Ada Colau, la sindaca eletta a Barcellona nel 2015 come rappresentante di una coalizione della sinistra più o meno radicale, è stata riconfermata sabato 15 giugno alla guida della capitale catalana, grazie ai voti (oltre a quelli, ovviamente, della coalizione che la sosteneva), dei socialisti e, cosa ancor più preoccupante, del liberale Valls e di altri due consiglieri eletti nella lista di destra Ciutadans. Su questo avvenimento riportiamo una breve riflessione del compagno Rolando Daguerra, italiano residente a Barcellona da oltre 30 anni, che i nostri lettori già conoscono per altri contributi sulla realtà catalana.
Lo scenario politico spagnolo ha subito un altro scossone con le elezioni municipali. Il progetto dei «comuni per il cambiamento» iniziato quattro anni fa con l’arrivo al governo delle principali città di formazioni e candidature che si rifacevano all’idea di «nuova politica» sembra arrivato al capolinea. Madrid è di nuovo a maggioranza di destra, anche se questa volta tricefala: destra conservatrice e reazionaria (PP), destra ferocemente neoliberale (Ciudadanos) e destra neo fascista (Vox). Stessa sorte hanno seguito Podemos e «Confluenze» nella maggior parte dei capoluoghi conquistati nella precedente legislatura.
Ma forse il caso che meglio illustra questa idea di fine di un ciclo è quello di Barcellona. Qui la destra si è di nuovo rivelata in netta minoranza: sui 41 posti nel Consiglio il partito di Ciudadanos, guidato dall’ex politico francese Manuel Valls, ne conquista 6 (risultando essere la forza più votata a Sarrià Sant Gervasi, la zona dell’alta borghesia). Il PP appena 2. La destra neofascista nessuno. Recupera invece – con 8 seggi, posizioni il PSC, per il voto in chiave nazionalista spagnola di alcuni quartieri popolari che in precedenza avevano puntato sul progetto dell’attuale sindaca, leader di un forte movimento per il diritto alla casa.
La destra catalanista cala ulteriormente e, da forza di maggioranza appena due legislature fa, si tiene solo 5 consiglieri. I Comuns di Ada Colau ne perdono uno passando dal 25% al 20.75%: ne hanno 10.
La vincitrice in seggi e voti è ERC (Sinistra Repubblicana della Catalogna) partito indipendentista di stampo socialdemocratico che passa da un 11% dei voti e 5 consiglieri al 21,35% e 10 rappresentanti.
Subito i risultati sono accolti da gran parte della stampa come una vittoria delle posizioni «costituzionaliste» (favorevoli all’unità della Spagna o piuttosto antiindipendentiste). ERC offre ai Comuns un governo condiviso. Sembrerebbe la cosa più logica dato che si tratta delle formazioni che insieme raggiungono quasi la maggioranza assoluta ed hanno inoltre maggiori punti di contatto nei rispettivi programmi elettorali. Secondo uno studio della rivista Critic infatti, su 41 punti significativi per la vita della città, le proposte di ERC e Comuns coincidono in 34 casi. Coincidenze che si riducono a 18 per i socialisti ed appena a 6 per Ciuadadanos.
Ciudadanos, per bocca del deportatore di rom nella sua tappa di ministro degli interni francese, lancia però una OPA ostile: presteranno i loro voti per investire Ada Colau senza condizioni di sorta e solo per impedire che sindaco sia un rappresentante dell’odiato movimento indipendentista.
Molti dubitano della gratuità dell’offerta, che coincide con la diffusione della notizia che Valls è stato sponsorizzato direttamente con uno «stipendio» di 20.000 euro mensili dai principali gruppi di potere economico della città, ma inizia comunque uno spettacolo ben poco edificante di dichiarazioni e controdichiarazioni che sfocia nella rielezione di Ada Colau con i voti di Bcn en Comú, PSC e 3 voti dei 6 rappresentanti di Ciudadanos.
La situazione in piazza Sant Jaume è ben diversa da quella vissuta 4 anni fa quando la folla accorsa, con molta gente anche dell’estrema sinistra indipendentista, aveva accolto l’arrivo del cambiamento al governo della città con entusiasmo e speranza. Questa volta i sostenitori dell’Ada, fra cui non mancavano i portatori di laccetti gialli (che esigono la libertà dei prigionieri politici catalani) occupano una piccola parte della piazza, il resto mostra la sua disconformità con la scelta di alleanze spurie operata dai Comuns.
