Ho fatto l’esame di seconda elementare nel 1975.
Il socialismo era come l’universo in espansione.
LA MAESTRA MI CHIESE DI MASSIMILIANO ROBESPIERRE.
LE RISPOSI CHE I GIACOBINI AVEVANO RAGIONE E CHE, TERRORE O NO, LA RIVOLUZIONE FRANCESE ERA STATA UNA COSA GIUSTA.
LA MAESTRA NON RITENNE DI FARE ALTRE DOMANDE.
(OFFLAGA DISCO PAX – ROBESPIERRE – dall’ALBUM: SOCIALISMO TASCABILE)

(la bella notizia) NON SONO UNO STORICO. NON TERRO’ UNA LEZIONE.
(quella meno bella) NARRERO’ UN PUNTO DI VISTA, ESTREMAMENTE PARTIGIANO. RACCONTERO’ DI UNA RICERCA: LIBERA, DURA e SCANDALOSA COME UNA BESTEMMIA (per la quale non mi perdonerete!).

MIO PADRE ERA COMUNISTA.
Comunista e partigiano. Guerrigliero nelle SAP (le Squadre d’Azione Patriottica); organizzate dal suo partito, il PCI appunto, fra le campagne romagnole e l’Appennino.
In casa nostra, negli anni Sessanta dell’altro secolo, naturalmente, si mangiava pane e companatico e L’UNITA’. A fine settimana, arrivava, anche, RINASCITA: il settimanale di prestigio del PCI. Fondato da IL MIGLIORE, al secolo Palmiro Togliatti. Per mostrare al mondo l’intelligenza collettiva del grandioso movimento comunista. Fatto certo dai proletari, ma pure da sopraffini intellettuali e poeti e scrittori e registi.
A volte, entravano in casa con la pastasciutta di turno, anche, altre riviste: VIE NUOVE, NOIDONNE e altre che ho smarrito nelle voragini sempre più preoccupanti della memoria.
Oltre ai libri di pensiero, di storia e di cronaca della casa editrice del nostro glorioso PARTITO (tutto maiuscolo, mi raccomando): gli Editori Riuniti.
Si mangiava e si ascoltava il padre parlare delle cose grandi del mondo. Il Vietnam, la classe operaia, il malgoverno democristiano, le rivolte umane contro l’imperialismo.
Al centro di ogni cosa, sempre e comunque, il paese grande della vittoria sul nazifascismo. Del socialismo reale e crescente. Dell’esempio per tutti i popoli e paesi; nostro anche (famiglia compresa!).
L’URSS, il paese della RIVOLUZIONE PROLETARIA (pure qui, immaginatevela tutta scritta in maiuscolo: sia URSS che RIVOLUZIONE PROLETARIA). La rivoluzione che aveva aperto speranze e possibilità insperate per l’intera umanità.

Le parole di mio padre mi facevano sognare. Era un maestro, di quelli antichi, che viveva il lavoro come una missione di progresso. Per strappare dall’ignoranza clericale e bigotta, la gioventù traviata della Franciacorta. Un’impresa che si è, evidentemente, dimostrata impossibile. Il suo impegno era, in ogni caso, totale. Padre e marito, segretario della locale sezione del PCI, consigliere comunale del PCI e altro che non ricordo.
Le sue parole mi facevano sognare. La terra di Stalingrado, di Lenin, degli SPUTNIK e del popolo emancipato dallo sfruttamento capitalista. Di Stalin, anche se il papà diceva che aveva avuto qualche problema, ma la sua vittoria contro i nazisti era così grandiosa che gli si poteva perdonare qualche peccatuccio. Ogni tanto, infatti, arrivava in casa un suo antico compagno partigiano che mi mormorava: “Stalin non gli va bene ai burocrati perché è troppo comunista e lui davvero farebbe la rivoluzione anche qui da noi”. Ascoltavo ammirato e leggevo i resoconti della grandiosa battaglia di Stalingrado: la battaglia decisiva della seconda guerra mondiale. La vittoria di Stalin! Nella città a lui dedicata per le sue imprese durante la RIVOLUZIONE PROLETARIA.

