Vi ricordate quel 18 aprile, d’aver votato i democristiani? Senza pensare all’indomani, a rovinare la gioventù“. Così cantavano i cori delle mondine “rosse” all’indomani del voto per il primo Parlamento repubblicano, il fatidico 18 aprile 1948. In meno di due anni il clima politico era cambiato, in Italia come nel resto del mondo. Era iniziata la Guerra Fredda, lo scontro tra gli ex Alleati nella guerra con le potenze dell’Asse destinato a segnare i futuri 40 anni. I governi di “unità nazionale antifascista” erano saltati ovunque, ad Ovest come ad Est. Nei paesi che a Yalta erano stati affidati alla “tutela” nordamericana le sinistre (o per lo meno i comunisti e i loro alleati) erano stati estromessi dai governi e si era rafforzata la repressione del movimento operaio, in particolare dove (come in Francia, in Italia, in Grecia) i comunisti erano egemoni. E nei paesi affidati alla “tutela” sovietica erano stati estromessi i partiti di centro-destra, e contemporaneamente era iniziato un processo di assimilazione strutturale al modello vigente in URSS. In Italia la rottura definitiva tra gli ex alleati era avvenuta nel maggio del 1947, con l’estromissione dal governo De Gasperi (leader democristiano che guidava i governi di “unità antifascista” fin dalla caduta del governo Parri, nel dicembre del ’45) sia del PCI che del PSI. Quest’ultimo era tornato a chiamarsi così, come prima del 1943, dopo la scissione del gennaio 1947, che aveva dato vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), un partito che aveva per un attimo unito le due correnti socialiste contrarie alla fusione col PCI: la corrente social-riformista (Critica Sociale) guidata da Saragat e quella d’estrema sinistra (Iniziativa Socialista), guidata da Zagari, che sulla carta sembrava la più robusta (anche se quasi tutti i parlamentari socialisti che aderirono al PSLI appartenevano alla corrente socialdemocratica). L’equivoco PSLI durò poco: l’unica cosa che univa le due ali “anti-fusioniste” era l’avversione allo stalinismo. Per l’ala di Saragat ciò significava, al di là delle velleità di creare un terzo polo, alternativo sia alla DC che a PCI-PSI, allearsi al “male minore” (cioè lo schieramento filo-USA, ritenuto meno autoritario dell’altro). Per Iniziativa Socialista (che era egemone tra i giovani socialisti della FGSI) si trattava di superare il moderatismo di PCI e PSI, rompendo l’unità antifascista coi partiti “borghesi” (DC in testa) e puntare su una rivoluzione socialista in Italia, anticapitalista e antistalinista allo stesso tempo. Sempre a sinistra, era scomparso il Partito d’Azione, già indebolito dalla scissione dell’ala moderata del febbraio 1946 e dal pessimo risultato del 2 giugno. Nell’ottobre del ’47 ciò che era rimasto del Pd’Az aveva infatti aderito al PSI. Nel dicembre 1947, quando PCI e PSI diedero vita al Fronte Democratico Popolare e De Gasperi diede vita al suo nuovo governo, le ambiguità del PSLI vennero a galla: a maggioranza il partito decise di seguire le indicazioni di Saragat e del gruppo parlamentare, entrando nel nuovo governo con DC, PRI e PLI. La rottura con l’ala sinistra, ormai minoritaria, portò alla diaspora di quest’ultima. Una componente (il Movimento di Unità Socialista, guidato dal futuro dirigente dei GCR, sezione italiana della Quarta Internazionale, Livio Maitan) ruppe col PSLI ed aderì al Fronte, altri tentarono di dar vita ad effimeri gruppi o si illusero ancora di condizionare da sinistra la politica di Saragat. Comunque le elezioni del 18 aprile si tennero in un clima ben diverso da quello del 2 giugno 1946, con tutta la potenza della Chiesa Cattolica schierata a fianco della DC (famoso lo slogan “Ricordati che nell’urna Dio ti vede, e Stalin no“), con processioni, madonne pellegrine, scomuniche a chi votava social-comunista, ecc. E la campagna, da una parte e dall’altra, fu senza esclusione di colpi (con una particolare virulenza ed aggressività da parte democristiana), mentre cadevano sotto i colpi della “Celere” (o sotto quelli della mafia, come a Portella delle Ginestre, il 1° maggio 1947) decine e decine di contadini, braccianti, operai, centinaia venivano feriti e migliaia arrestati. La polarizzazione del voto tra il Fronte da una parte e la DC dall’altra ridusse ai minimi termini gli altri partiti. Anche il tentativo “terzaforzista” di Saragat, con la lista Unità Socialista (alleanza tra il PSLI e Unione dei Socialisti, fondata da Lombardo e Silone pochi mesi prima) non ebbe un grande successo, al di fuori di alcune zone del Nord dove era radicata la tradizione riformista turatiana. Comunque, più che una sconfitta delle sinistra, il 18 aprile fu una vittoria della DC, che assorbì quasi tutto lo schieramento di destra, arrivando al 48,5% dei voti ed alla maggioranza assoluta dei seggi, per la prima (ed unica) volta nella Storia d’Italia. Ma ecco i dati nazionali delle sinistre.

