UNA RISPOSTA DI GRAZIANO BARTOLINI (1) (2), fotografo militante, all’articolo di Gianni Minà “La resistenza del Venezuela” , apparso su L’ANTIDIPLOMATICO del 14/02/2019 (vedi sotto).

Cosa accade in Venezuela, cosa viene scritto fra verità parziali e disinformazione. Raccontare una parziale verità è la peggiore delle menzogne. Lo avevo scritto solamente una settimana fa, e regolarmente quando si parla del Venezuela, accade sovente. Ieri è toccato ad un articolo di Gianni Minà su L’Antidiplomatico. Minà parla “che tutto il mondo, se non è in malafede, sa che la defezione alle elezioni dello scorso anno fu a causa dell’incapacità di reperire un candidato decente …” Tutti sanno, SE SONO IN BUONA FEDE, che la maggioranza dei partiti e candidati erano sospesi, inabilitati, incarcerati, esiliati. Che il regime non aveva accettato di modificare la composizione del CNE. Che non erano stati liberate le centinaia di detenuti politici. Che le elezioni erano state disposte da un’assemblea costituente illegale ed eletta non a suffragio universale. Perché Minà non fa cenno alla formazione politica Marea Socialista, e perché non dice che le elezioni anticipate dello scorso anno vennero fatte anche per impedire a questa formazione composta da ex chavisti di presentarsi? Perché avrebbero fatto incetta di voti sottraendoli al suo partito, il PSUV? Quando parla delle campagne anti Chávez, dovrebbe avere anche l’onestà intellettuale, visto che cita Galeano, di ammettere come il grande scrittore uruguaiano avesse assunto già dal 2005-2007 una posizione molto critica contro il Venezuela (idem per Cuba, Nicaragua e anche Bolivia). Cita Adolfo Perez Esquivel, e perché non cita quando scriveva José Saramago? Perché non fa cenno su quanto scrivono Chomsky, Pepe Mujica, Ken Loach? Sono diventati tutti “nemici” solamente perché vorrebbero più deomocrazia in Venezuela? Perché vorrebbero meno corruzione, perché non è vero che bisogna fra i due mali scegliere quello minore? Entrambi sono due cancri. Non si è contro l’imperialismo degli Stati Uniti solo se si appoggia una dittatura fallimentare come quella venezuelana! Chi sta confondendo le carte, quando la televisione di stato manda in onda vecchi filmati pro Maduro con strade piene, quando in realtà per Maduro scendono in piazza e per strada il 20% della popolazione? Perché continuare a difendere una politica disastrosa che in venti anni ha statalizzato centinaia di imprese facendole fallire tutte? Perché non dire che la CITGO, la maggiore catena di carburanti negli USA, è una filiale della venezuelana PDVSA, e il 50% del capitale è…. russo! E né Chávez prima e Maduro poi hanno fatto qualcosa per cambiare questi accordi? Perché … piaccia o no, gli USA, sono gli unici che il petrolio lo pagano, mentre russi e cinesi lo ricevono a titolo di pagamento dei debiti che il Venezuela ha con questi due paesi. Perché non ammettere che anche la assegnazione delle tanto acclamate Misión Vivienda, sono un modo di comprare voti, sono un ricettacolo di spie pronte a denunciare chi mostra malessere o critica il governo, pena l’espulsione? A quali dati si riferisce quando scrive che è stata ridotta la povertà del 44%? Perché sempre e comunque si sono adoperati per una forma di assistenzialismo, che funziona come una tranquillante anestesia grazie ai “bonos”, e il controllo con il Carnet de la Patria? Perché vengono presi per buoni gli indicatori di povertà che fornisce il regime di Maduro quando è evidente una manipolazione dei parametri se non si tiene conto dei cambiamenti ( es. la sparizione della classe media)? Idem per quanto riguarda riguarda la denutrizione: Maduro utilizza i penultimi parametri dell’ OMS e non gli ultimi. Nessun accenno al proliferare di malattie sconfitte da decenni. Non si pubblicano i bollettini epidemiologici. Gli ospedali privati presidiati dalla GNB (Guardia Nacional Bolivariana) per non fare entrare cibo o articoli sanitari… Minà parla di frottole, frittole, zeppole? Può darsi. Siamo a carnevale. Ma in fondo anche da sempre, da quando scrive da e su Cuba, ha raccontato quello che più gli conveniva e conviene. L’embargo, la Helms-Burton, la Baia dei Porci … fino all’emendamento Platt. Tutte cose vere, per carità. E le UMAP, il caso Padilla e l’emarginazione di Lezama Lima e Reynaldo Arenas? Gli arresti se possedevi dollari, la mancanza di informazione, il divieto di ascoltare la musica dei Beatles, fino ai tempi dei 75 arrestati il 23 marzo del 2003? Non sono anche queste verità inconfutabili? Perché non dirle? È corretta informazione raccontare solo quello che fa comodo? Intanto il Venezuela resiste. Vero. Di una ammirevole resistenza, nonostante la fame, le interminabili file per ricevere una pensione equivalente a pochi dollari che servono per comprare cibo per qualche giorno. E le tante mezze verità che vengono scritte, solo perché solo e sempre si deve essere antimperialisti. Solo e sempre. Anche al costo di difendere un dittatore che lascia morire di fame e di malattie un paese intero.

