Giovedì 9, a sentire Serge Latouche, su dai Saveriani, ci saranno state, circa, 300 persone.

Una decina le rivoluzionarie e i rivoluzionari di SA.

Visibili, i funzionari della CGIL e l’”intellighenzia” (si fa per dire) del PD bresciano; nonché dell’ambientalismo.

Più qualcos’altro.

La presentazione l’ha fatta un missionario e poi ha introdotto Marino Ruzzenenti.

Parole leggere e rapide.

Le capacità e le conoscenze valutate per sagacia e non per quantità di parole inutili masticate e vomitate.

Quindi, il buon Latouche si è esibito nella presentazione dell’ultima sua fatica:

“La decrescita prima della decrescita” (Bollati Boringhieri).

La decrescita è una provocazione, un po’ nelle consuetudini francesi, da contrapporre all’idea di “sviluppo sostenibile”.

Copertura propagandistica all’incessante produttivismo; ideata, dopo il convegno sull’ambiente di Stoccolma 1972, da Kissinger e da altri 2 criminali: il padrone svizzero dell’Eternit e un altro che non ricordo.

Dietro lo “sviluppo sostenibile” ci stanno le 3 illimitatezze:

-PRODUZIONE ILLIMITATA

-(quindi) CONSUMO ILLIMITATO (che la sostiene)

-(di conseguenza) INQUINAMENTO ILLIMITATO.

Lo stesso marxismo realizzato (sic) nel 900 e, pure, teorizzato è caduto, a corpo morto, nella trappola produttivi sta.

La decrescita non si contrappone come depauperamento generalizzato, ma come sobrietà nei consumi; finalizzati al benessere reale in termini di salute e di qualità complessiva delle vite. Con, alla base, la fine del dominio distruttivo dell’uomo sulla natura e le nature.

Il tutto fondato, di conseguenza, su una produzione che abbia questi precisi obbiettivi.

La decrescita appare, pertanto, come una crescita alternativa a quella attuale.

Propugnata, senza utilizzare con precisione tale categoria, da illustri predecessori, elencati nel libro.

Mi ricordo, ca va sans dire, gli anarchici Kropotkin, Murray Bookchin e Proudhon e Ivan Ilich.

Andrè Gorz, Berlinguer, Aristotele, fra i molti altri.

Interessante il richiamo al concetto africano di UBUNTU!

A mia domanda precisa: come si possano cambiare radicalmente i parametri delle produzioni dentro un sistema di struttura capitalistica, sostenuto dalle attuali sovrastrutture violente. Latouche ha risposto, più o meno, che sarà necessaria una rivoluzione. Non però come quella d’ottobre!

Al che, ho tirato un sospiro di sollievo.

Una rivoluzione culturale e diffusa che cambi la percezione delle cose e crei la necessità inderogabile del cambiamento urgente: prima che sia troppo tardi per l’umanità sacrificabile: i ricchi, i padroni della Terra si salveranno.

Latouche l’ha chiamata “RIVOLUZIONE DELL’IMMAGINARIO”.

Questi demonietti francesi così affascinanti e irridenti, nel giocar di parole!

Claudio Taccioli

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