(STALINGARDO – Stormy Six)
“Fame e macerie sotto i mortai.
Come l’acciaio resiste la città.
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate (…)”

La mattina, ogni mattina, era la mamma che ci svegliava per la colazione. Solo in un caso fu mio padre che mi scosse leggermente e mi richiamò alla vita. Quando Gagarin tornò dal suo giro spaziale; era il 12 aprile 1961. Non capii bene, ma riflettendo più tardi con calma, compresi che la Rivoluzione arrivata nello spazio, non avrebbe più avuto ostacoli.
Pensare, poi, che mi strappò (il papà!) dalle vacanze fra la Romagna, le Termopili e il Khyber Pass, per incontrare Valentina Tereshkova, la prima cosmonauta (e non astronauta!), in giro di propaganda per le terre redente italiane: le Romagne. Le strinsi la mano, abbagliato dalla sua divisa bianca, sulla quale spiccava un nastrino rosso cui era appesa la stella dorata di eroe, di eroina dell’Unione Sovietica. Lei sorrideva a tutti; a me in special modo, ne fui sicuro! Aveva, certamente, riconosciuto dietro le fattezze infantili, la tempra di un rivoluzionario. Dalla Piazza Rossa all’Universo! Il comunismo scattato in avanti con la Rivoluzione russa, correva, meglio, volava verso l’infinito, con la spinta dei retrorazzi della superiore tecnologia sovietica.
L’Unità confermava, quasi irridente, lo straordinario progresso delle scienze rivoluzionarie, anche, col suo inserto “per i Ragazzi” del giovedì: IL PIONIERE, diretto da Gianni Rodari. Il suo personaggio più illustre era, appunto, ATOMINO: il piccolo eroe scaturito dall’atomo per aiutare la gioventù contro i malvagi e viscidi scopi della scienza capitalista.
Gagarin, Valentina, Atomino, e chi ci fermava!

(INNO SOVIETICO)
“Gloria, patria nostra libera,
amicizia dei popoli, affidabile rifugio !
Il Partito di Lenin
La forza della nazione
Ci guidano al trionfo del Comunismo.”

L’URSS era buona, insieme ai suoi alleati e i paesi del resto del mondo, controllato dall’imperialismo americano, erano i cattivi. Come in un bel western, visto sulla tivù di Stato o al cinema dell’Oratorio, ben preciso nei ruoli assegnati.
I popoli, comunque, si stavano ribellando ovunque o quasi; sull’esempio di Cuba e del Vietnam.
E tutto era nato là, nei giorni belli della Rivoluzione; dei “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”, nell’edizione tascabile degli Editori Riuniti, naturalmente. John Reed, l’unico americano comunista, pensavo. Una sorta di santo o di matto; ma subito cancellavo preoccupato il pensiero.
L’URSS aiutava i popoli che, finalmente, si erano decisi a seguire il suo esempio rivoluzionario. Cuba, il Vietnam e prima la Cina e la Corea e la parte fortunata dell’Est Europa. Più qualcos’altro, qui e là sulla madre Terra. Mi chiedevo cosa aspettassero tutti a fare la loro rivoluzione; cosa aspettassimo noi italiani. Allora, non avevo ancora capito bene il pensiero sottile e lungimirante di Togliatti, sempre IL MIGLIORE: la via italiana al socialismo.
Non capivo bene l’impegno sovrumano nelle campagne elettorali. Pensavo sempre alla corsa notturna verso il Palazzo d’Inverno dello Zar e, invece, vedevo il papà impegnato a attaccare manifesti negli spazi elettorali previsti, mi raccomando; a fare volantinaggi fuori dalle fabbriche, mi raccomando; a preparare gli scrutatori e i rappresentanti di lista per l’arduo compito del conteggio dei voti contro i brogli democristiani, mi raccomando.
Le elezioni, il Parlamento e non per occuparlo, ma per mandarvi i nostri delegati!
Prepararsi per la rivoluzione, come in Russia? Non è ancora l’ora, non ci sono le condizioni; seguiamo un’altra strada più adatta al nostro popolo. Di cagasotto, pensavo! I russi, scusate, i Sovietici erano di un’altra pasta. Le guardie rosse, l’Armata Rossa “torrente d’acciaio”. Noi italiani: parole e pastasciutta e canzoni e Feste de L’UNITA’ e ballo liscio!
Le storie partigiane, mi richiamavano all’ordine e pensavo che si stava preparando la Rivoluzione senza dirlo, però. Solo nella mente degli eletti e nei cuori saldi dei proletari. Al via, tutti di corsa verso il palazzo designato. Duri e eroici come le guardie rosse di Pietrogrado.
Un pomeriggio d’estate, infatti, mio padre preoccupato per i miei dubbi preadolescenziali, mi accompagnò con un suo compagno romagnolo, in un canneto del fiume Savio, vicino a Cesena. C’era una spiaggia minuta di arena, dove mi fecero fermare in attesa. Sparirono nel canneto fitto, per uscirne con un mitra lucidato della seconda guerra mondiale. Un Thompson americano, se la memoria non m’inganna. Me lo misero in mano e i dubbi svanirono. Eravamo pronti alla rivoluzione sovietico-italiana!
IL MITRA ERA ANCORA LUCIDATO!