  •  Fronte Democratico Popolare        31,0%
  •  Unità Socialista                                   7,1%
  •  Altri                                                       0,7%

TOTALE                                                         38,8% (-2,7%)

Come si vede, un arretramento limitato se si considera l’insieme delle sinistre (comunque un dato superiore persino al risultato delle “elezioni rosse”, quelle del 1919), ma che fu vissuto dai milioni di militanti ed elettori di sinistra come una sconfitta epocale. Si parlò di “brogli” (con suore, preti, frati, pazienti di istituti religiosi portati a votare più di una volta), di voto femminile condizionato dai preti, di “ricatto” del Piano Marshall: ma la sensazione di cambio d’epoca, di fine delle illusioni (per lo meno a breve termine) in una società più giusta (che fosse il socialismo, la “democrazia progressiva” o quant’altro) era diffusissima nel “popolo di sinistra”. Ma se diamo un’occhiata al voto per regione vediamo che l’interpretazione di questo voto come sconfitta senza appello è piuttosto discutibile, se si guardano i freddi numeri. Tra parentesi la differenza col 2 giugno 1946

  1. Emilia-Romagna                          60,6 % (-5,7)
  2. Toscana                                          55,2 % (-1,0)
  3. Umbria-Reatino                            49,3 % (-1,2)
  4. Liguria                                            48,8 % (-6,3)
  5. Piemonte                                        44,3 % (-6,7)
  6. Lombardia                                     42,3 % (-9,0)
  7. Marche                                            41,0 % (-2,3)
  8. Friuli-Bellunese                             36,1 % (-10,4)
  9. Basilicata                                         34,5 % (+5,2)
  10. Sardegna*                                        34,3 % (-2,0)
  11. Abruzzo                                            32,8 % (+4,7)
  12. Calabria                                            31,7 % (+3,8)
  13. Lazio                                                 31,5 % (+4,3)
  14. Puglia                                                30,5 % (+4,1)
  15. Veneto                                               30,3 % (-12,8)
  16. Sicilia                                                 26,0 % (+4,4)
  17. Campania                                         21,5 % (+4,5)
  18. Trentino-Alto Adige**                    17,5 % (**)
  19. Molise                                                16,1 % (+2,1)