GRAZIANO BARTOLINI

La resistenza del Venezuela – di Gianni Minà (da L’ANTIDIPLOMATICO)

Fra le tante frottole che vengono raccontate quotidianamente dai media occidentali riguardo al Venezuela ce n’è una che purtroppo è stata sposata anche dal nostro ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Il ministro nel corso della sua esposizione alle Camere ha affermato che l’opposizione in Venezuela, quella facente capo a personaggi discutibili come Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado ed Henrique Capriles, non aveva partecipato alle ultime elezioni perché la consultazione elettorale non era credibile, anzi era truccata. Ora a parte che tutto il mondo, se non è in malafede, sa che la defezione fu invece dovuta all’incapacità dell’opposizione di reperire un candidato decente dopo i fallimenti dei presunti combattenti per la democrazia nel paese, è palese che la verità è un’altra. Mortificare la validità delle ultime elezioni è stato il metodo consueto per giustificare il fallimento dell’opposizione. Ricordo le campagne anti-Chávez, smentite dai fatti, e ricordo i fatti stessi che avevano come garanti, tra gli altri, Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace, Eduardo Galeano, coscienza critica del Continente e addirittura la Fondazione dell’ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, gente la cui onestà intellettuale non era smentibile. E ricordo le numerose campagne elettorali, la cui validità democratica era monitorata da più di 150 osservatori internazionali. A maggio 2018, ad esempio, l’ex premier della Spagna, Josè Luis Zapatero aveva criticato l’atteggiamento sconsiderato della Comunità Europea che aveva lasciato il Venezuela al suo destino di isolamento. Per questo è stata imbarazzante, fin dall’inizio, una realtà che il nostro ministro Moavero, per real politik, ha il diritto di ricordare come vuole, ma non di travisare la storia. D’altronde il gioco di confondere le carte è più che mai in auge, attualmente, nella politica internazionale dove ha ragione (o si vorrebbe far passare come ragione) tutto quello che disturba gli interessi dei più potenti perché è difficile accettare o giustificare il prezzo della democrazia, se la democrazia è questa. Quale offesa ha mai fatto il Venezuela agli Stati Uniti e al mondo occidentale per meritare l’assedio di cui è vittima? Ha soltanto difeso il suo petrolio di cui è la quinta maggior esportatrice al mondo. Ma questo evidentemente è un gravissimo peccato che la nostra politica, oltre che l’informazione, non riescono a perdonare se è vero che negli ultimi anni tre diversi governi degli Stati Uniti le hanno inventate tutte per sovvertire una situazione che ancora non riescono a giustificare. Questo ostracismo è iniziato tanto tempo fa: chi è in buona fede ricorda le campagne spietate e le sanzioni inflitte alla terra di Bolivar subito dopo la comparsa di Chavez. In molti erano addirittura arrivati a dar la colpa di quello che stava accadendo alla fastidiosa presenza di un nuovo leader che era riuscito, in poco tempo, a compattare tutti i paesi produttori di petrolio e stava provando con l’ALBA (l’Alleanza bolivariana per le Americhe) a fare lo stesso esperimento in America Latina. Sono passati vent’anni dalla prima elezione di Chávez e sei anni dal suo funerale a cui erano presenti due milioni di persone e 33 tra capi di Stato e di Governo. Uno schiaffo morale a chi, già allora, lo presentava come un usurpatore e Maduro, che gli era succeduto, come un inetto. Certo, l’attuale Presidente venezuelano non ha la capacità politica che aveva il suo predecessore, ha sbagliato molto, ma nessuno, come hanno sostenuto Perez Esquivel e tanti altri intellettuali del continente, può chiamarlo “dittatore”, e oltre tutto è quasi impossibile governare con la CIA che ti soffia sul collo. Come ha scritto lo stesso Perez Esquivel nel 2014: “Con la vittoria di Maduro, ha vinto il progetto bolivariano avviato da Chávez, perché la maggior parte dei venezuelani capisce che il paese è migliorato ed è più egualitario.” Grazie a questo processo il Venezuela, per la prima volta nella sua storia, era riuscito ad essere padrone delle proprie risorse petrolifere e a metterle al servizio del popolo, del continente e addirittura anche degli Stati Uniti quando, nel 2005, furono devastati dall’uragano Katrina. Durante l’ultimo ventennio, poi, il governo aveva aumentato la spesa sociale di oltre il 60.6% ed era il paese della regione con il più basso livello di diseguaglianza, ridotta del 54%, e di povertà, ridotta del 44%. Il Venezuela, prima di Chavez, era un vero e proprio paradosso: sopra una enorme pozza di petrolio, vivevano, anzi sopravvivevano miseramente la maggior parte delle persone che non avevano mai visto nella loro vita un medico, tre pasti al giorno e figuriamoci un libro per l’istruzione. Chavez aveva dato al suo popolo non solo una dignità, ma soprattutto la sopravvivenza. E’ per questo e solo per questo che Chavez prima e Maduro poi sono stati votati e vengono votati in massa, malgrado l’assedio degli Stati Uniti da una parte, e gli errori di Maduro dall’altra. Insomma, quando si affrontano argomenti complessi sarebbe augurabile che chi esprime giudizi abbia una conoscenza seria di quello che accade in un paese martoriato come il Venezuela che avrebbe il diritto di scegliere da solo il proprio destino senza vederselo imporre da chi pensa che gli interessi della grande economia debbano sempre prevalere. “Abbiamo avuto i rapporti con l’Argentina e la dittatura di Pinochet, in America Latina abbiamo avuto rapporti con i peggiori dittatori e nessun Parlamento italiano si è mai sognato di dichiarare l’illegittimità delle elezioni. (…) Non si può tirare la coperta della sovranità dei Paesi e del diritto internazionale solo perché gli Stati Uniti combattono una nota e ventennale guerra per il controllo del petrolio contro il Venezuela. E non mi sta bene” ha dichiarato il collega Alessandro Plateroti vice-direttore del Sole 24 ore. E non sta bene neanche a me. Gli Stati Uniti non hanno sempre ragione, anche se ci hanno divertito per anni con il jazz e il rock’n’roll.