(VAMOS A MATAR COMPANEROS)
“Levantando en aire los sombreros
Vamos a matar companeros
Pinteremos de rojo sol y cielo
Vamos … “

Continuai a sognare l’URSS e la sua Rivoluzione. Fino al primo clamoroso shock che cominciò a incrinare le mie convinzioni.
Nella notte fra il 20 e il 21 agosto del 1968, i carri armati sovietici e del Patto di Varsavia entrarono nell’allora Cecoslovacchia. A reprimere la Primavera di Praga. Cazzo, ma i sovietici non erano i buoni? La Rivoluzione sognata aveva portato i goffi T 62 nelle strade di Praga, dove ragazzi e ragazze, poco più grandi di me, li circondavano, li bloccavano a mani nude. Le facce dei compagni di mio padre, la sua anche, erano sconvolte e mute le parole. Non mi davo pace, proprio non ci dormivo. Possibile che quella bellissima Rivoluzione avesse prodotto un simile sfacelo? Con l’aggravante che, allora, mi ero perso l’Ungheria del ’56, la Berlino del ’53 e altro; qui e là, fra Barcellona e Shangai.

Guardavo mio padre con occhi e sentimenti diversi. La scuola e l’adolescenza mi portarono altrove. Mi convinsi che la Rivoluzione era stata tradita. Da Stalin e dai suoi boia, principalmente.
Leggevo libri sconosciuti editi da nuove case editrici: SAVELLI, LIBRIROSSI, LA SALAMANDRA e altre ancora più minuscole. Parlavo e mi confrontavo e, finalmente, compresi che la Rivoluzione era stata giusta e sacrosanta. Lenin e Trotzkij e Bucharin e gli altri: tutti traditi e vilipesi. Era stata giusta fino al 1929, l’anno dell’esilio di Trotzkij. E’ chiaro, mi pare, che le frequentazioni intense coi compagni della “QUARTA” (intesa come Internazionale) avevano influenzato pesantemente il mio punto di vista.
Discutevo, leggevo, pensavo e arrivai a conclusioni più selettive e ulteriormente limitanti. Non fino al 1929, ma al 1925, l’anno della destituzione ministeriale del profeta ormai “malarmato”, al secolo Lev Trockij.
No fino al 1924,alla morte di Lenin: 21 gennaio e non oltre.
No fino alla repressione di Kronstadt (marzo1921). Ecco come data, questa della repressione dei SOVIET degli operai e dei marinai di Kronstadt, mi pareva corretta.
Vagavo nelle tenebre dell’ignoranza costruita nel secolo, alla ricerca della purezza della Rivoluzione necessaria; cui guardare e ispirarci.

Subii, quindi, il secondo shock demolitore di altre certezze. Lessi un libro: LA MEMORIA DEI VINTI (Dalla banda Bonnot all’ottobre alla guerra di Spagna al sessantotto. Un grande affresco libertario. E una storia d’amore). Di tale Michel Ragon, un autore di cui la casa editrice del PCI aveva precedentemente pubblicato un’opera poderosa in 3 volumi: “Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica moderne”. Il libro nuovo era edito, invece, dalle NUOVE EDIZIONI INTERNAZIONALI. La casa editrice dei trotzchisti di Maitan, ai quali mi ero convintamente legato (malgrado Kronstadt). Cercavo la Rivoluzione e gli indispensabili rivoluzionari: mi sembrò un buon approdo. La pubblicazione di quel libro così eretico me lo confermava.

