Atmosfera pesante quella di stasera all’assemblea provinciale di Potere al Popolo. Tra la quarantina di compagni presenti (di Brescia, Franciacorta, Bassa, Val Trompia e Garda) non c’era più traccia del relativo entusiasmo che era abbastanza diffuso 11 mesi fa, alle prime assemblee che si svolsero, nella stessa sede (la Casa della Sinistra, quartier generale del PRC a Brescia). Questo entusiasmo (che da noi non ha mai raggiunto i “picchi” napoletani…sarà per la latitudine?) era già andato scemando a partire dalla scorsa primavera, durante la seconda campagna elettorale, in seguito non tanto al risultato elettorale del 4 marzo e alla successiva rinuncia del PCI, una delle organizzazioni fondatrici, a continuare il percorso comune, quanto alle tensioni accumulatesi tra la minoranza legata al CS 28 maggio di Rovato e la maggioranza dei compagni. La decisione dei compagni del CS 28 maggio (e di quelli legati alla loro componente) di andarsene e di formare un’assemblea autonoma, se aveva alleggerito le tensioni, aveva lasciato l’amaro in bocca un po’ a tutti quanti. Ma si sperava che la cosa fosse, tutto sommato, locale. In realtà i segnali di quella che, a quanto pare, sarà la scelta (maggioritaria?) di quello che resta del Potere al Popolo iniziale erano presenti fin dall’inizio. Un settore di compagni (l’organizzazione legata all’ex-OPG e Eurostop) aveva puntato fin dall’inizio alla creazione non di un fronte comune di tutte le realtà anticapitaliste, ma di un vero e proprio “nuovo” partito, che sorgesse dalla scomparsa (distruzione?) delle componenti che non condividevano questa scelta (in primis Rifondazione Comunista, che è stata un po’ l’ossatura di Potere al Popolo nazionale fino ad oggi, ma anche Sinistra Anticapitalista, e, ovviamente, il PCI che, annusata l’aria già in marzo, decise di andarsene). Tutta la polemica di queste settimane sugli statuti, la piattaforma on line, ecc. in realtà nasceva dal confronto su un progetto che, a pensarci bene, era già chiaro fin dall’inizio, per chi non voleva illudersi. Avrei dovuto capirlo fin dalla prima assemblea in cui era presente la compagna Viola Carofalo, davanti ad una sessantina di partecipanti, quando, dopo un mio intervento in cui concludevo con la frase “Accetto di scommettere un’altra volta, per rimettere insieme i cocci di una sinistra “radicale” disastrata”, rispose, con un tono un po’ seccato, che non avevo capito nulla, che lo scopo non era “rimettere insieme i cocci”, ma fare qualcosa di nuovo, che “superasse i cocci”. E avrei dovuto allarmarmi, quando arrivavano le voci dal nazionale sul fatto che i compagni dell’ex-OPG non volevano mettere a disposizione del Coordinamento Nazionale le password di accesso ai siti e alle mailing list di Pap nazionale (cosa che, in sedicesimo, si riproduceva anche a Brescia, con l’aggravante che qui era la minoranza a detenere le password di accesso e la cassa comune). In realtà un po’ di allarme mi era arrivato alla parte più razionale e sospettosa del mio cervello, ma speravo che il lavorare insieme, il lottare fianco a fianco avrebbero piano piano dissipato il clima di sospetto reciproco, frutto normale di una serie ininterrotta di sconfitte. E pure i sondaggi (per quello che contano) che davano Pap in crescita, fino addirittura, in uno o due casi, a superare una LeU in piena crisi. Insomma, per dircela tutta, se non c’era da mettersi a ballare, sembrava almeno che questi segnali positivi convincessero tutti a continuare sulla strada intrapresa, a non spingere per forzature organizzativistiche dal fiato corto. Purtroppo non è stato così: i compagni fautori del “nuovo partito” (basato sull’alleanza OPG-Eurostop), secondo il resoconto del nostro delegato al Coordinamento Nazionale, hanno deciso di chiudere ogni possibilità al dialogo con chi vuole restare fedele al progetto originario di un Pap pluralista, aperto e inclusivo (in soldoni, un “fronte” anticapitalista). Anche le proposte di compromesso avanzate dai membri del Coordinamento sostenitori del 2º documento o sostenitori del ripartire dal Manifesto fondativo sono state ignorate. La maggioranza del Coordinamento ha scelto di puntare tutto su quest’accelerazione, e presumibilmente (visto che non voteranno i militanti, ma gli “aderenti alla piattaforma on line”) nelle votazioni (on line, lo ripeto) di questo fine settimana, si sceglierà di dar vita a Pap 2.0. Ad oggi pare che poco più di 3 mila (dei 9.500 “aderenti”) abbiano già ricevuto le “credenziali” per poter votare. Ma il gruppo di 10 compagni che si sta occupando delle strozzature informatiche è ottimista, e pensa di risolvere i problemi entro sabato. L’assemblea provinciale di Brescia (come un’altra ventina di assemblee provinciali) si batte da mesi contro questa scelta, ritenuta prematura, burocratica e autoritaria (dietro la veste “grillineggiante” del voto on line che dovrebbe premiare una base….virtuale), fornendo anche esempi (da Podemos al Movimento 5 Stelle) sui rischi di questo svuotamento del potere delle assemblee, sulla riduzione del pluralismo, ecc. Per questo ci si sentiva tutti quanti un po’ scoraggiati. Se non ci ascoltano al nazionale, se nemmeno tentano un compromesso per salvare il salvabile, se corrono diritti come un TIR, che senso ha? Eppure, nonostante tutto, tutti gli intervenuti (sia di chi ha “aderito” obtorto collo al nuovo Pap e voterà, sia di chi, come il sottoscritto, continua a restare legato al Pap di novembre 2017 e alla sua “legalità”, rifiutando di “aderire” on line e quindi di votare il prossimo week-end) hanno ribadito la volontà di non mollare, di continuare quest’esperienza nel fronte anticapitalista che abbiamo cercato di costruire in città e in provincia da novembre in qua. Per noi Potere al Popolo (quello 1.0!) continua ad esistere. E se dovesse subire questa mutazione (tutt’altro che nuova, visto che la “democrazia” di masse acclamanti davanti a “grandi timonieri” e “piccoli padri” ne abbiamo viste fin dagli anni Trenta!) e “accaparrarsi” questo nome e simbolo, decideremo come continuare sotto un altro nome e un altro simbolo, convinti che senza la tolleranza democratica, senza il rispetto per TUTTI i compagni, per le loro storie, le loro sensibilità, senza l’accettazione piena e non formale del pluralismo intrinseco in ogni organizzazione che sia veramente proletaria e rivoluzionaria, non ci sono prospettive di liberazione, ma solo pseudo-scorciatoie che riprodurranno, in un modo o nell’altro, quell’oppressione che tutti vogliamo combattere.
