali ciascuno stato membro deve rispondere presentando il Programma nazionale delle riforme, ovvero l’Allegato terzo del Documento di economia e finanza. Si tratta, in altre parole, di quella consueta ramanzina che la Commissione europea propina all’Italia nel mese di maggio. Per ora, rispetto al vincolo del Patto di stabilità, questa appariva decisamente meno stringente; ma ora, c’è da giurare, non sarà più così.

L’Italia presenta due squilibri macroeconomici eccessivi: l’alto debito pubblico e la bassa competitività. Le riforme previste dalla Commissione europea sono indirizzate a rimuovere questi squilibri. Sul piano del debito pubblico, inutile sprecare tempo, si tratta delle consuete politiche di austerità. Tuttavia, queste aumenteranno notevolmente, non solo per effetto dell’aumento del debito pubblico post-Covid, ma anche per la riforma auspicata da Madame Lagarde, e condivisa da buona parte della Commissione, del Patto di stabilità; una riforma presa in prestito dalla proposta concepita dal Fondo monetario internazionale: sostituire il vincolo basato sull’equilibrio di bilancio strutturale con un altro focalizzato esclusivamente sulla riduzione della spesa pubblica, più facile da calcolare. Soprattutto, risponde all’esigenza che non sia mai che a qualcuno venga in mente di raggiungere il pareggio di bilancio con l’aumento delle tasse. Insomma, la nuova era dell’austerità non sarà austerità e basta, ma austerità solo dal lato della spesa pubblica, come ci aveva insegnato l’economista Alesina, scomparso proprio la settimana scorsa.

Sul piano della competitività, le riforme auspicate dalla Commissione sono molteplici e spaziano sino ai campi della giustizia e della pubblica amministrazione. Pesano, in particolare, come un macigno le raccomandazioni relative alla riforma delle pensioni, non solo abrogando quota 100 e tutte le deviazioni dalla riforma Fornero, ma anche ripristinando l’indicizzazione automatica all’aspettativa di vita. Sul piano del mercato del lavoro, si richiede espressamente la riforma della contrattazione collettiva nazionale e l’ulteriore spinta alla flessibilità in uscita e in entrata; sul piano della riforma fiscale si chiede il c.d. tax shift, ovvero la riduzione delle imposte dirette compensata dall’aumento dell’IVA, per mezzo della rimozione delle aliquote ridotte. Un disastro.

Ebbene, per ottenere quegli aiuti l’Italia dovrebbe impegnarsi a implementare queste riforme imbevute della peggiore ideologia liberista. Queste condizionalità stavolta sarebbero davvero forti e rigorose, con un monitoraggio e una sorveglianza rafforzata della Commissione, pena l’interruzione del programma di sostegno. Alla fine della fiera, l’Italia si troverebbe a dover scegliere tra indebitarsi con il MES, che formalmente non prevede le condizionalità rigorose ma fa aumentare il debito degli stati membri, o chiedere aiuti al RFF, che non fa formalmente aumentare il debito pubblico ma che prevede rigorose condizionalità. Se non è zuppa, è pan bagnato.

Come se nulla fosse, è già partita la carica per accaparrarsi le risorse predisposte dall’Unione, tanto, chissenefrega, a pagare sarà successivamente la classe lavoratrice come sempre. Il ministro Gualtieri vorrebbe finanziarci una riforma tributaria a favore delle imprese in grado di prevedere consistenti sgravi fiscali: cosicché in debito si finanzia una riforma strutturale e permanente. Il ministro Di Maio vorrebbe finanziarci l’abolizione definitiva dell’Irap; su di essa si era già fiondata la Confindustria. Il ragionamento di Bonomi, in particolare, è diabolico: poiché il MES si può utilizzare solo per la spesa sanitaria, e l’Irap serve per finanziare la sanità, si possono utilizzare parte di quei 36 miliardi di euro per compensare l’abolizione dell’Irap. Così, la spesa sanitaria rimane la stessa, ma i fondi del MES sono finiti soltanto per defiscalizzare i profitti.