LETTURA: LA MEMORIA DEI VINTI
“Ed è per voi sfruttati, per voi lavoratori, che siamo ammanettati
al par dei malfattori (…)”
L’8 febbraio 1921, alle quattro del mattino, di un mattino ghiacciato, nella sua dacia ricoperta di galaverna, moriva il principe Peter Kropotkin.
(…) Appena si sparse la notizia della morte (…), un’immensa folla si mise in marcia. (…)
Lenin voleva organizzare delle esequie nazionali, la vedova e la figlia di Kropotkin vi si opposero, chiedendo piuttosto che gli anarchici imprigionati beneficiassero di una libertà condizionata per assistere ai funerali. (…) Volin e Aaron Baron erano stati arrestati in Ucraina e trasferiti alla prigione Butyrki.
(…)
L’inumazione fu fissata per domenica (…). Centomila persone si accalcarono nei pressi della Casa dei sindacati, attendendo la partenza del corteo. (…) Le bandiere nere si mescolavano alle bandiere rosse. Su alcune bandiere si poteva leggere “DOVE C’E’ AUTORITA’, NON C’E’ LIBERTA’”. La folla batteva i piedi, cercava di fare del movimento, per sfuggire alla morsa del freddo:
(…)
“Il comitato per i funerali rifiuta di dare il segnale della partenza verso il cimitero fino a che i nostri compagni imprigionati a Butyrki non saranno qui”
(…)
“La Ceka esige che il comitato si faccia garante del loro ritorno in prigione stasera stessa”
“Cos’ha risposto il comitato?”
“Accetta, ma i compagni tardano ad arrivare”.
A capo di un’ora, una sorta di rumore sordo percorse i presenti. Apparvero le sinistre uniformi della Ceka. La moltitudine si fece da parte per lasciar passare i servi del terrore e della morte. Li lasciava passare brontolando, restia a dividersi.
(…) Infine arrivavano gli anarchici imprigionati. Erano sette (…). I detenuti avanzavano barcollando, vecchi lupi magri, la maggior parte barbuti, con abiti troppo larghi (…). I sette detenuti si appressarono dunque alla bara e se la issarono sulle spalle. Il lungo corteo li seguì fino al cimitero di Novodievitci, all’altro capo della città. Quella marea in movimento rumoreggiava come uno sciame di vespe. Ne usciva una specie di rantolo. Dei canti schioccavano come bandiere (…). Quando il corteo passò davanti a Butyrki, si fermò bruscamente e tutte le bandiere nere si abbassarono. Delle mani si agitarono dietro le sbarre. (…)
Fred e Victor Serge si avvicinarono ad Aaron Baron: “Cosa farai?”.
“Tornerò a Butyrki stasera, come promesso. Volin mi aspetta lì (…). Nelle cantine della prigione si assassina – disse con disgusto – I bolscevichi disonorano il socialismo”. (…).
Quella folla raccolta, quella folla a lutto, quella folla grave venuta a rendere l’estremo omaggio a Kropotkin non sapeva che stava assistendo alle esequie dell’anarchia. Non solo alle esequie dell’ultimo dei grandi teorici libertari, ma alle esequie della stessa anarchia. A partire dal momento in cui Kropotkin fu sepolto sottoterra, la repressione contro gli anarchici, sino ad allora inconfessata in Russia, sino ad allora quasi clandestina, si accelerò, divenne praticamente ufficiale. In realtà l’anarchia fu tollerata dai bolscdevichi finchè rimase teorica. Ma dal momento che il popolo russo, affaticato per le privazioni, sconcertato dalla lentezza del processo rivoluzionario, esasperato da una burocrazia corrotta e inefficace tanto quella dell’ancien regime, dilaniato dalla guerra civile, terrorizzato dall’onnipotenza della polizia politica; da quando questo popolo, questa base si mise dapprima in marcia dietro il feretro di Kropotkin, poi dilagò in flutti minacciosi nelle fabbriche, nelle campagne, decidendo di applicare l’anarchia alla vita quotidiana, negli uffici del Kremlino corse il panico.
Il primo marzo 1921 una notizia incredibile arrivò sul tavolo da lavoro di Lenin. Sedicimila marinai, soldati e operai di Kronstadt dichiaravano guerra al governo bolscevico, e ciò in nome dell’autenticità sovietica. (…).
La radio di Kronstadt diffondeva delle risoluzioni incredibili.
Il primo marzo: “ Dato che i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini, procediamo immediatamente alla rielezione dei soviet a mezzo del voto segreto e non più del voto a mani levate. Diamo libertà di parola e di stampa a tutti gli operai e contadini, agli anarchici e ai partiti socialisti di sinistra.”.
Il 6 marzo: “la nostra causa è giusta. Siamo per il potere dei soviet e non dei partiti. I soviet falsificati, accaparrati e manipolati dal partito comunista, sono stati sordi ai nostri bisogni e ai nostri desideri.”
(il 7 marzo l’Armata Rossa attaccò. Fra il 17 e il 19 marzo, la rivolta libertaria fu repressa, definitivamente, nel sangue. I rivoluzionari di Kronstadt finirono nelle pattumiere della storia!).