*Col Partito Sardo d’Azione

** Nel 1946 non si era votato nella provincia di Bolzano.

Come si può agevolmente vedere, c’è un secco arretramento nelle regioni rosse e in generale nel Centro – Nord (molto accentuato in quelle che sono considerate le zone bianche per eccellenza, meno nei “feudi” tradizionali dalla solida tradizione social-comunista) ed una crescita generalizzata, a volte significativa, in tutto il Centro-Sud, che va in contro-tendenza. Si può dire che è in queste elezioni che finalmente la sinistra diventa un’opzione nazionale, e non più sostanzialmente “nordista” (il famoso confine Grosseto-Ancona). Entrando un po’ più nel dettaglio, vediamo la Toscana meridionale superare per la prima volta l’Emilia-Romagna, col 61,9% (1,7 in meno che nel ’46), i cui collegi scendono al secondo (l’Emilia occidentale, 60,8%, -5 punti) e al terzo (Bolognese e Romagna, 60,4%, -6,5 punti) posto. Sempre in Toscana, il collegio Firenze-Pistoia sale dal 5° al 4° posto, pur perdendo oltre 4 punti (dal 60,1 al 55,7%), scavalcando la Lombardia sud-orientale (Mantova-Cremona), che perde 7 punti (dal 61,2 al 54,3%). L’Umbria si situa stabilmente al terzo posto, scavalcando in un sol colpo Liguria, Piemonte e Lombardia, pur avendo perso circa un punto (dal 50,5 al 49,3%). Le altre zone rosse del Nord arretrano in modo molto simile, intorno ai 7 punti percentuali: così Milano-Pavia (dal 55,8 al 48,8%), Torino-Novara-Vercelli (dal 55,4 al 48,5%), la Liguria (dal 55,1 al 48,8%), mentre cala molto meno la Toscana nordoccidentale (Pisa-Livorno-Lucca-Massa Carrara), che passa dal 51,4 al 48,1%. Ben peggio accade nelle zone “rosa” del Nord, che vedono arretramenti più consistenti, “sbiancandosi” in un modo, se non irreversibile, almeno di lunga durata: il peso della Chiesa cattolica in queste aree si rivelerà un osso duro da rodere nei decenni futuri. Così il Piemonte meridionale, grazie allla provincia bianca cuneese, scende dal 43,2 al 35,8%, e ancor di più nella Lombardia nord-occidentale (10 punti in meno, dal 47,5 al 37,4%) e nella “vandea” bresciano-bergamasca (12 punti in meno, dal 40,5 al 28,6%, in pratica un elettore su tre che passa alla DC). Le zone già “bianche” 2 anni prima vedono analoghe emorragie: il Friuli-Bellunese (che in realtà, grazie alla tradizione riformista, era più rosa che bianco) perde oltre 10 punti (dal 46,5 al 36,1%), il Veneto occidentale (Verona-Vicenza-Padova-Rovigo) idem (dal 42,6 al 32,9%) e ancor peggio il Trentino (il Sud Tirolo non avendo partecipato alle elezioni per la Costituente), che quasi dimezza i voti a sinistra, passando dal 35,8 % del ’46 al 19,7 del 18 aprile, rivelandosi come area più bianca d’Italia dopo il Molise. Solo il collegio Venezia-Treviso contiene  relativamente le perdite (dal 44,1 al 37,6%), grazie alla solita “isola” di sinistra veneziana (che mantiene il 45% alle sinistre, pur avendo perso 7 punti rispetto a due anni prima). Scendendo verso il centro-sud la tendenza, come dicevamo poc’anzi, inizia ad invertirsi. Le Marche confermano la loro vocazione di regione-cerniera, con le sinistre che perdono “solo” 2 punti (dal 43,3 al 41%) e, come a confermare ciò che ho sottolineato sopra, grazie all’arretramento nella parte rossa, quella settentrionale, mentre nella parte meridionale si assiste ad una leggera crescita. Il Lazio vede un incremento di quasi 5 punti (dal 26,8 al 31,5%), così come l’Abruzzo (dal 28,1 al 32,8%). Il Molise si conferma come “vandea” per eccellenza in Italia, mantenendo più o meno gli stessi voti (il 16,1%) di due anni prima. In Campania le sinistre aumentano di 7 punti nel collegio Napoli-Caserta (dal 16,8 al 24%), e di un punto nell’area sud-orientale (18,7 rispetto al 17,6 di due anni prima). La zona quasi “rosa” della Puglia centro-settentrionale (Bari-Foggia) vede un aumento di tre punti (dal 30,6 al 33,9%), mentre la zona vandeana del sud della regione (ennesima conferma del comportamento opposto tra zone più progressiste e zone più reazionarie) vede una crescita di ben 6 punti (dal 20 al 25,8%). Basilicata e Calabria vedono un incremento di 5 punti la prima (dal 29,3 al 34,5%) e di 4 la seconda (dal 27,9 al 31,7%). Anche in Sicilia vediamo una dinamica simile a quella pugliese: la Sicilia occidentale, che era stata meno avara con le sinistre nel 1946, cresce di poco, meno di due punti (dal 24,2 al 26%), mentre quella orientale, che aveva dato alle sinistre solo il 19% due anni prima, cresce di 7 punti, al 26,1%, scavalcando seppur di pochissimo la zona di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. La Sardegna, che era stata la più generosa delle regioni del Mezzogiorno con le sinistre, vede un leggero arretramento (dal 36,3 al 34,2%), dovuto però alla crisi del Partito Sardo d’Azione, che perde ancora il 40% del suo elettorato di due anni prima (e circa due terzi dei voti in percentuale dell’exploit del 1921, ai tempi di Emilio Lussu). Sarebbe interessante poter sviluppare un’analisi seria ed approfondita di questi comportamenti elettorali in un certo senso schizofrenici: la sinistra perde dove era già forte, al Centro-Nord, ma in quest’area del paese perde di più nelle zone meno rosse. Al Centro-Sud invece la debolezza storica non si rivela altrettanto penalizzante, anzi. Forse che il peso della campagna capillare della Chiesa Cattolica fosse meno condizionante? Difficile ammetterlo, visto che è proprio nel Mezzogiorno d’Italia dove, oggi come allora, il peso della religione cattolica appare come egemonico, di fronte ad un Centro Nord in gran parte laicizzato. Forse che il “Vento del Nord” di cui parlava Nenni sia arrivato in ritardo, come per inerzia? Certo, più che di “vento” dovremmo parlare di brezza, visto che i pur relativamente cospicui incrementi di voti non riuscirono a scalfire la tradizionale egemonia conservatrice o reazionaria, incarnata un tempo dal notabilato monarchico- liberale, e dal 1948, dalla Democrazia Cristiana.

[continua….]

Flavio Guidi