Ho conosciuto Graziano quasi mezzo secolo fa, nei primi anni settanta, anche se l’avevo già visto in precedenza, alla mia prima manifestazione: era il 24 dicembre 1968, ad una veglia per il Vietnam organizzata alla Badia dalle sezioni del PCI e PSIUP dei nostri quartieri. Ci siamo conosciuti davvero durante le prime mobilitazioni dei nostri Collettivi di quartiere. Il mio, il collettivo popolare del Violino, composto da una dozzina di giovani compagni, in maggioranza dell’area di Avanguardia Operaia, ed il Collettivo Popolare della Badia-Mandolossa, molto più grande (una quarantina di militanti) e molto più eterogeneo. Graziano era, di fatto, il principale esponente di questo collettivo, ed era anche per noi del Violino un punto di riferimento per la sua capacità politica ed il suo equilibrio. Autoriduzione delle bollette, antifascismo, lotte per la difesa del territorio (ricordo ancora i picchetti contro i camion che andavano nella zona industriale tra la Badia e Gussago-Cellatica facendo tremare le case lungo il tragitto). Da quei primi anni ’70 fino al 1998 (anno in cui me ne andai dall’Italia) ho incrociato spesso Graziano nell’attività politica, fino a militare nello stesso partito, prima Democrazia Proletaria e poi Rifondazione Comunista. Molte battaglie le abbiamo condivise fino in fondo, anche se non sempre siamo stati d’accordo al 100% (e come potrebbe essere altrimenti?). Ma di lui ho sempre apprezzato non solo la lucidità politica e la razionalità argomentativa, ma soprattutto quel saper parlare a “voce bassa”, senza indulgere a toni demagogici, senza fare appello alla “pancia” delle persone. Ricordo ancora oggi con piacere un suo intervento nel direttivo della federazione bresciana di DP (era l’89? O il ’90). La corrente a cui appartenevo, legata alla Quarta Internazionale, aveva ottenuto la maggioranza al congresso bresciano. Graziano, segretario provinciale, apparteneva all’altra corrente, quella che gestiva da anni la federazione. Di fronte ai mugugni e alle proteste (alcune ben poco motivate ed ingenerose) di alcuni compagni della sua componente, ex maggioranza, che parlavano di “scippo” del partito ed altre amenità, interveniva con una serenità ed equanimità esemplari, riconoscendo le ragioni politiche dei suoi “avversari” interni. Oppure quando, già nel PRC, durante un congresso (credo nel ’92), in cui eravamo uniti in una battaglia “da sinistra” rispetto alla maggioranza d’origine PCI, di fronte ai litigi interni della maggioranza, di cui si stentava a capire la valenza politica, proponeva all’assemblea congressuale una pausa di riflessione, suggerendo alla “maggioranza” di riunirsi in separata sede per dirimere le questioni di “cordata”, senza essere “disturbata” dalla presenza della componente di sinistra. Persino quando, nel 2001, da segretario provinciale del PRC, tenne l’orazione funebre per la morte di mio padre (tipica occasione in cui ci si lascia prendere la mano dalla retorica) seppe usare parole che non concedevano nulla alla facile “commozione”. Insomma, questo era lo spirito del compagno Graziano, fino a quando l’ho frequentato. E non credo sia cambiato in questi anni, nei quali ci siamo persi di vista. In un’epoca in cui vanno di moda gli urlatori, i demagoghi, gli arruffapopolo, quelli che suppliscono alla carenza di idee con le vuote frasi, questa qualità radicata nella ragione non è poco. Che la terra ti sia lieve, compagno.

 

Flavio Guidi