NON SI PUO’ FARE UNA RIVOLUZIONE PORTANDO I GUANTI DI SETA
(IOSIF VISSARINOVIC DZUGASVILI, più comunemente conosciuto come STALIN)

Ero arrabbiato e sconvolto. Com’era possibile, gli Anarchici imprigionati? In URSS (non più maiuscola), poi, dai Bolscevichi! Dalla Rivoluzione che aveva cullato i miei sogni e i soli progetti partoriti. La Rivoluzione che tentavo, ancora, disperatamente di salvare, di giustificare. Nello sforzo, mi trovavo, con orrore, a ragionare come un qualsiasi contabile d’azienda; in una logica di dare e avere. Di necessità da trasformare in virtù obbligatorie.
Mi venne in mente, persino, un film ambientato nella Seconda Guerra Mondiale: “I cannoni di Navarone” (1961). Il protagonista interpretato da Gregory Peck, un bravo commando americano in azione di guerriglia su un’isola greca, a un certo punto, per giustificare un comportamento alquanto brutale, affermava “per vincere dobbiamo essere più cattivi dei nostri nemici” che erano i nazisti e di cattiveria vera e cinematografica se ne intendevano!
Bisognava vincere a ogni costo per il bene dell’umanità. Il fine ultimo così grande, poteva giustificare le degenerazioni, i delitti, il terrore, le brutalità senza fine. Tutto sull’altare della costruzione dell’uomo nuovo liberato dallo sfruttamento del Capitale. Ma assistetti a un episodio.
Una bambina di 7/8 anni stava subendo l’aggressione verbale, propedeutica a quella fisica, di un bulletto più grande e grosso. Lei non si intimidiva; ferma, lo guardava dritto negli occhi e, senza mai arretrare, gli dice, con voce decisa e calma “stai attento perché io sono più buona di te!”. Il bullo si sciolse e si squagliò con ignominia.
La Rivoluzione, quella Rivoluzione, la “MIA” era altro. O non era niente!
Gli Anarchici messi in galera dai Bolscevichi; dai loro sbirri che agivano come quelli di un qualsiasi Stato borghese. Tenuti dentro e controllati dai guardiani di uomini come quelli delle carceri borghesi!
Gli Angeli Neri, i compagni più colpiti e repressi dal potere; allora come oggi, come sempre!
-I martiri di Chicago (11 nov 1887), impiccati dopo un processo farsa per reprimere le lotte di classe crescenti negli Stati Uniti.
– Louise Michel e gli altri comunardi imprigionati, fucilati, esiliati.
– Giovanni Passanante, ridotto a mangiare la sua merda, legato a una catena di 18 chili che gli permetteva di fare solo 2 o 3 passi.
NON VENITE A DIRMI CHE QUESTE COSE NON LE CONOSCEVATE. CE L’HO CON TE VLADIMIR E CON TE LEV. SAPEVATE TUTTO, ma stavate costruendo una gigantesca prigione a cielo aperto, per paura e per colpevole pragmatismo . Stavate allevando i maiali di Orwell! Sia che ne foste coscienti o meno. Propendo, naturalmente, per la seconda ipotesi; ma le cose disastrose prodotte non cambiano.
La Rivoluzione imprigionava i rivoluzionari. I “cavalieri erranti” della Rivoluzione; i migliori, i più puri combattenti del proletariato. I vendicatori delle repressioni, dei misfatti, delle ingiustizie perpetrati da ogni potere contro gli sfruttati e i dannati della terra.
Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali,
parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali”
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria e illuminava l’ aria
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia,
la fiaccola dell’ anarchia…
(LA LOCOMOTIVA)
Non conoscevate certo Guccini, ma:
– Carlo Pisacane e i suoi compagni a Sapri.
– Nikolaj Risakov e Ignatij Grinevickij che giustiziarono lo zar Alessandro II
– Duval e Ravachol e Michele Angiolillo e Sante Caserio e Gaetano Bresci e Jules Bonnot (per farla breve e per ricordare solo alcuni degli anarchici conosciuti all’epoca).
Li conoscevate. Loro e le loro idee. Metterli in galere voleva dire mettere in galera la Rivoluzione. Con essa il sogno, il progetto di una società e di una vita nuove dove davvero “CIASCUNO POTESSE DARE SECONDO LE SUE CAPACITA’ E OGNUNO RICEVESSE SECONDO I PROPRI BISOGNI”.
Invece, per un malinteso senso di concretezza (loro, i capi ideologi) avevano fatto trionfare, come dei borghesi qualunque, le superiori logiche di potenza e di potere; giustificate da qualsiasi cosa, fino allo smarrimento di qualsiasi ideale, nelle pratiche reali di governo e di controllo. Dove venivano spenti, annichiliti, deformati mostruosamente: i sogni, i desideri, le speranze, i progetti e i bisogni reali delle donne e degli uomini che avevano fatto la Rivoluzione.
Annegandoli in un bagno di sangue, di paure e di tristezze senza fine!