Flavio Guidi
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Caro flavio, una ricostruzione di parte, assolutamente non obbiettiva di come si sono svolti i fatti. Tra l’altro non tiene nemmeno in considerazione le posizioni espresse dai diversi. Com’è possibile che ogni processo unitario vi vede sempre partecipi e poi … indisponibili? Tanto dall’acqua al ponte che dal ponte all’acqua. Obbiettività e rispetto almeno delle persone. Buona rivoluzione df
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Non so, Dario. A me sembra di aver descritto con onestà quello che ho vissuto in questi mesi. Forse l’obiettività che reclami da me (ammesso che esista una vera “obiettività”) dovresti chiederla a tutto campo, perché di scorrettezze ne ho viste troppe. E riconoscerai che io, almeno, non sono msi sceso sul terreno degli insulti, come ha fatto qualcuno (non tu, per fortuna) della corrente a cui appartieni. Ma l’amarezza per l’ennesima falsa partenza resta.
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Non voterò nessuno dei due statuti che mi paiono entrambi inadeguati per costruire il luogo comune della sinistra anticapitalista e libertaria.
Continuerò, invece, a cercare sintesi condivise con le compagne e i compagni che, in questi mesi di entusiasmi, hanno cercato di restare coerenti alle idee del manifesto promotore di PaP.
Resto convinto che la regola del 50+1 è un ferrovecchio della società borghese. Della sua democrazia escludente e, in ultima istanza, autoritaria in sé.
Lo strumento per governare e decidere contro gli altri. Nel presupposto ideale che questi ultimi siano gli avversari di classe della Borghesia.
Non è con questi mezzi di rapida e violenta “governabilità” che possiamo dare concretezza alle nostre pratiche alternative rispetto a questo sistema di relazioni socio-economiche sintetizzate nel concetto di Capitale.
Non credo neppure nella “piattaforma elettorale” che svuoterebbe di fatto il percorso pedagogico dell’Assemblea. Momento di dialogo fitto, di scambio e conflitto di idee che si sciolgono nelle pratiche dello scontro di classe.
Che isolerebbe i compagni nel chiuso asfittico del “SI’” e del “NO”. Nella tensione a stabilire i vincitori e i vinti. I buoni e i cattivi.
Credo, al contrario, nelle assemblee dei territori e in quelle costruite per omogeneità di lavoro, di lotte, di solidarietà. Dove la partecipazione personale si misura con quella di ogni altro. E le idee, coniugate nelle azioni conseguenti, crescono nel confronto dialettico fino alla sintesi positiva.
L’utilità vera della “piattaforma” è quella dell’informazione capillare delle cose, dei progetti, delle documentazioni trasparenti. Alle quali tutti possono accedere senza limitazioni, senza autorizzazioni di coloro in possesso delle chiavi escludenti.
Con questa votazione, dentro la pervicacia nefasta con la quale è stata voluta, mi pare che PaP abbia prodotto una scelta autoritaria che non può più essere la base della costruzione di un altro mondo possibile; giusto e indispensabile.
Non torno a casa, ma mantengo salde le relazioni costruite con tante compagne e tanti compagni impegnati nelle lotte dentro il lavoro, nei territori vilipesi, intorno ai diritti attaccati da leggi di tipo fascista; come quelle contenute nel recente decreto Salvini.
Intanto ci battiamo in questo prolungato corpo a corpo, poi si vedrà. Una pratica dopo l’altra, un incontro di idee e quello successivo fino a che, come dice il poeta, ” il vento un giorno vi spazzerà via!” ( si riferiva, naturalmente, alla Borghesia …)-
NON VOTERO’!
Continuerò, semplicemente, a battermi nell’incontro quotidiano di una vita dopo l’altra. Dei loro bisogni urgenti in ansiosa ricerca delle giuste attitudini.
Non so far molto di più di buono.
Ciao
Claudio
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