Ci sono due antagonisti nella lotta contro il Covid-19 di cui si parla poco: la paura della malattia e la solitudine. E si ripresentano ad ogni epidemia.

“La paura aveva portato alla negazione della stessa esistenza dell’Ebola o allo stigma sociale verso gli infetti e le loro famiglie”, racconta sul sito dell’Organizzazione mondiale della sanità un antropologo africano.

E le misure di contenimento, come la quarantena, possono provocare nuove fratture nella società.

L’epidemia non è solo un’emergenza sanitaria, ma sociale e politica”, spiega a Business Insider Italia Umberto Pellecchia, referente per la ricerca qualitativa e antropologica di Medici Senza Frontiere, che ha lavorato in Italia, Francia e Belgio e ha studiato sul campo la diffusione dell’Ebola in Liberia nel 2014. “Ecco perché la quarantena deve essere gestita dal basso e non solo dall’alto”.

La quarantena non deve diventare uno strumento di controllo e potere

Oggi si sta agendo per correggere i comportamenti dei singoli individui. Dietro queste misure istituzionali c’è una concezione del comportamento umano individualistico”, commenta l’antropologo, che specifica di parlare a titolo personale e non per la ong.

La visione del mondo basata sull’individuo appartiene in generale alla nostra cultura contemporanea, spiega, ma può essere un limite, perché genera molta paura in una situazione di emergenza.

Il rimedio? È rafforzare le comunità, evitando di imporre misure senza dare voce ai cittadini:

La quarantena non deve essere uno strumento di controllo e potere. Le comunità devono essere coinvolte nel processo decisionale”, sottolinea Pellecchia.

Ci sono infatti delle condizioni di base perché questa misura di contenimento possa essere efficace, secondo lo studioso: i diritti civili devono essere garantiti, ci deve essere una compensazione finanziaria per la perdita del lavoro e un processo trasparente di consapevolezza e condivisione di informazioni.

Di fronte all’epidemia non siamo tutti uguali

A livello biologico il virus colpisce tutti indistintamente, ma le condizioni sociali fanno la differenza”, sottolinea l’antropologo.

di queste differenze dovrebbero farsi carico i governi democratici.

Il rischio di una qualsiasi crisi, infatti, è l’aggravarsi delle disuguaglianze:

Quello che mi colpisce in questo momento è che le misure messe in atto, come la distanza fisica o il blocco della mobilità mostrano delle grandi contraddizioni: la polizia deve fare multe per strada, ma le metropolitane sono piene di persone che vanno a lavoro”.

“Blocchiamo tutto, ma attenzione a non fermare le strutture sociali” 

Una lettura antropologica può aiutarci a sentirci parte attiva della soluzione, a non restare inermi. Ogni epidemia ha una sua storia e non si possono fare paragoni tra società molto diverse, ma dall’esperienza in Liberia Pellecchia ha imparato che le comunità hanno la capacità di riorganizzarsi autonomamente per difendersi dal virus, in modo solidale.

Le comunità sono realtà plastiche, che interpretano la crisi, la rielaborano, perché semplicemente nessuno vuole morire. Anche durante il Coronavirus possiamo osservare come le nostre comunità stanno mettendo in pratica forme di autocontrollo e di contenimento dal basso, continuando a mantenere una struttura sociale. Basti pensare ai quartieri che si organizzano in autonomia perdare sostegno agli anziani. Queste sono pratiche sociali e le persone sono coscienti del pericolo che corrono”.

Perché è così importante che restiamo attivi come comunità, anche quando tutto il resto si ferma?

L’essere umano ha necessità di una struttura sociale che va necessariamente creata in un momento di crisi”.

Ma oggi esistono le comunità?

Sì e sono nei quartieri spesso più poveri delle città”.

La petizione dei giovani antropologi che vogliono aiutare contro il Coronavirus

La disciplina antropologica purtroppo non è riconosciuta come un sapere pratico – commenta lo studioso –. Come antropologi, teniamo conto del punto di vista delle comunità per aiutare gli epidemiologi a porre le giuste domande, ma a livello istituzionale c’è sempre l’idea che l’epidemia si debba affrontare solo su un piano clinico o legislativo oppure coercitivo. Ed è un indice di come oggi viene interpretata la stessa medicina: come un sapere tecnico”.

C’è, invece, una dimensione umanistica del sapere che si rivela preziosa in tempo di quarantena. E le nuove generazioni sembrano esserne consapevoli. Tra i volontari che vogliono aiutare nell’emergenza, infatti, ci sono anche i giovani che studiano antropologia: “alcuni studenti di Roma hanno lanciato una petizione su Change.org”, rivela l’antropologo. È rivolta ai media affinché si racconti la comunità e l’importanza dell’interrelazione. Perché il Coronavirus è un “morbo antropologico”, scrivono gli studenti. “E la distanza – ricorda Pellacchia – deve restare fisica e non sociale”.

Il pericolo di una narrazione di guerra

Il ruolo dei media quindi è anche quello di non amplificare un racconto alterato dei fenomeni.

Siamo in guerra, ha dichiarato Macron, ma questa narrazione è molto pericolosa. La guerra prevede un nemico. Che si concretizza nell’altro: gli altri prima erano i cinesi, poi sono stati gli italiani. Gli altri sono spesso i più deboli”, avverte Pellacchia.

E dalle parole ai fatti il passo è breve:

Questa narrazione può essere concretizzata poi attraverso le forze armate”, conclude l’antropologo.

Di Antonello Scarfò da Business Insider Italia