Mi aggiravo smarrito fra nuove letture che ne ispiravano altre. Scoperte drammatiche mi scuotevano. La repressione bolscevica colpiva tutta la sinistra e non solo gli Anarchici. In Siberia o ammazzati o, se andava bene, esiliati.
Stalin non era il principale colpevole; si aggirava, ancora, nell’ombra dei suoi limiti. I “grandi”, i pensatori, gli organizzatori, i fondatori gli stavano spianando la strada.

Non era questa la Rivoluzione che avevo, avevamo, in milioni, amato appassionatamente. Che avevamo agognato e atteso e preparato.
Il suo modello, com’era andato sviluppandosi dopo la corsa notturna dell’Ottobre, ormai mi era palese, aveva esportato l’infamia e il totalitarismo. Annichilito i sogni e le possibilità di cambiamento.
(Il suo modello) Era destinato al fallimento e alle mostruosità sociali. Alle grottesche caricature del comunismo; interpretate da dittatori più o meno paranoici e psicopatici: da Stalin e i suoi boia, a Mao, a Pol Pot, fino, per farla breve, alla dinastia KIM (e un brivido di gelo mi corre lungo la coscienza).

La rivoluzione e i rivoluzionari andavano cercati altrove. Nelle carceri, ai margini, nelle eresie, nelle memorie sconfitte. Andai in quell’altrove a scovarli.

“Adoro il popolo, La mia patria è il mondo
Il pensier libero è la mia fè (…)”

