sana

L’assassinio di Sana, la ragazza bresciana d’origini pachistane, uccisa, a quanto pare (ma sarà la magistratura pachistana a stabilire le responsabilità) dai suoi parenti (maschi), sembra per “salvare l’onore” (parola e concetto orribile, visti i delitti commessi per questo concetto arcaico e un po’ infantile) della “famiglia” (altro concetto che fa venire la pelle d’oca, visti i risultati), ha riaperto il dibattito, in città e in tutta Italia. Lasciamo perdere le reazioni razziste: non ti curar di lor, ma guarda e passa. Tanto i razzisti non li convince nessuno con le argomentazioni razionali. E poi non leggono il nostro blog. Mi interessa qui soffermarmi sull’argomentazione “principale” evocata, al bar come sui social, da coloro che non sono certo islamofobo-razzisti (sia perché compagni e quindi antirazzisti, sia perché musulmani, e quindi vittime principali dell’ondata di indignazione più o meno guidata). Quasi tutti sottolineano un fatto indubbiamente vero: la violenza maschilista e patriarcale non è appannaggio della sola religione islamica. Sarebbe il caso di sfidare cristiani, ebrei, induisti, ecc. al famoso “Chi è senza peccato scagli la prima pietra“. E persino quelli che, come me, sono atei e anti-religiosi, non sono vaccinati contro quel mostro schifoso che è il maschilismo e, al limite, la violenza contro le donne. Qualcuno, con molte meno ragioni, si spinge addirittura ad affermare che tra questi delitti e l’Islam non ci sarebbe nessun legame. Credo che le radici millenarie del maschilismo dimostrino ampiamente come le attuali religioni non abbiano, purtroppo, l’esclusiva della violenza di genere. Senza ricorrere all’immagine fumettistica dell’uomo del paleolitico con la clava che trascina una donna tenendola per i capelli, è indubbio che la prima “divisione del lavoro”, quella tra maschi e femmine della specie umana, sia all’origine della primitiva differenziazione sociale. Ma su questo hanno già scritto ampiamente, da almeno due secoli, personaggi ben più autorevoli del sottoscritto, a partire da Morgan e dal famoso saggio di Engels sull’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Invito i miei 25 lettori a rileggersi quel bellissimo, illuminante saggio. Ma, per restare sul terreno che ho scelto, questa affermazione di scarsa o nulla relazione tra religioni e patriarcato mi sembra altrettanto falsa di quella, speculare, che afferma una relazione esclusiva tra Islam e violenza di genere. Il problema è che, sulla base vecchia di migliaia di anni del patriarcato (preferisco lasciar da parte l’ipotesi, che mi sembra non dimostrata, di una base “biologica” di questo), si è innestata la teorizzazione ideologica che ha preso il nome di religione. E se tutte le religioni più o meno “moderne” (uso questo aggettivo in senso ampio, a partire dal I millennio a. C.) hanno un forte connotato maschilista, misogino, patriarcale (a partire dall’affermazione nel pantheon degli dei, previo ridimensionamento delle dee), è indubbio che le religioni di matrice semitico-pastorale-monoteistica (ebraismo in primis) hanno accentuato questo predominio maschile, fino a farlo diventare esclusivista e totalitario. Così, prima ridimensionate e poi soppresse le dee, emerge il famigerato dio unico, maschile, intollerante, sessuofobico, totalitario, descritto nelle variegate “sacre scritture” (dalla Bibbia al Corano). E se l’ebraismo e, in misura ancor più accentuata, i diversi “cristianesimi” hanno dovuto fare i conti con la cultura greco-romana (maschilista e patriarcale, ma non ancora totalitaria e intollerante) e soprattutto con la modernità borghese, l’illuminismo, le rivoluzioni (in particolare quella francese) e di conseguenza hanno, in un certo senso, dovuto battere in ritirata e, almeno parzialmente, adeguarsi, l’Islam, per caratteristiche storiche e sociali (oltre che dottrinarie) è rimasto sostanzialmente immune da contaminazioni. Esistono, certo, sette ebraiche e cristiane che rifiutano ogni adeguamento. Ma sono in genere marginali, isolate, ininfluenti. Nell’Islam, al contrario, è la lettura “aperturista” e modernizzante che è marginale, ininfluente. Con questo non voglio dire che chi ogni musulmano sia disposto a lapidare le adultere o a frustare i blasfemi, ci mancherebbe altro. Resta il fatto, che mi sembra oggettivo, che le aree di cultura islamica sembrano un ottimo brodo di cultura per questa misoginia violenta (e mi piacerebbe indagare sul ruolo della “colonizzazione islamica” dell’India medievale e moderna nello sviluppo del maschilismo induista). Questo in particolare in società, come quella pachistana (e in modi diversi, nella penisola arabica) che hanno fatto dell’Islam un aspetto fondante e identitario (proprio in contrapposizione alla parte induista del subcontinente). Proprio per questo ogni progetto di vera emancipazione umana (e quindi, in particolare, della liberazione delle donne) non può prescindere dalla lotta incessante contro tutte le ideologie religiose. Una lotta, ovviamente, che va condotta con gli strumenti della politica e della cultura: non si può “abolire” la peste religiosa per decreto. Solo la presa di coscienza individuale e collettiva, in particolare della parte femminile dell’umanità (la più oppressa e, paradossalmente, la più sottomessa alle fantasie religiose) potrà un giorno sbarazzarci da questo ingombrante fardello oscurantista, aprendo nuove prospettive di sviluppo umano e di maggiore felicità per tutti.

Vittorio Sergi

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