di Fabrizio Burattini

Finalmente, dopo quasi due mesi dalla conclusione del referendum del 4 dicembre, e dunque dopo due mesi di interrogativi su quale sarà il quadro normativo elettorale, è giunta la sentenza della Corte costituzionale che, come scontato, ha bocciato l’”Italicum”, la legge tanto cara a Matteo Renzi da farla approvare a forza al parlamento a colpi di voti di fiducia.

Si tratta dunque di un’ulteriore, pur se ampiamente prevista sconfitta del leader del Partito democratico. Ma questa sconfitta è solo molto parziale.

Infatti, la Consulta ha cancellato la parte più evidentemente impossibile da digerire per chi, almeno sulla carta dovrebbe difendere i principi di rappresentanza popolare previsti dalla Costituzione italiana, e cioè quella norma sul ballottaggio con il quale un partito e il suo leader, pur con il consenso di una quota ridotta dell’elettorato, avrebbero avuto il pieno dominio delle istituzioni.

Ma non ha voluto cancellare tutte quelle altre norme (deputati nominati dalle segreterie, quota di sbarramento, premio di maggioranza…) che, in nome della “governabilità”, della “non frammentazione politica” e della fedeltà dei deputati ai capi-partito, seppure in maniera più sottile, violentano anch’esse il principio di rappresentanza. La Consulta, dunque, si è limitata a cancellare le tracce dell’oltranzismo arrogante di Renzi, salvaguardando però punti importanti della sua legge elettorale.

D’altra parte, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, la Corte costituzionale costituisce anch’essa un organo dello stato e, come tale è impegnata, nel suo ambito, a garantire la continuità strutturale del regime sociale e politico. L’abbiamo già vista all’opera solo poche settimane fa, nella puntigliosa sentenza che ha annullato la possibilità per le/i cittadine/i di pronunciarsi in un referendum sulla reintroduzione della giusta causa nei licenziamenti, abolita come è noto dal Jobs Act.

E, al contrario, la Consulta non ha ritenuto di fare nulla verso le palesi incostituzionalità di numerose norme contenute in quella stessa legge voluta da Renzi e Poletti e in parecchie altre (come ad esempio lo “Sblocca Italia”, in materia ambientale).

Peraltro, da alcuni anni a questa parte, la suprema corte è diventata sempre più un organo condizionato dai partiti e, in particolare da quelli di governo. E, non a caso, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, fortunatamente bocciata nel voto popolare, costruiva un sistema di ulteriore totale asservimento della Corte al potere esecutivo.

In molti sottolineano come il pronunciamento sull’ “Italicum” sia autoapplicabile, cioè consenta, senza ulteriori passaggi parlamentari, di andare al voto con la legge, così come modificata dalla sentenza. Questa “autoapplicabilità” è d’altra parte dovuta, perché le norme sulle sentenze della Consulta impongono che i suoi deliberati non lascino la legislazione monca e inefficace.

Ora occorrerà vedere come si muoveranno le diverse forze politiche, anche al di là della quasi generale propensione (almeno a parole) di voler andare rapidamente al voto.

La legge del Senato resta quella del “Porcellum”, con i collegi regionali proporzionali ma con una soglia di sbarramento (8% per i partiti non coalizzati, 3% per quelli coalizzati e 20% per le coalizioni) che esclude ogni possibilità di elezione alla camera “alta” per formazioni nuove. Ora, con il testo dell’Italicum modificato dalla Corte costituzionale anche alla Camera la legge sarà sostanzialmente proporzionale, con una soglia meno vessatoria (3%), senza differenze tra partiti coalizzati o meno, visto che quella legge non contempla misure particolari per le coalizioni.

Resta però, come si diceva, il cospicuo premio di maggioranza (l’attribuzione automatica di 340 seggi su 630, pari al 54%) per la lista che superi il 40%. E’ questo il frutto avvelenato del perseguimento della cosiddetta “governabilità”, che, a partire da oltre 30 anni fa, ha corroso le fondamenta dei principi di rappresentanza politica democratica.

Tutti i commentatori si sono affrettati a dire che il livello del 40%, un tempo valicato da Renzi e dal “suo” PD, è del tutto insuperabile per chicchessia nell’attuale panorama politico. Si trascura il fatto che, comunque, soprattutto se le elezioni non fossero troppo imminenti e, dunque, le forze politiche avessero il tempo di gestire la questione, la creazione di liste di coalizione resta improbabile ma non da escludere del tutto.

Sarà questo peraltro il terreno di battaglia della “sinistra” interna al PD ma anche di quella “fiancheggiatrice” di Pisapia e di altri, che cercheranno di dimostrare che un “nuovo Ulivo” potrebbe essere una prospettiva suggestiva e forse vincente. Ancora più difficile la possibilità di creare una lista di coalizione (ben più complessa di una coalizione tra liste diverse) per la destra, irrimediabilmente divisa su numerosi terreni. D’altronde Berlusconi e una parte preponderante di Forza Italia è, per tanti motivi, fortemente tentata a spingere perché le elezioni creino un parlamento che renda riproponibile e necessario l’ “inciucio” con Renzi. Senza interlocutori possibili resta il Movimento di Grillo, peraltro già deciso ad una presentazione “solitaria”.

Per la sinistra radicale abbiamo già detto in altre occasioni. Resta da sottolineare che ogni giorno che passa, senza che si ritrovi un luogo e una proposta efficace, unitario e veramente indipendente da ogni tentazione rivolta a ripetere i terribili errori del passato, il fossato tra la sinistra e fette di elettorato popolare si allarga sempre più.

Più che mai c’è urgenza di lavorare per cercare di risolvere questa contraddizione sul piano sociale e politico.

Annunci