LETTURA: LA SCONFITTA DELLA RIVOLUZIONE RUSSA E LE SUE CAUSE (1922 – EMMA GOLDMAN)
A poco a poco i bolscevichi erigevano uno Stato centralistico che abolì i SOVIET e abbattè la rivoluzione, uno Stato che per burocrazia e dispotismo non ha niente da invidiare a qualsiasi grande potenza del mondo.
(…) ciò che è successo in Russia ci ha fatto capire più di qualunque teoria che ogni governo indipendentemente dalla sua forma o dai suoi pretesti è un peso morto che paralizza lo spirito libero e l’iniziativa delle masse.(…)
Perché una rivoluzione riesca a superare bene tutte le resistenze e gli ostacoli che le si oppongono con violenza, è molto importante che l’idea rivoluzionaria guidi in ogni istante le masse popolari (…) che devono sempre sentire che la rivoluzione è opera loro, (…) nel difficile compito di creare una società nuova. Per un breve periodo dopo la Rivoluzione operai, contadini, soldati e marinai erano effettivamente i padroni della situazione rivoluzionaria; presto però vi si è intromesso con pugno ferro lo Stato comunista che ha tolto la Rivoluzione al popolo per asservirla ai propri obbiettivi. (…)
I SOVIET nacquero nella Rivoluzione del 1905 per ricomparire dopo quella di FEBBRAIO (1917). I consigli dei contadini, operai, soldati e marinai erano la reazione spontanea delle forze proletarie liberate.
Corrispondevano alle esigenze delle masse popolari (…) e spinsero (a maggio, a giugno, a luglio del ’17) a prendere possesso delle fabbriche e della terra.
Lenin proclamò “TUTTO IL POTERE AI SOVIET”, ma dopo quattro anni sono ridotti a un’ombra senza corpo.
Oggi (…) funzionano unicamente nella misura in cui sono portavoce del partito comunista; nessun’altra opinione politica ha la possibilità di farsi sentire. Non ci sono libertà di stampa, di parola e di propaganda. La CEKA controlla! (…) Sia nei SOVIET sia nel governo bolscevico nel suo complesso, la “dittatura del proletariato” è esercitata da una cricca ristrettissima. Questo circolo intimo ed esclusivo è il vero governo della Russia e del popolo russo.
(DIMMI BEL GIOVINE)(…)
La notte in cui si decise la sorte di Kronstadt, in un’assemblea dei soviet di Pietrogrado (…) dopo le interminabili arringhe dei capi comunisti, chiesero la parola alcuni operai e marinai.
Parlò un operaio dell’arsenale, la faccia voltata al presidente, non al pubblico. La voce gli vacillava per l’emozione, aveva gli occhi lucidi, tremava tutto. Si rivolse a Zinovev, il presidente del Soviet di Pietrogrado: – Tre anni e mezzo fa lei venne segnato e perseguitato come spia tedesca e traditore della rivoluzione. Noi operai e marinai di Pietrogrado la salvammo, ci battemmo, ci sacrificammo per lei, per darle infine la posizione che occupa oggi. Lo facemmo credendo che lei si sarebbe fatto portavoce della volontà del popolo. Ma da allora, lei e il suo governo vi siete allontanati da noi, e ora lei addirittura ci insulta e ha il coraggio di chiamarci controrivoluzionari. Ci manda in prigione e ci fa fucilare perché le abbiamo chiesto di mantenere le promesse che ci fece nella rivoluzione d’ottobre. –
Ignoro che fine abbia fatto quell’uomo. Forse la sua audacia l’ha portato in carcere, forse sottoterra.
(…)
La CEKA (Formata da sbirri feroci e psicopatici) controlla e reprime. Sul N.3 del suo organo ufficiale compare il seguente articolo “BASTA COI SENTIMENTALISMI” “ … nel processo contro i nemici della Russia sovietica è necessario ricorrere alla tortura per estorcere loro delle confessioni e in seguito spedirli all’altro mondo”.


. “Quando uno è in guerra sa che possono succedere cose difficili e terribili, per esempio le fucilazioni, ma noi possiamo dire che l’unica cosa che non abbiamo mai accettato è la tortura, anche se non tutti erano d’accordo.”

LA RESISTENZA CI HA DATO LA NOSTRA RELIGIONE CIVILE
(GIORGIO BOCCA – “LA REPUBBLICA” – 23 APRILE 2015)

01-00074537000018 – 25 APRILE 1945 LA LIBERAZIONE – MILANO – TRE RAGAZZE TRA CUI LU’ LEONE AGGREGATE AI GRUPPI PARTIGIANI , IN PIAZZA BRERA MENTRE PERLUSTRANO LA CITTA’ INSIEME AI “GAPPISTI” – 26 APRILE 1945 .

LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO

SE NON POSSO BALLARE ALLORA NON E’
LA MIA RIVOLUZIONE
(EMMA GOLDMAN)