È un brutto spettacolo. L’ex consigliere Forn, che ha ottenuto il permesso di assistere all’investitura in qualità di capogruppo del partito erede di Convergencia i Unió, è accolto da una parte dei Comuns al grido di «3%» (in allusione agli scandali di corruzione dell’era Pujol – processato nel 2014) e, una volta conclusa la cerimonia del voto, riportato in prigione in attesa della sentenza. Valls attraversa la piazza come parte della comitiva per recarsi, come tradizione vuole, in visita dal presidente della Generalitat, non lesina gesti di provocazione nei confronti degli indipendentisti e si rifiuta ostentosamente di salutare il rappresentante del governo catalano. Nel suo discorso ricorda prepotentemente all’Ada che è sindaca grazie a lui.
Fra gli indipendentisti spuntano i settori più retrivi che, incattiviti, cercano di cavalcare l’indignazione di molti dei presenti accusando l’Ada di essere una truffa politica ed una traditrice.
Spettacolo triste per quanti, anche se su posizioni fortemente critiche, speravamo nella creazione di un fronte capace di contenere le spinte autoritarie e regressive delle forze, statali ed economiche, che puntano sul ristabilimento del quadro di »ordine e legge» definito dal «regime del 78» (l’assetto istituzionale e politico scaturito dai patti che garantiva la continuità degli elementi fondamentali del franchismo – come la monarchia, il ruolo dell’esercito e l’unità della patria o il controllo del potere giudiziario -, la difesa dei privilegi delle classi dominanti – dai latifondisti del sud, al mondo delle finanze -, dura legislazione antidissidenza ecc.).
Una sinistra indipendentista messa in crisi da repressione di stato, provocazioni fasciste, criminalizzazione mediatica incapace di elaborare strategie sul breve periodo. Movimenti smobilitati dalla burocratizzazione di molti quadri, incapaci di rompere le dinamiche d’istituzionalizzazione di lotte ed organizzazioni, tartassati da una repressione di bassa intensità ma opprimente. Comuns senza basi (alla consultazione sulla decisione da prendere per la candidatura a sindaca, partecipano 4000 dei 10.000 iscritti – il risultato è di un terzo a favore dell’alleanza con ERC, i due terzi per accettare i voti di Ciudadanos -… in una città di 1.700.000 abitanti). Una CUP (candidatura anticapitalista che perde i 3 rappresentanti in comune) in ritirata e in pieno dibattito interno. Tutti incapaci di contrastare l’ondata di demagogia, pressapochismo, culto della personalità che impregna il dibattito pubblico.
Le voci favorevoli comunque all’elezione dell’Ada assicurano che la sua presenza è garanzia di continuità delle politiche di cambiamento avviate nel quadriennio precedente. Una parte non cela che l’obiettivo principale era quello di sconfiggere il «separatismo», divenuto concetto contenitore del male da combattere senza bisogno di perder tempo a spiegare il perché (come nella barzelletta del tizio che al bar dice all’amico: «io ammazzerei tutti gli ebrei e i barbieri» e l’amico gli chiede «e perché i barbieri?»?). Altri sommessamente ricordano che le classi «umili» hanno bisogno dell’Ada che si preoccupa per i loro problemi.
Il movimento indipendentista, fallita la via del referendum, e in attesa della sentenza contro il governo catalano ed i rappresentanti delle principali organizzazioni, vede crescere il distacco fra partiti, movimenti di base (CDR) e organizzazioni di massa (ANC ed Omnium) e, nei due ambiti, fra le posizioni più di sinistra e quelle conservatrici (in netta minoranza).
Una situazione ideale per gli opportunisti del PSOE/PSC che, dopo 40 anni di corruzione, politiche antisociali, complicità con il PP, sottomissione a monarchia ed a tutti i poteri forti dello stato, senza dimenticare i crimini di lesa umanità (GAL), riescono ancora a racimolare quel tanto che basta di voti ed influenza per mantenere il controllo sulle scelte di governo importanti. Ancora non si sa quali aree gestiranno direttamente. È da scommettere però che non sarà quella di «Parchi e giardini» .
Nei prossimi mesi si vedrà se i settori combattivi della città saranno in grado di rimettere in piedi un movimento in cui confluiscano le molteplici proposte di trasformazione sociale – lavoro, sanità, ambiente, scuola, casa, femminismo, antirazzismo – e quella di superamento dell’attuale struttura statale tramite il riconoscimento del diritto della società catalana all’autodeterminazione, secondo lo slogan del «repubblica per cambiare tutto». Alla base, nei picchetti contro gli sfratti, nei presidi antifascisti, negli scioperi femministi, nelle lotte in difesa del territorio, nelle mobilitazioni per i diritti dei migranti e rifugiati questa confluenza è già una realtà. Restano da aprire gli spazi di elaborazione collettiva di strategie antagoniste autonome, cosa non facile visto il clima di repressione e d’intossicazione alimentato da apparati di stato, media, fascisti e settori post stalinisti, ma possibile in una società ancora viva e ribelle.
Barcellona, 16 giugno
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