Tra l’altro, una volta che è stata eliminata la componente del costo del lavoro dalla base imponibile, l’Irap è di fatto un’addizionale regionale dell’imposta sui profitti delle imprese che serve per finanziare la sanità. Quindi, se un’impresa fa profitti paga l’imposta, altrimenti no. Ora, che senso aveva eliminare il versamento di giugno, di cui il 40 per cento come acconto sul 2020? Le imprese che sono state costrette a chiudere, o che hanno perso buona parte del fatturato e dei profitti, non l’avrebbero pagata comunque, e quindi non ne hanno beneficiato affatto; le altre imprese sono state, invece, agevolate senza alcun motivo, visto che hanno continuato a fatturare e a fare profitto. Eppure, il governo ha impiegato un giorno per inchinarsi a Confindustria, togliendo 4 miliardi dalla Cassa integrazione e destinandoli alle imprese profittevoli. Detto per inciso, ad oggi la cassa integrazione è scoperta da metà giugno sino a settembre, e poi nei mesi di novembre e dicembre; il divieto di licenziamento arriva sino al 17 agosto; dal 17 agosto al 1° settembre può scatenarsi l’inferno. Per i due mesi finali dell’anno, è probabile che l’Italia richieda il prestito SURE, ovvero la Cassa integrazione europea: altro prestito, altro debito, altra austerità.

L’alternativa possibile e necessaria

Per la verità, la soluzione ci sarebbe ed è stata invocata persino da molti illustri economisti borghesi, evidentemente maggiormente consapevoli del rischio di travolgimento sociale che si corre. Come più volte rimarcato, si tratta di finanziare il deficit con l’intervento della BCE, adeguato e mirato a stabilizzare il debito pubblico degli stati membri e a garantire il sostegno al reddito e alle condizioni di vita per tutto il periodo necessario. Molti economisti hanno proposto l’emissione di titoli comuni europei perpetui, ovvero senza rimborso a scadenza. Per il pagamento degli interessi, si potrebbe ipotizzare l’introduzione di una addizionale europea dell’imposta sui profitti delle società, una volta armonizzate le aliquote fiscali e consolidata la base imponibile a livello europeo, in modo da rimuovere ogni forma di elusione fiscale. Era la proposta iniziale spagnola, che non è stata nemmeno discussa in sede di Consiglio europeo.

A tal proposito, la sentenza della Corte costituzionale tedesca è arrivata esattamente in tempo per mettere da parte ogni proposito in tal senso. La nostra proposta si basava su tre punti: il finanziamento monetario illimitato dell’emissione di debito pubblico; una legge di emergenza per imporre l’intervento di acquisto dei titoli pubblici in asta da parte della banca centrale per non subire le pressioni sui rendimenti nei mercati finanziari; la rimozione definitiva della allocazione degli acquisti della BCE secondo la quota del PIL degli stati membri e la sua sostituzione con l’allocazione in base alle necessità di risorse per fronteggiare la crisi. Ebbene, la sentenza ha giudicato l’intervento della BCE illegittimo proprio nel caso in cui fosse stato illimitato, distorsivo del mercato e sproporzionato. In quella sentenza si è parlato del quantitative easing di Draghi, ma affinché qualsivoglia riforma di intervento della BCE in senso differente avesse inteso. Da quel momento in poi, nessuno si è più azzardato a fiatare in tal senso.

Tuttavia, queste riforme servirebbero a tutta la classe lavoratrice europea. Il modello europeo è basato sulla continua deflazione salariale, che ha colpito pesantemente anche la classe lavoratrice tedesca, come nel caso dei minijobs e non solo, e come dimostra l’incremento record delle disuguaglianze in Germania. I titoli perpetui, a differenza degli eurobond, consentirebbero un risparmio a tutta la classe lavoratrice, anche quella olandese e austriaca. Sono i padroni che vogliono continuare col sistema del debito, dei prestiti e dei mercati finanziari, per continuare a speculare e a lucrare le loro rendite. Ma alla classe lavoratrice tutto ciò non importa un fico secco; ha solo da rimetterci a mettere davanti l’interesse nazionalista a quello dell’appartenenza di classe. Per questo, nessuna vittoria sarà mai possibile senza una nuova solidarietà europea di classe, senza un sindacato di classe e conflittuale su base europea, senza una sinistra europea anticapitalista e antiliberista, senza uno sciopero generale europeo contro l’austerità e le politiche liberiste dei trattati europei, senza una lotta per rivendicare una riforma della contrattazione collettiva europea e una riduzione generalizzata del tempo di lavoro su base europea.

