Stamattina mi sono svegliato presto, molto più presto del solito. E fuori il cielo è grigio, pioviggina e fa freddo. Già questi due elementi non mi inducono all’ottimismo e alla gioia di vivere. Bevendo il primo caffè do un’occhiata alle notizie di televideo (che è poi, più o meno, l’unico uso che faccio del televisore). Leggo che la ministra Lamorgese fa a gara col salvino su chi è riuscito a far restare in Libia o a respingere più migranti. Alla pagina seguente il Giggino Di Maio che dà del chiacchierone irresponsabile (e su questo non ci piove!) all’onnipresente salvino sul problema di chi ha tirato fuori più soldi per polizia, carabinieri, ecc. Se già non ero allegro, mi deprimo ancora di più: ma questi credono davvero di far concorrenza al trio Lescano salvino-melona-berluska sul suo terreno? Ma ci sono o ci fanno? Lo sanno anche i sassi che tra l’originale e gli imitatori di solito la gente preferisce l’originale! E poi ci stupiamo del fatto che metà degli elettori italiani (compresi moltissimi neo-cittadini immigrati) votino a destra! Intanto, a sinistra (quella vera, intendo) continuiamo a gingillarci con i nostri giocattolini ormai quasi poco più che individuali (chiamiamoli partiti, movimenti, sindacati di base, non vedo molte differenze), continuiamo a litigare su chi ha più “verità in tasca”. Sopravviviamo, guardandoci l’ombelico, continuiamo nella routine quotidiana della manifestazioncina (ah, indetta alle 15 da una sigla, alle 18 dall’altra, e alle 21 da quell’altra ancora, mi raccomando!), del blocchettino dello sfrattino, del movimentino piccino picciò. Perché siamo “concreti”, lontani dalle ubbie utopistiche, concentrati sul pensare e agire il più localmente possibile, “vicini alla gente” (possibilmente vicini alle terga della gente). Che infatti ci appoggia massicciamente. E di mettersi, TUTTI QUANTI, attorno a un tavolo, e discutere, confrontarsi, mettere in comune, unire le nostre sempre più flebili vocine per, almeno, far uscire un belato un po’ più udibile, non se ne parla nemmeno, vero? C’era una canzone, più o meno alla fine del ’68, che girava nell’ambito dei proto-kabulisti del PCI, e diceva “Ma il socialismo nel mio paese, ma chissà quando che si farà: sarà per colpa di troppe chiese…..o di troppe feste dell’Unità?” Ecco, possiamo aggiungere anche di troppi “movimentini” autoreferenziali e che si ignorano reciprocamente? O sono troppo pessimista? Sarà il freddo e il grigiore autunnale in questo paese di m….. Scusate il disturbo.

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