 

(1) Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela

A Caracas non se la passano bene nemmeno i 20 mila nostri connazionali che ci vivono da generazioni

di
Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela 
 Graziano Bartolini – Anziani in un parco di Caracas

“Un silenzio desolante cui Caracas non era mai stata abituata. Non c’è più la musica che ha sempre accompagnato la quotidianità latino-americana; le saracinesche arrugginite hanno spento i bar che non chiudevano mai. Persino le persone, che hanno sempre avuto la capacità di sdrammatizzare anche le fatiche della vita, sembrano aver perso la forza per sorridere. Parlano poco e quando lo fanno, riguarda il cibo. Perché nel Venezuela che ho visto il mese scorso la gente non trova più da mangiare”.

Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela 
  Graziano Bartolini – Caracas

E’ il fotografo Graziano Bartolini a raccontare all’AGI il Paese messo in ginocchio da una crisi senza precedenti e da un’inflazione astronomica, arrivata a fine 2017 al 2.735 per cento. “Ho comprato due libri di favole per la mia bimba e li ho pagati 2,4 milioni di bolivar, praticamente il doppio dello stipendio medio, compresi i buoni alimentari che lo Stato fornisce”, spiega Bartolini che nei suoi 25 anni da fotografo ha visitato sedici Paesi del Sudamerica e qui, usa la parola per fornire alcuni ‘fotogrammi’ di un Paese rassegnato.

Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela 
 Graziano Bartolini – Caracas

Un salario minimo, anche dopo l’aumento deciso dal presidente, Nicolas Maduro il primo marzo per tamponare la crisi, vale meno di 400 mila bolivar e il buono alimentare arriva a 900 mila. Sommando e convertendo il tutto, fanno circa tredici euro. “Anche le persone che ancora lavorano non possono permettersi di comprare nulla”, continua. L’unico prodotto accessibile è la benzina. Paradossalmente conviene di più andare in giro in auto che restare a casa a consumare elettricità”. Anche perché mezzo litro d’acqua vale quanto due pieni di benzina; una sigaretta, una, vale mille litri di benzina.

Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela 
  Graziano Bartolini – Caracas

A Caracas non se la passano bene nemmeno i 20 mila italiani che ci vivono da generazioni: “Molti di loro abitano nel quartiere La Carlota dove si sono insediati negli anni Cinquanta. Riescono ad arrivare a fine mese grazie alla pensione che l’ambasciata italiana è riuscita a far loro ottenere. Dopo una vita da elettricisti e imbianchini, ora passano il tempo giocando a domino e a carte nel parco cittadino. Molti vorrebbero tornare in Italia”. I più poveri della città vivono invece nei “barrios”, le favelas venezuelane: “Sono persone che hanno sì una casa, magari senza acqua e luce, ma non hanno un lavoro, sono escluse da tutto, non hanno di che sfamarsi”. Basti pensare che mediamente i venezuelani sono dimagriti in media di dieci chili negli ultimi tre anni.