Il 18 febbraio 1917, nella mattina ghiacciata di Pietrogrado, gli operai delle “OFFICINE PUTILOV” entrano in sciopero. Così iniziò, anche, la rivoluzione del 1905! Da quel momento, è un crescendo di proteste e di manifestazioni di massa. Con la polizia che tenta di controllare e di reprimere, aprendo il fuoco sui dimostranti.
Quello che avviene in quelle giornate di febbraio è “UN MOVIMENTO PROROMPENTE DELLE MASSE SENZA UNA DIREZIONE ORGANIZZATIVA DALL’ALTO”. Nessun partito, nessuna personalità le guida. Ben presto, dopo scontri sanguinosi, si passa dalle dimostrazioni all’insurrezione.
Il 27, una massa di dimostranti decisi e, in parte armati, si raggruppano in piazza Znamenskaia e nei pressi della stazione Nicolaievsky. Il governo invia due reggimenti di cavalleria della Guardia Imperiale e tanta polizia a piedi e a cavallo. Il comandante della polizia ordina la carica, ma l’ufficiale dei reggimenti di cavalleria, sguainata la sua sciabola, urla “ADDOSSO ALLA POLIZIA, AVANTI!”.
La sbirraglia zarista viene travolta e non c’è più niente fra i rivoluzionari e il governo!
Il 1° marzo si stipula un accordo fra IL COMITATO DELLA DUMA e il SOVIET, per formare il GOVERNO PROVVISORIO ( senza membri del SOVIET, salvo Kerenskij).
Il 2 marzo lo Zar abdica in favore del fratello, Granduca Michele. A sua volta, il 3 marzo, abdicherà!
Nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado, gli operai, i soldati, il popolo travolgono, nella loro prorompente spontaneità, ogni governo. Marxismo e anarchismo versano lo stesso sangue e impegnano la stessa forza collettiva nel medesimo sogno di liberazione!
I soviet si prenderanno, nei mesi successivi, azione dopo azione, i posti di lavoro. Creeranno, nei fatti, il loro potere alternativo al governo. Il potere reale del popolo liberato.

RESTA, INFINE, UNA DOMANDA: LA RICERCA SI E’ CONCLUSA. HO TROVATO LA RIVOLUZIONE E I RIVOLUZIONARI?

SI’, L’HO TROVATA e LI HO RICONOSCIUTI!
– Nell’autorganizzazione de LA COMUNE. Nelle sue strade barricate. Nella invincibile coscienza di classe di Louise Michel. Nell’ultima barricata di rue Myrha dove cadde Dombrowski; dritto in cima, a artigliare il futuro. Davanti al “muro dei Federati” in Père-Lachaise.
– Nelle donne e negli uomini di Kronstadt. Nelle sue campane battute a martello in morte della Rivoluzione.
– Nelle caldaie delle locomotive di Shanghai dove, nel marzo 1927, bruciavano vivi i rivoluzionari. In Katov, “La condizione umana”.
– Nei sogni grandi di Barcellona la libertaria. Nell’ultima corsa di Ascaso verso la caserma fascista di LAS ATARAZANAS. Nel suo compagno Durruti, fino all’ultimo respiro.

– Nell’educazione alla libertà praticata paese dopo paese. Azione dopo azione. Amore dopo amore, dalle MUJERES LIBRES; più avanti del tempo, oltre i fardelli maschili.
– Nelle camminate dalla Francia, oltre i Pirenei, di Sabatè e degli altri; fino all’ultimo colpo. Nel suo mitra lucidato
– Nei passi barcollanti e finali di Ernesto CHE GUEVARA. Nella sua lettera ai figli.
– (Nella lacrima di gioia silenziosa di una madre dopo uno sfratto rinviato; nella notte in bianco a toccarsi le mani dure e vuote, di un padre, prima dello sfratto; negli occhi sorpresi di una bambina per il regalo di un giocattolo, neppure sognato).
– Nelle azioni coerenti delle donne e e degli uomini che hanno scelto di essere più visibili col passamontagna. Nelle loro parole profetiche e attente. Nelle vedette zapatiste che si stanno preparando e ci stanno avvertendo.
– Nelle parole leggere come farfalle e concrete come un chiodo nel cuore, ascoltate e lette lungo i Settanta. Nelle facce, nelle corse, nelle azioni e nei sogni delle ragazze e dei ragazzi che fummo. Nella stesse speranze, nel medesimo agire, nei cuori lucidati (come un mitra) delle donne e degli uomini che siamo ora!

(Claudio Taccioli)

MUSICHE:
– L’INTERNAZIONALE DI FORTINI
– STALINGRADO (Stormy Six)
– INNO SOVIETICO
– VAMOSA A MATAR COMPANEROS (Ennio Morricone)
– ADDIO LUGANO BELLA (Pietro Gori)
– LA LOCOMOTIVA (Francesco Guccini)
– Dimmi buon giovine, o Dimmi bel giovane [Esame di ammissione del volontario alla Comune di Parigi]
di Francesco Giuseppe Bertelli
– LES ANARCHISTES (Leo Ferré)
– LA CANZONE DEL MAGGIO (Fabrizio De André)
– MA CHI HA DETTO CHE NON C’E’ (Gianfranco Manfredi)

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