Infine, anche il secondo e il terzo pilastro del NextGeneration EU rappresentano una visione e un approccio generale completamente inadeguato alla crisi, che risponde in generale solo alle esigenze della borghesia europea e, in particolare, delle imprese multinazionali europee. In dettaglio, il secondo pilastro è finalizzato al rilancio degli investimenti privati, per mezzo dell’aumento delle risorse del programma InvestEU, ex piano Juncker, fondato sulla leva finanziaria della Banca europea degli investimenti; al sostegno alla ricapitalizzazione delle imprese, per mezzo del programma Solvency Support Investment, anche prevedendo l’intervento finanziario dello stato, ma rigorosamente transitorio e limitato, secondo il classico adagio della socializzazione pubblica delle perdite e della privatizzazione dei profitti; al rafforzamento delle strategiche catene globali del valore, soprattutto in funzione dell’autonomia strategica dai fornitori cinesi e statunitensi. Questo secondo pilastro rappresenta l’asse portante del compromesso imperialista franco-tedesco. Non si tratta, tuttavia, di una costituzione di un nuovo imperialismo europeo; piuttosto, si tratta della conciliazione degli interessi dell’imperialismo francese con quelli tedeschi.

Qual è la posta in gioco per il futuro

L’obiettivo generale del programma NextGeneration EU è la cosiddetta transizione-gemellaverde-digitale. È vero, stavolta siamo d’accordo: questa è la duplice agenda prioritaria per il futuro dell’economia. Il nostro accordo, però, finisce qui.

Infatti, la transizione digitale prevede un incremento degli investimenti senza precedenti nel campo della connettività e delle reti 5G e 6G, della strategica presenza tecnologica e industriale nelle catene digitali del valore, nell’intelligenza artificiale, nella cybersecurity, nell’infrastrutture di condivisione dei dati, nei supercomputer, nel quantum e nella blockchain. Ciò nonostante, la vera riforma per la transizione digitale dovrebbe ispirarsi all’economia della condivisione piuttosto che a quella della competizione, all’economia dell’accesso piuttosto che a quello del possesso, all’economia dell’open source piuttosto che a quella del copyright, all’economia dei beni pubblici e dei beni comuni piuttosto che a quello dei beni privati tradizionali, all’economia del costo addizionale zero piuttosto che a quello miserabile della legge del plusvalore: in una parola dovrebbe fare un falò della legge dello sfruttamento e della proprietà privata capitalistica.

In aggiunta, la transizione verde è prevista attraverso il piano delle quattro C: Clean, Circular, Competitive and Climate-neutral economy. Tradotto: si tratta di finanziare un grande piano di crescita della produzione, dei profitti e dell’occupazione, nel settore delle energie rinnovabili e della sostenibilità ambientale, per mezzo, tra l’altro, della riconversione del settore automobilistico e delle navi, del trasporto e delle infrastrutture, delle fonti energetiche alternative, della strategia sulla biodiversità e del cibo sostenibile e sano.

Purtroppo, però, tutto ciò non farà altro che allontanare gli obiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2030. Nessuna energia rinnovabile potrà mai sostenere un piano così scellerato e profit-oriented di incremento della produzione e dei profitti. Per raggiungere la sostenibilità ambientale, occorrerebbe buttare al cesso il modo di produzione capitalistico, la crescita quantitativa irrazionale e miope, la concorrenza sfrenata e anarchica, la proprietà privata capitalistica: in una parola, bisognerebbe rimuovere il profitto e produrre in modo need-oriented.

Infatti, bisognerebbe produrre più qualità e meno quantità, più servizi e meno beni. Del resto, il PIL è la somma dei beni e servizi prodotti: se si riduce la produzione di armi o di automobili, anche fosse energeticamente sostenibile, e si aumenta molto di più la produzione del servizio sanitario, il PIL aumenta lo stesso. Il valore delle cose lo darebbe il lavoro, non il plusvalore per il tramite del mercato capitalista; lo scopo della produzione deve tornare ad essere il valore d’uso e non il valore di scambio, i bisogni e i desideri e non lo sfruttamento e l’appropriazione.

La contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di proprietà ha raggiunto un livello cruciale. Hic Rhodus hic salta! Per risolvere questa contraddizione occorre per forza cambiare il modo di produzione capitalista e sostituirlo con un modo di produzione ecosocialista. L’unica alternativa restano le barbarie!