Un fotografo italiano ha raccontato la crisi del Venezuela 
  Graziano Bartolini – Giovani a Caracas

La criminalità è diffusa. “I ricchi possono viaggiare solo in auto blindate e accompagnati dalla scorta. Nemmeno io sono riuscito a lasciare Caracas perché chi mi accompagnava non era in gradiodi garantire per la mia sicurezza”. D’altronde qui le persone “vengono rapite per pochi dollari, molti vengono costretti ad andare a prelevare nei bancomat”. In tutto questo il gioco democratico sembra non avere più uno spazio, e dunque un ruolo. L’opposizione è stata azzerata, i leader della minoranza sono tutti in esilio e hanno deciso di boicottare le elezioni presidenziali, inizialmente in agenda per il 22 aprile e poi rinviate al 20 maggio. “Le persone con cui ho avuto modo di confrontarmi anche con molti giovani – conclude con amarezza Bartolini – non sperano più che la politica possa risollevare la loro condizione. Sono rassegnati alla disperazione”.

 

 

(2) dalla presentazione della mostra fotografica “sguardi dal mondo – fotografie di Graziano Bartolini”
Guardo. Sono abituato a guardare.
A scegliere dettagli dentro ciò che rientra nel mio campo visivo. Poi rapidamente inquadro, stabilisco i parametri, scatto. Ma una cosa è guardare un paesaggio, un particolare architettonico, anche una folla, una band che suona, qualcuno che corre per strada. E altro è guardare qualcuno dritto in faccia. Guardare occhi che mi guardano e che tra un attimo fotograferò.L’emozione è così forte che la macchina fotografica diventa qualcos’altro. Diventa una punta che tenta di rompere un muro di istintiva diffidenza; diventa uno specchio che riflette all’altro il mio desiderio di comprenderlo e il mio bisogno di essere compreso da lui; diventa un pennarello che lo disegna, che disegnerà non lui com’è esattamente, ma il modo in cui io lo vedo.Dal nostro reciproco guardarci nasce un’energia particolare, una scarica elettrica che per un attimo diventa tangibile, come se davvero ci stessimo parlando: non solo con gli occhi.Non ho viaggiato in giro per il mondo tra guerre, genocidi e carestie, ma ho visto la miseria, la disperazione e il coraggio di povera gente capace di inventarsi un futuro passo dopo passo, giorno dopo giorno.Dal rumore di un legno battuto su un barattolo di latta ho visto nascere un’allegria capace di contagiare chiunque capitasse a tiro d’orecchio.Credo che un fotografo dovrebbe avere il coraggio di fotografare anche tutto quello che siamo abituati a considerare scomodo oppure “sconveniente”: un barbone che ha trovato rifugio dentro una pila di cartoni per strada, un paria addormentato in mezzo agli escrementi, un corpo straziato da una mina antiuomo, una baby-prostituta in compagnia di un vecchio laido.
Ma al tempo stesso credo anche che quel fotografo dovrebbe avere la forza e l’intelligenza di fermarsi un attimo prima. Un attimo prima di fotografare qualsiasi essere vivente che un improvviso sputo di luce lo possa trasformare in un’immagine crudamente statica e a suo modo ferocemente eterna, depredandolo anche di quell’ultimo briciolo di dignità del proprio sguardo.Non è facile trovare un nesso tra la voglia di raccontare sguardi, il nostro stesso guardare e la vita, la vita della gente. Gente che la grande accelerazione di rotazione della terra avvicina e allontana di continuo.
In fondo noi abbiamo sempre in tasca un alibi, una giustificazione. Un rassicurante biglietto di ritorno alle nostre case: confortevoli, occidentali, blindate, dentro un mondo che non ci appartiene, che è sempre più alienante, che rifiutiamo ma al quale restiamo attaccati per succhiare, e che a sua volta ci succhia fino all’osso.
Domani, che forse è già oggi, saremo viaggiatori senza avere mai viaggiato. Oggi il mio biglietto sarà di sola andata. Io mi fermo davanti a questi sguardi. Sguardi che voglio raccontare e che raccontano anche la mia dolorosa, irrequieta insofferenza.

 

Graziano Bartolini

(TUTTE LE FOTOGRAFIE SONO DI GRAZIANO BARTOLINI)

MI PARE INTERESSANTE IL PUNTO DI VISTA DI UN COMPAGNO CHE HA VISTO IL VENEZUELA ATTRAVERSO I PROPRI OCCHI “SPECIALI” – Claudio