A sei anni da piazza Tahrir centinaia di funzionari di polizia e servizi segreti sono stati assolti: nessuna giustizia per gli 864 manifestanti uccisi nel 2011. Ma liberi sono soprattutto i vertici di allora.

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Il legame di Al-Sisi con l’ex Presidente e i militari. Il governo di compie degli stessi abusi di Mubarak. Il jihadismo prolifera in Egitto.

Il Cairo (AsiaNews) – La Corte di Cassazione egiziana ha assolto il deposto presidente Mubarak dall’accusa di aver partecipato all’uccisione di 239 dissidenti durante la rivolta scoppiata il 25 gennaio 2011. La sentenza arriva alla fine di un lungo procedimento iniziato nel 2012, durante il quale Mubarak si era sempre dichiarato innocente. Il risultato non sorprende i parenti delle vittime considerando i legami fra l’attuale presidente Al-Sisi e Mubarak.

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La decisione del giudice Ahmed Abdel Qawi pone fine al lungo procedimento penale iniziato nel 2012. Il deposto presidente era stato accusato di essere responsabile dell’uccisione di 239 manifestanti durante la rivolta del gennaio 2011. Dopo la prima sentenza e la pena all’ergastolo, il caso era stato riaperto due volte. Inoltre, la Corte ha respinto la richiesta degli avvocati delle vittime di riaprire la causa civile, chiudendolo definitivamente.

La sentenza è stata applaudita dai sostenitori presenti di Hosni Mubarak. Il vecchio Presidente, ormai 88enne, aveva sempre ribadito la sua innocenza, persuaso che la “Storia” lo avrebbe riabilitato come patriota del Paese.

Secondo Osman al-Hefnawy, avvocato delle famiglie delle vittime, la sentenza è ingiusta poiché il sistema giudiziario è politicizzato. Nonostante l’attuale presidente Al-Sisi si sia dimostrato restio a liberare l’ex-Presidente, egli ne resta legato poiché era stato a capo dell’intelligence militare sotto il suo governo. Dalla deposizione del presidente Morsi e la vittoria alle presidenziali nel 2014, Al-Sisi ha avviato una dura campagna contro i Fratelli Musulmani, mentre le figure legate al regime di Mubarak sono state assolte.

I critici accusano il governo attuale di compiere i medesimi abusi contro cui essi avevano protestato nel 2011. Il presidente Al-Sisi, sebbene sostenga di essere un sostenitore dei diritti umani, afferma che i pericoli del Paese richiedono di agire con “mano ferma”. Dal rovesciamento di Morsi, tuttavia, la campagna contro gli islamisti ha visto un’insorgente crescita del jihadismo in Egitto.

Le famiglie delle vittime non erano presenti in Corte quando è stata dichiarata l’assoluzione. Taha Hussein Mahmoud, madre di un ragazzo di 19 anni ucciso in una protesta in Alessandria, ha dichiarato a Reuters: “Purtroppo il sangue della nostra famiglia è stato versato invano.”

Sotto il regime di al-Sisi, figlio di un golpe militare e controllato dall’esercito esattamente come ai tempi del precedente rais, i responsabili di decenni di dittatura e delle uccisioni di piazza sono liberi: circa 170 funzionari di polizia e servizi sono stati assolti o per mancanza di prove o per “legittima difesa”. Una politica chiara, una strategia precisa: da una parte al-Sisi si garantisce la fedeltà delle forze armate e di polizia, unica fonte di legittimazione per un ex generale senza partiti politici alle spalle; dall’altra crea l’humus necessario all’attuale impunità, quella che copre da tre anni la campagna di repressione della società civile, fatta di decine di migliaia di desaparecidos, torturati, decessi nelle carceri o per le strade.

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